Pubblica amministrazione, entro 2021 più pensionati che dipendenti

A fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici, i pensionati pubblici sono già 3 milioni

Di Anna Ditta
Pubblicato il 7 Lug. 2020 alle 16:55 Aggiornato il 8 Lug. 2020 alle 13:42
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Immagine di copertina

Pensioni, entro 2021 più pensionati che dipendenti pubblici

Entro il 2021 la Pubblica amministrazione italiana potrebbe avere più pensionati che dipendenti, a causa del continuo calo del personale e un equilibrio fra ingressi e uscite che, nonostante lo sblocco del turnover, non è ancora stato raggiunto. A evidenziarlo è la ricerca sul lavoro pubblico presentata ieri in apertura di “Forum Pa 2020 – Resilienza digitale“, la manifestazione dedicata ai temi dell’innovazione e della trasformazione digitale come risposta alla crisi, organizzata da Fpa, società del Gruppo Digital360, che si terrà fino all’11 luglio in un’edizione totalmente online. A fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani (in termini assoluti il 59 per cento in meno di quelli francesi, il 65 per cento di quelli inglese, il 70 per cento di quelli tedeschi) i pensionati pubblici sono già 3 milioni. Un numero in crescita costante e destinato a salire perché i “pensionabili” oggi sono molti: 540mila dipendenti hanno già compiuto 62 anni di età (il 16,9 per cento del totale), mentre 198mila hanno maturato 38 anni di anzianità. ​

L’indagine di Fpa fotografa una Pa anziana, in cui l’età media del personale è di 50,7 anni, con il 16,9 per cento di dipendenti over 60 e appena il 2,9 per cento under 30. La pensione anticipata è stata parzialmente accelerata da Quota 100, nel 2019 sono uscite anticipatamente dalla PA 90mila persone, ma è comunque prassi comune. C’è lo sblocco del turnover, ma le procedure sono lente e la media dei tempi tra emersione del bisogno e effettiva assunzione dei vincitori dei concorsi è di oltre 4 anni. E così, con in più il blocco imposto dal Covid-19, da settembre del 2019 ad oggi sono state messe a concorso meno di 22mila posizioni lavorative: di questo passo ci vorrebbero oltre dieci anni a recuperare i posti persi.

I vantaggi dello smart working

Il ricorso (forzato) allo smart working durante l’emergenza Covid-19 per la gran parte dei dipendenti pubblici è stata un’esperienza positiva, che ha portato – secondo un recente sondaggio di Fpa – in qualche caso addirittura a un aumento di produttività: per 7 lavoratori su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3 per cento l’efficacia è persino migliorata; per il 61 per cento la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza. Ma lo smart working ha significato anche una notevole riduzione di sprechi, quantificabili in 135 milioni di ore di spostamenti in meno nei tre mesi di lockdown, pari a 1 miliardo di km non percorsi, 400 milioni di euro di benzina risparmiati e 127mila tonnellate di Co2 in meno nell’atmosfera, oltre al 30 per cento di costi in meno a carico della Pa tra consumi energetici, gestione delle mense e pulizie dei locali.

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