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Home » Economia

La vendita diretta a domicilio è più viva che mai: i dati di Univendita

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Paradossi del sistema capitalistico italiano: la disoccupazione strutturale rimane alta nonostante una crescita economica che rischia di essere “jobless”. Esplode il precariato, gli inattivi non accennano a diminuire in modo rilevante e non si viene a capo della piaga del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, mentre le politiche attive, appannaggio delle Regioni, continuano ad arrancare. Basti dire che secondo un’indagine condotta dalla Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro, a fronte di un fabbisogno complessivo di 4,3 milioni di lavoratori, un milione e 350mila saranno difficilmente reperibili sul mercato tra il 2022 e il 2026.

In questo scenario si innesta la tendenza globale alla “Great resignation”, il fenomeno delle dimissioni volontarie di massa da posizioni professionali anche stabili e ben remunerate in virtù dell’esigenza di cambiare lavoro, trovare nuovi stimoli, ridefinire le priorità di vita. Certo, la pandemia ci ha messo lo zampino e il desiderio di smart working ha fatto il resto, per cui pure nel primo trimestre di quest’anno oltre 300mila italiani hanno abbandonato un contratto a tempo indeterminato, mentre in Veneto, per fare un esempio, addirittura un dirigente su tre è disposto a scendere di livello pur di cambiare lavoro e ménage.
Autonomia e flessibilità organizzativa, possibilità di crescita formativa anche al di là della carriera, soddisfazione personale: sembrano essere queste le coordinate che sempre più italiani, a partire dai giovani, cercano nel lavoro.

Si spiega forse pure così la resilienza di un mestiere che spesso è fuori dai radar del dibattito pubblico e che pure fa numeri ragguardevoli: un’occupazione dal sapore antico che il Covid e il digitale potevano condannare alla scomparsa e che, invece, proprio da questi sconvolgimenti epocali di paradigma ha tratto linfa vitale per rinnovarsi. Si tratta della vendita diretta a domicilio, quello che qualcuno definisce in maniera riduttiva il commercio porta a porta. Il settore fattura 3,6 miliardi, con quasi 300 imprese attive sul territorio e oltre 500mila addetti. Univendita, la più importante delle associazioni di settore, rappresenta marchi come Avon, BoFrost, Folletto, Bimby, Just o Dalmesse, con ricavi complessivi per 1,4 miliardi e un +7% nel 2021 sul 2020.

Dentro la platea globale dei lavoratori, circa 7mila sono gli incaricati alla vendita abituali e oltre 2.700 gli agenti di commercio professionisti, il resto sono incaricati occasionali che hanno un limite annuo di fatturato pari a 5mila euro, al netto della deduzione forfettaria. Mentre i lavoratori dipendenti sono poco più di 1.800 (la maggior parte fa capo a BoFrost). La vendita diretta piace tantissimo alle donne che cercano autonomia organizzativa e apprezzano il contatto relazionale con il cliente: circa il 90% del totale degli occupati è infatti di sesso femminile. Mentre gli under 35 rappresentano oltre un terzo, che diventa il 73% se si considerano gli under 55. Insomma, il vecchio porta a porta – che a volte si converte nei party plan dimostrativi dei prodotti (modello Avon) – continua a piacere nonostante la diffidenza per i contatti interpersonali generata dalla pandemia e il dilagare dell’e-commerce. Beni durevoli per la casa, cosmetici, alimentari: il pacco Amazon non ha ucciso questa forma di “slow shopping” e, anzi, ci sono 28 milioni di clienti che gradiscono il rapporto diretto con il venditore, la relazione che spesso esula dallo scopo strettamente commerciale, la possibilità di provare con calma il prodotto prima di comprarlo. E si sentono rassicurati dall’avere un riferimento diretto, personale, pure per ogni esigenza post vendita.

Dall’altro lato, una indagine promossa dalla stessa Univendita ha evidenziato un 90% di lavoratori soddisfatti di questa modalità di impiego, tanto che il 59% degli incaricati è attivo nel comparto da oltre sei anni e uno su tre prima non lavorava affatto; segno che non si tratta di un’occupazione mordi e fuggi per far fronte a temporanee difficoltà economiche. Rispetto alle motivazioni, come accennato, il 36% del campione è alla ricerca di soddisfazioni personali (lavorare per un’azienda che si apprezza, coltivare relazioni), mentre un altro 36% desidera flessibilità organizzativa (ma si punta anche alla formazione continua e sulla natura mai monotona dell’attività). Si tratta di un lavoro in cui è possibile graduare l’impegno in base alle esigenze di vita: a tempo parziale e flessibile per un’integrazione di reddito oppure a tempo pieno, con chance di soddisfazione e di carriera.

“Ci sono tanti casi di incaricati che sono diventati manager o addirittura amministratori delegati delle loro aziende perché la vendita diretta si basa autenticamente sulla meritocrazia. Il digitale, che poteva ridurre gli spazi del settore, si è invece trasformato in occasione di formazione, di arricchimento professionale. Ed è un supporto, uno strumento di potenziamento della insostituibile relazione diretta tra venditore e cliente – dice il presidente di Univendita, Ciro Sinatra – La vendita diretta necessita però di una regolamentazione che non sia penalizzante, ecco perché stiamo chiedendo incentivi sulla formazione e soprattutto di evitare discriminazioni come quella che rischia di venire introdotta dal ddl di delegazione europea 2021, in discussione al Senato, che interpreta in maniera singolare la direttiva Ue di riferimento ed estende il periodo di diritto di recesso da 14 a 30 giorni soltanto per la vendita diretta e non per le altre forme di commercio, nemmeno quello online. Non credo che abusi e truffe – conclude Sinatra – siano più frequenti nel nostro settore che in altri, anzi. Dunque, Mise e Governo devono correggere questa stortura”.

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