“Mercatone Uno mi deve mezzo milione, ora è fallita: chi doveva vigilare non l’ha fatto”: parla un ex fornitore

A subire le conseguenze del crack del gruppo amministrato da Rigoni non sono solo gli ex dipendenti. Un imprenditore brianzolo racconta la sua storia a TPI e accusa: “Chi doveva vigilare e non l’ha fatto è in combutta. Ecco perché”

Di Giulia Riva
Pubblicato il 7 Giu. 2019 alle 14:00 Aggiornato il 7 Giu. 2019 alle 14:10
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Fallimento Mercatone Uno | La testimonianza

Fallimento Mercatone Uno – Quattrocentottantaseimilasettecentoquarantacinque euro e trenta centesimi, più altri 41mila euro di merce già pronta da consegnare. Per un totale di oltre mezzo milione. È questo il credito che Francesco Pellegatta può vantare nei confronti di Mercatone Uno. Lui è un imprenditore brianzolo di 68 anni: occhi vispi, capelli argentati e parlantina sciolta. Da quasi quarant’anni produce cornici in legno – è il titolare della Cs di Cappellini, a Giussano, in provincia di Monza Brianza – e con la sua azienda dà lavoro ad altre 13 persone.

Mentre racconta la sua storia, mostra in dettaglio le carte che indicano importi, corrispondenza ufficiale, sentenze di tribunali. Quando si infervora nell’esposizione, gli scappa una mezza parolaccia o un’espressione dialettale. È una di quelle diecimila anime che compongono l’indotto del mobilificio fondato a Imola da Romano Cenni nel 1978 e segnato ormai da due fallimenti: il primo, nel 2015, aveva portato a un’indagine per bancarotta fraudolenta che ha coinvolto i soci storici; il secondo – stabilito una manciata di giorni fa dal Tribunale di Milano, il 24 maggio 2019 – ha visto protagonista la Shernon Holding, compagnia che da nove mesi controllava i 55 punti vendita italiani che portano l’insegna di Mercatone Uno e che avrebbe dovuto garantire l’impiego a 1.800 dipendenti circa.

La Mercatone Uno fallisce, ma i dipendenti lo scoprono sui social network

Fallimento Mercatone Uno | Non solo Shernon

“Shernon mi deve quasi 300mila euro”, esordisce Pellegatta, “ma i mancati pagamenti hanno avuto inizio in precedenza: con l’amministrazione straordinaria predisposta dall’allora ministro Carlo Calenda e con i commissari da lui incaricati di far funzionare la baracca”.

Pellegatta spiega di non aver mai lavorato con Mercatone Uno prima che subentrasse l’amministrazione straordinaria, perché consapevole del momento di difficoltà che stava vivendo il gruppo.

“Poi però tutti, sia il mio commercialista che alcuni avvocati, mi hanno ripetuto in diverse occasioni che l’amministrazione straordinaria di una società è una scelta sicura, garantita dal Tribunale. ‘Con loro sei in una botte di ferro’, mi dicevano, ‘i commissari del governo non possono fare puttanate’. Così ho cominciato a produrre cornici per Mercatone. Sembrava andasse tutto a gonfie vele, ma a un certo punto hanno smesso di pagare”, dice.

Si apre un contenzioso, il Tribunale di Bologna stabilisce che l’amministrazione straordinaria ha un debito nei confronti dell’imprenditore giussanese di oltre 200mila euro. Viene proposto di pagare a rate, Pellegatta accetta e sottoscrive l’accordo. Ma dopo i primi tre versamenti, tutto si blocca di nuovo. “Allora ho scritto una lettera di mio pugno ai commissari, che la mia segretaria ha trascritto e recapitato via Pec”, incalza l’uomo.

Fallimento Mercatone Uno | La lettera ai commissari

“Signori, buongiorno. Mi presento: sono Francesco Pellegatta, titolare di Cs di Cappellini. Dopo 38 anni di attività imprenditoriale, sempre nel settore cornici, per la prima volta i miei dipendenti non riceveranno lo stipendio a fine mese. Riporto l’elenco con relativi importi. Sono tutte persone con famiglia a carico, alcune con le rate del mutuo da pagare. Tutto ciò perché mi sono basato sulla rateizzazione da voi comunicatami con Pec il 10 maggio. Considerato che voi commissari siete dottori, professori e avvocati, supponevo che tali date fossero certe”.

“Sono una persona di 68 anni, che ha costruito questa realtà con valori quali sacrificio, impegno, serietà. E soprattutto con il rispetto per la parola data. Il mio primo capannone, nel 1982, lo acquistai con una stretta di mano. Questo ho insegnato ai miei figli e poi a mio nipote. Ora cosa dovrò dire a quest’ultimo? Che avvocati, dottori e professori non riescono nemmeno a rispettare ciò che scrivono? È veramente un bel segnale per questa futura società, per la quale i valori come dignità e rispetto della parola data hanno ormai significato uguale a zero”.

“Io non sono certamente capace di fare il vostro lavoro, ma una cosa di sicuro avrei fatto: quantomeno dare una spiegazione del perché non vengono rispettate le scadenze che ci avete indicato. È una questione di rispetto e di educazione. Spero che comprendiate queste mie considerazioni. In attesa di ricevere una vostra risposta – finora nessuno mai ha risposto – vi ringrazio e vi saluto”, ha scritto Pellegatta.

Per il momento l’unico feedback ottenuto è stato una riga via mail: “Stiamo facendo dei conteggi”, diceva.

Fallimento Mercatone Uno | L’era (breve) di Valdero Rigoni

Anche l’amministratore delegato di Shernon, Valdero Rigoni, quando si insedia ad agosto dello scorso anno, vuole rifornirsi da Cs di Cappellini. Le prime consegne avvengono tra maggio e luglio 2018. I pagamenti sono regolari, a 90 giorni, come consentito dalla legge. A settembre, dopo le ferie, l’azienda riapre e accetta nuovi ordini, non c’è motivo di dubitare che verranno pagati.

A gennaio 2019 ci sono arretrati consistenti, ma l’amministrazione di Rigoni fa un bonifico da 60mila euro, per dimostrare che – anche se i soldi necessari non ci sono ancora tutti – è intenzionata a pagare.

“La situazione ha cominciato a puzzare a febbraio”, riprende Pellegatta. “Mi chiamano per commissionare cornici personalizzate, mi inviano anche il logo che avrei dovuto aggiungere. Ci accordiamo per una nuova gamma di colori. Io faccio notare alla buyer, la figura interna a Mercatone Uno che si occupa dei rapporti coi fornitori, che aspetto ancora 241mila euro di arretrati”.

“Le dico che non li pretendo tutti subito: capisco che Rigoni stia facendo un grosso investimento e che far ripartire Mercatone Uno sia difficile. Rimaniamo d’accordo che se mi arriva un piccolo pagamento – anche un terzo degli arretrati basterebbe, per dimostrare buona volontà – io continuo a consegnare nuova merce. Riconoscono le mie ragioni, mi chiedono di esser pronto a spedire tutto a inizio marzo, non appena fosse effettivo il bonifico”, prosegue.

Marzo arriva, ma non succede nulla. Pellegatta va a colloquio da Rigoni, nel frattempo il debito è lievitato: 280mila euro. Lui blocca le consegne. Dall’altra parte comincia una sequela di “pago oggi”, “pago domani”, “pago settimana prossima”. Finché a fine maggio non arriva via Facebook la notizia di chiusura battenti.

Mercatone Uno ex fornitore | I sospetti di Pellegatta

Fallimento Mercatone Uno – “Truffa, questa è la parola giusta. È una parola grossa, ma è la parola giusta. Anche perché nelle relazioni trimestrali ripetevano sempre che andava tutto bene. Se non è truffa, quantomeno c’è malafede”, attacca il fornitore. Racconta che i vertici aziendali, pur dicendo di non avere i soldi necessari per pagare i vecchi ordini, durante le fiere internazionali di settore del 2019 – in Germania, in Francia, a Milano – hanno continuato a reclutare nuovi fornitori.

“A me, ma anche a moltissimi altri colleghi, è stato ripetuto più volte da persone interne all’azienda – figure che non potevano ignorarne la condizione finanziaria – che assolutamente non sarebbe stato possibile dichiararne il fallimento: il gruppo ha all’attivo 20mila ordini. Si tratta di famiglie che hanno pagato acconti per acquisti consistenti – cucine, salotti – e ora non riceveranno nulla”, sostiene.

Ma per Pellegatta non tutte le colpe sono da imputare a Rigoni e soci. “Chi doveva vigilare, non ha vigilato: quindi è in combutta con l’amministrazione Shernon”, chiosa. “I commissari dovrebbero tenere sotto controllo l’azienda per due anni dopo averla venduta: è mai possibile che quest’azienda, dopo una manciata di mesi dall’insediamento dei nuovi amministratori, già non pagasse più? Se io o lei vogliamo comprare una casa, per fare il rogito ci chiedono garanzie. E a questi nessuno ha chiesto nulla?”.

“Anche per comprare una macchina ci vogliono garanzie: se non la paghi tu, la deve pagare la banca o chi per te, altrimenti la targa non te la mettono. E qui un signore con niente in tasca – che secondo quanto stabilito dal Tribunale di Vicenza nel 2014 aveva già fatto fallire un’altra società, la Ctf Italia Srl – ha potuto rilevare tutto senza batter ciglio? Mi vuole venire a dire che non c’è dolo e premeditazione?”, si accende.

Fallimento Mercatone Uno | Le richieste dei fornitori

Dopo una lunga telefonata in diretta con un portavoce dei fornitori di Mercatone Uno impegnato al tavolo tecnico che si è tenuto al Mise (il ministero per lo Sviluppo economico, ndr)  il 30 maggio, ricapitola la situazione: “Ci siamo associati a un gruppo d’imprenditori che vantano crediti per far valere le nostre ragioni. Vorremmo che la gestione Shernon rientrasse in amministrazione straordinaria, per riaprire i magazzini e vendere quello che ancora contengono”.

“C’è chi parla di merce acquistata dall’azienda per 28 milioni di euro, il che significa che sarebbe vendibile per il doppio di questa cifra o giù di lì. Riaprire consentirebbe anche di dare una risposta a quei 20mila clienti che hanno versato un acconto. Venduta la merce, poi, potrebbero vendere i capannoni”, ipotizza l’imprenditore.

“Sto facendo i conti della serva, eh, ma questi conti mostrano che se si trovasse qualcuno disposto a mettere i sodi necessari a far ripartire la macchina, poi il buco di 90 milioni contestato a Shernon si coprirebbe da sé, in buona parte”, chiarisce. “Ristabilire l’amministrazione straordinaria  permetterebbe di riaprire le aste: so per certo che ci sono realtà interessate all’acquisto di Mercatone Uno, anche se non voglio fare nomi”, continua. Prima, però, dovrebbero cambiare i commissari: “Il loro mandato è in scadenza… e comunque si sono dimostrati inadatti al ruolo”, ribadisce.

Fallimento Mercatone Uno | La condizione dei clienti

Tra chi ha versato acconti per poi restare a mani vuote c’è Giovanna: “Ho anticipato 4.400 euro per una cucina che ne vale 10mila. Ho fatto smantellare quella vecchia e ho dato il via a lavori di ristrutturazione per esser pronta a sistemare in casa i nuovi componenti d’arredo, che mi era stato assicurato sarebbero arrivati a breve”, dichiara.

Poi sospira: “Ora non ho più niente. Ma Altroconsumo ha messo a disposizione un modulo da compilare per chiedere di essere inseriti nella procedura di recupero fallimentare. C’è tempo fino al 30 settembre per consegnarlo: poi bisogna vedere cosa deciderà il curatore fallimentare. È giusto che chi ha perso il lavoro abbia la precedenza, ma poi ci siamo anche noi”, conclude.

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