Quanto è costato al Sud Italia il lockdown nazionale: “Siamo alla vigilia di un tracollo”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 7 Ago. 2020 alle 18:28
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Con l’atto datato 7 marzo 2020, il Comitato tecnico scientifico proponeva al governo di “adottare due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui si è osservata maggiore diffusione del virus, l’altro sul territorio nazionale”. Due giorni dopo, però, il presidente del Consiglio Conte con il Dpcm del 9 marzo dava il via al lockdown estendendo le stesse misure a tutto il territorio nazionale senza distinzioni e senza citare a giustificazione del provvedimento alcun atto del Comitato tecnico scientifico. Il bassissimo numero di contagi al Sud rendeva tutt’altro che necessario un lockdown totale, e ora le associazioni di categoria sono pronte a chiedere i danni allo Stato per le macroscopiche perdite subite. Ma è possibile quantificare quel danno?

Qualcuno lo ha fatto. Secondo Roberta Amoruso e Diodato Pirone del Messaggero, il fermo generale dell’Italia deciso dal governo è costato ai commercianti circa 100 miliardi di euro. La cifra si ricava dalla riduzione del Pil che per quest’anno è stimata intorno al 10% e dunque equivarrà ad aver gettato nel fuoco la bellezza di 175 miliardi.

“Poiché le tre regioni del Nord coinvolte a marzo nell’epidemia, ovvero Lombardia, Veneto ed Emilia, grosso modo assicurano 715 miliardi di Pil”, scrivono, “se ne ricava che il calo del 10% dei 1.051 miliardi di ricchezza prodotta dalle altre regioni equivale a 105 miliardi. Euro più euro meno è nell’ordine di questa grandezza il tributo inflitto alle aree italiane poco coinvolte nell’epidemia dalla decisione di fermarle esattamente come fu fatto per la prima zona rossa lombardo-veneta di Codogno e Vo”.

Ma non è tutto, secondo il Centro Studi della Fipe-Confcommercio, il settore della ristorazione del Centro-Sud che nel 2019 ha avuto un giro d’affari di oltre 48 miliardi pagherà un prezzo salatissimo di circa 12 miliardi di riduzione del fatturato anche se dal Po in giù l’epidemia è stata contenuta e talvolta, come in Lucania, in Molise, in Calabria, in Sicilia e Sardegna, è risultata quasi impercettibile.

Ancora più pesante il bilancio del rapporto Svimez che stima una perdita di valore aggiunto su base mensile di quasi 48 miliardi di euro (il 3,1% del Pil italiano), oltre 37 dei quali “persi” nel Centro-Nord e 10 nel Mezzogiorno. Si tratta di 788 euro pro capite al mese nella media italiana: oltre 1000 euro al Nord contro i quasi 500 del Mezzogiorno. La perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi in Italia, per ogni mese di blocco. Del fatturato andato in fumo, solo la metà è al Nord (12,6 miliardi) e il resto è a carico del Centro (5,2 miliardi) e del Mezzogiorno (7,7 miliardi).

“Alla vigilia di un tracollo”

“Avremmo preferito lavorare il più possibile, quando era possibile farlo secondo il Cts, ma dobbiamo ricordarci che siamo stati il primo Paese colpito in Europa, avevamo il solo esempio della Cina, con informazioni non subito chiarissime. E’ chiaro che abbiamo avuto un po’ di incertezze. Non mi sento di entrare nel merito delle misure di contenimento. Ma oggi non è stato compreso quanto le aziende hanno sofferto e quanto le aziende del mondo turistico continueranno a soffrire per questa decisione. Se la decisione andava presa noi vogliamo un aiuto, abbiamo bisogno di un ristoro per ripartire e su questo non c’è ancora una risposta degna di questo nome. siamo tutti alla vigilia di un tracollo serissimo”, afferma Marina Landi, presidente Ferderturismo Confidustria.

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