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Home » Economia

Bancomat, l’ad Burlando a TPI: “Lavoriamo per costruire l’Europa dei pagamenti digitali”

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Fabrizio Burlando è amministratore delegato di Bancomat dal giugno 2024

“Stiamo lavorando coi circuiti domestici degli altri Paesi per creare una rete comune delle transazioni elettroniche. E presto lanceremo una stablecoin in euro garantita dalle banche. Vorrei che il nostro continente tornasse a essere terra di innovazione”. Parla l’amministratore delegato di Bancomat

Dottor Burlando, in questa era di pagamenti sempre più digitalizzati, come sta cambiando l’attività di Bancomat?
«Due anni fa è entrato nella compagine sociale di Bancomat, come primo azionista, il Fondo Strategico Italiano: da allora abbiamo superato il precedente assetto, assimilabile a quello di un consorzio di banche, e siamo diventati a tutti gli effetti un’azienda di mercato, benché sempre con il supporto attivo delle banche partner. Oggi, in un momento geopolitico così cruciale, la nostra ambizione è quella di diventare un punto di riferimento italiano ed europeo nel settore dei pagamenti. Vede, in questo settore ci sono, sì, molte aziende europee forti, ma in questi anni è mancato un coordinamento: non siamo riusciti a mettere a sistema le nostre competenze per renderci indipendenti. Bancomat intende allora contribuire a costruire e rafforzare una rete dei pagamenti europea».

Un mercato dominato da operatori statunitensi – Visa, Mastercard, PayPal – rappresenta un rischio per l’autonomia strategica dell’Europa?
«Il mondo è sempre meno globalizzato. E, nella competizione tra il polo americano e quello cinese-russo, l’Europa rischia di subire le conseguenze di decisioni prese altrove. Negli ultimi anni abbiamo perso terreno sul fronte tecnologico: in parte a causa di mancati investimenti, in parte per le difficoltà riscontrate nel trovare una sintesi tra i diversi Paesi membri. Nel settore dei pagamenti, nel nostro continente sono stati costruiti schemi domestici con standard tecnologici diversi l’uno dall’altro, quindi difficili da interconnettere. In questo quadro, i sistemi extra-europei hanno gioco facile a spadroneggiare. Oggi circa il 60/70% dei pagamenti in Europa passa attraverso reti estere e il 98% delle stablecoin nel mondo è denominato in dollari: questi due dati rendono bene l’idea di quanto sia poco rilevante l’Euro a livello globale, ma anche di quanto l’indipendenza e la sovranità digitale in Europa siano in pericolo. Lo abbiamo visto in Russia nel 2022, quando, in seguito alle sanzioni statunitensi, Mastercard e Visa hanno lasciato il Paese nel giro di 24 ore. E la stessa cosa è accaduta il mese scorso a Cuba. Anche diversi giudici internazionali della Corte Penale Internazionale dell’Aia e funzionari dell’Onu hanno subito il blocco immediato di carte di credito e conti correnti per aver assunto posizioni sgradite all’Amministrazione degli Usa».

Che ruolo svolge la vostra azienda in questo percorso verso la costruzione di un ecosistema europeo dei pagamenti meglio integrato e più indipendente?
«Nel dicembre 2023 abbiamo partecipato alla fondazione di EuroPA, la European Payment Association, insieme ai gestori dei sistemi di pagamento spagnolo (Bizum) e portoghese (Sibs). L’interoperabilità tra i nostri circuiti è attiva dallo scorso anno e collegheremo a breve anche i sistemi francese, tedesco, belga, olandese, lussemburghese. Alla fine del 2027 il circuito domestico di pagamento europeo sarà realtà e arriverà ad abbracciare 14 Paesi e 140 milioni di persone». Cosa cambierà per i cittadini? «Da un lato ci sarà un circuito europeo unico per i pagamenti elettronici nei negozi. Dall’altro, sfruttando il fatto di essere già collegati attraverso il sistema Sepa, sarà possibile inviare e ricevere denaro in tempo reale da un Paese all’altro usando semplicemente il numero di cellulare del destinatario, senza dover conoscere il suo Iban. A tutto questo si aggiunge il progetto Eur.Bank».

Che prevede la creazione di una stablecoin ancorata all’Euro. Perché avete deciso di investire sulle stablecoin?
«Perché l’infrastruttura tecnologica della blockchain rivoluzionerà l’industria dei pagamenti. È una rete pubblica e senza padroni: io la descrivo come una sorta di Internet del denaro. Muovendosi su questa infrastruttura, le stablecoin permettono lo spostamento di denaro da un Paese all’altro in modo veloce e consentono di effettuare pagamenti e registrare le transazioni in maniera efficace, efficiente e poco costosa. Ma i “binari” della blockchain possono essere utilizzati per una vasta gamma di applicazioni finanziarie, tra cui l’emissione di titoli di Stato “tokenizzati” e di depositi digitali con rendimenti superiori a quelli dei depositi bancari tradizionali. Tra i principali casi d’uso delle stablecoin rientrano anche i cosiddetti agentic payments, ossia pagamenti effettuati autonomamente da agenti e applicazioni basate su intelligenza artificiale: in questo contesto, l’assenza di una stablecoin in euro sufficientemente solida, interoperabile e ampiamente adottata rischierebbe di favorire l’utilizzo di stablecoin denominate in dollari anche per transazioni effettuate all’interno del mercato europeo, con possibili implicazioni per la sovranità monetaria e strategica dell’Europa».

Spieghiamo cosa significa «tokenizzare» i titoli di Stato.
«Oggi i titoli di Stato possono essere comprati solo dal lunedì al venerdì tra le 9 e le 17.30 con un taglio minimo di 1.000 euro. “Tokenizzarli” significa che quei titoli possono essere negoziati sulla blockchain 24 ore al giorno, sette giorni su sette, anche con tagli minimi. Con un’efficienza estremamente maggiore rispetto alle modalità attuali. Abbiamo avviato le interlocuzioni con il Ministero dell’Economia e delle Finanze».

Pensa che nei prossimi anni le stablecoin si diffonderanno su larga scala?
«La stablecoin è una moneta digitale il cui valore è ancorato a quello di una moneta emessa dalla banca centrale di riferimento. È a tutti gli effetti uno strumento di pagamento, ma se lei mi chiede se diventerà uno strumento di pagamento nei negozi nell’area Euro, allora la mia risposta è: possibile, ma forse non necessario. Nel senso che i sistemi Sepa che abbiamo costruito funzionano già molto bene: se li colleghiamo con EuroPA, non abbiamo bisogno della blockchain. La blockchain è invece molto utile nel caso di scambi o pagamenti transfrontalieri attraverso circuiti diversi che faticano a connettersi tra loro: in questo caso, una rete globale come quella consente di effettuare queste operazioni con la massima velocità ed efficienza. Penso ad esempio a pagamenti B2B transfrontalieri o a trasferimenti di denaro all’estero».

Qual è l’ambizione industriale del progetto Eur.Bank?
«Oggi, se un utente vuole acquistare una stablecoin, lo fa spostando i depositi da una banca al soggetto che emette la stablecoin. Questa situazione ovviamente non piace alle banche, perché, alla lunga, rischierebbe di minare la loro stabilità finanziaria. Ciò ha causato un rallentamento nella diffusione delle stablecoin. Ecco, noi vogliamo risolvere proprio questo aspetto: con Eur.Bank non solo diamo vita a una stablecoin ancorata all’Euro ed emessa dalle banche, quindi da soggetti regolati, ma creiamo anche un circuito interbancario nel quale il denaro viene mantenuto all’interno dalle banche come sottostante della stablecoin. Le riserve restano all’interno degli istituti. Questo, secondo noi, consentirà alle stablecoin di decollare anche in Europa».

Qual è la roadmap del progetto?
«Entro fine anno dovremmo aver ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie ed entro il primo trimestre del 2027 lanceremo l’emissione. Eur.Bank è ancora un nome in codice: il nome della stablecoin sarà svelato a breve. Gli utenti potranno comprare la moneta digitale dalla nostra app, che oggi conta 14 milioni di utenti: sarà negoziabile, potrà essere acquistata sul mercato retail e scambiata in ogni parte del mondo. Nel corso del 2027 inizieranno ad aggiungersi tutti i vari “use case”, tra cui titoli di Stato tokenizzati e depositi bancari con rendimenti più alti rispetto ai depositi normali».

Intanto l’Ue sta portando avanti il progetto dell’Euro digitale. Quale impatto potrebbe avere questa iniziativa sul vostro settore?
«Innanzitutto, a beneficio del lettore, vorrei chiarire che l’Euro digitale è un progetto molto diverso da quello delle stablecoin in euro: è emesso dalla Banca Centrale Europea e non è altro che l’equivalente digitale della banconota o della moneta in euro. Sicuramente è un progetto importante, poiché pensato per contribuire a dare stabilità e indipendenza finanziaria all’Eurozona. Finalmente lo si sta portando avanti in concerto con le banche. Inizialmente si era registrato uno scollamento tra la Bce, le banche e i circuiti di pagamento, mentre ora Francoforte sta coinvolgendo di più gli operatori del settore. Siamo parte del progetto pilota insieme alle nostre banche partner. Il nostro auspicio è che i circuiti di pagamento domestici possano essere i veicoli per l’Euro digitale. Mi immagino che tra qualche anno l’app Bancomat, che oggi contiene solo la moneta euro, avrà l’euro, l’euro digitale e l’euro in stablecoin: l’utente potrà scambiarli tra loro e utilizzarli ognuno per uno specifico uso. Ad esempio, l’euro “normale” per i pagamenti nei negozi, l’euro digitale per i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione, l’euro in stablecoin per trasferimenti di denaro all’estero o per investire sui titoli di Stato. Col tempo forse il cittadino nemmeno si accorgerà delle differenze tra i vari strumenti, ma nel sottostante ci sarà un sistema capace di ottenere da ogni tipo di euro la maggiore ottimizzazione».

Qual è la sua valutazione sul quadro normativo europeo del settore?
«Il regolamento MiCA è fondamentale: mette dei paletti importanti, ma al tempo stesso dà la possibilità a una moneta emessa in Europa, ma anche agli operatori presenti in Europa, di essere completamente parte del sistema, quindi completamente sicuri e vigilati. Rispetto al Genius Act in vigore negli Stati Uniti, è una norma sicuramente più stringente, ma garantisce una sicurezza più elevata. Essendo parte di quel sistema, siamo assolutamente a favore».

Come immagina il sistema dei pagamenti in Italia e in Europa nel 2035?
«In Italia c’è molto spazio. Siamo tra i fanalini di coda sull’utilizzo dei pagamenti digitali – in parte per ragioni culturali, in parte per la diffusione di comportamenti legati a transazioni non lecite – quindi dobbiamo puntare a recuperare terreno rispetto alla media europea, e magari arrivare anche sopra la media europea, come dovrebbe essere per un Paese sviluppato come l’Italia. Quanto all’Europa, mi piacerebbe che il nostro continente tornasse a essere terra di innovazione, come lo è stato anche nel recente passato: penso ad esempio al circuito Sepa; ricordo che i pagamenti istantanei sono stati lanciati in Europa e che gli Stati Uniti ci hanno seguito… Se guardo al 2035, vedo un’Europa che guida l’innovazione, ma un’innovazione regolata. Le due cose – innovazione e regulation – secondo me non vanno una contro l’altra: è possibile fare innovazione ponendo dei paletti a tutela dei cittadini. Frequentando talvolta tavoli europei, ho riscontrato che il problema dell’Europa non è tanto nel suo approccio regolatorio, quanto nella difficile cooperazione interna tra Stati. Una volta risolte le divergenze tra i vari Paesi membri, le regole non indeboliscono, ma rafforzano».

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