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Douglas chiude 128 profumerie in Italia: oltre 500 posti di lavoro a rischio

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Credit: ANSA

Douglas chiude 128 profumerie in Italia: oltre 500 posti di lavoro a rischio

Oltre 500 persone – in grandissima parte donne – rischiano di perdere il lavoro a causa del massiccio piano di chiusure in tutta Italia annunciato di recente dalla catena di profumerie Douglas. All’inizio di febbraio 2021 l’azienda, leader nazionale nel settore beauty luxury, ha annunciato che intende chiudere 128 dei suoi circa 500 negozi italiani entro giugno 2022: in pratica uno su quattro. Di questi, 17 è previsto che siano smantellati in tempi molto stretti, entro il 31 marzo 2021.

Motivo? Douglas ha deciso che bisogna puntare tutto, o quasi, sull’e-commerce. Che sta prendendo sempre più piede fra i clienti e che, soprattutto, costa assai meno all’azienda in termini di personale e affitto degli immobili.

Il piano di chiusure di Douglas

Già da qualche anno il Gruppo – 20mila addetti sparsi in tutta Europa, quartier generale a Dusseldorf, in Germania – spinge per una trasformazione dei propri stores.

Per molte lavoratrici italiane un primo momento di svolta c’è stato nel 2017, quando Douglas ha messo le mani sui due piccoli colossi italiani Limoni e Gardenia. Fin da subito la policy della catena tedesca è stata abbastanza chiara: le profumerie sono roba vecchia, devono evolversi e diventare qualcosa di simile a centri di cosmetica.

Ma ora l’azienda vuole fare un balzo ulteriore: disfarsi di quei negozi considerati ormai inutili, non più strategici. E allora si taglia, si chiude. E non solo in Italia. Douglas prevede di smantellare complessivamente, entro settembre 2022, circa 500 dei suoi 2.400 negozi europei.

La maggior parte delle chiusure riguarderanno il Sud-Europa, ma abbasseranno per sempre le serrande anche 60 dei 430 negozi in Germania. Con l’importante precisazione che lì – dove le politiche attive del lavoro funzionano – gli addetti coinvolti saranno destinati e percorsi di formazione orientamento lavorativo.

I conti di Douglas: e-commerce in crescita

Nell’anno fiscale 2019-2020 (che va da settembre a settembre) il Gruppo Douglas ha realizzato in giro per l’Europa ricavi pari a 3,2 miliardi di euro: il 6,4% in meno rispetto al 2018-19.

Complici le chiusure imposte dall’emergenza Covid, le vendite nei negozi sono diminuite del 15,8%, mentre sono aumentate del 40,6% le transazioni online, da cui deriva oggi circa un quarto del fatturato complessivo annuo.

In Italia, nello stesso periodo, i negozi hanno perso il 20,3%, mentre l’e-commerce – sebbene valga ancora poco rispetto alla media internazionale del Gruppo – ha più che raddoppiato il proprio impatto sui conti aziendali, passando da una quota del 3,5% del fatturato all’8,3%.

Mettendo insieme vendite in store e vendite online, l’esercizio 2019-20 si è chiuso per il mercato italiano con ricavi per 359 milioni di euro (-16,2% rispetto all’anno precedente).

La trattativa con i sindacati

Come detto, Douglas ha annunciato il proprio piano di chiusure all’inizio di febbraio. Da allora i sindacati di categoria – Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs – hanno attivato lo stato di agitazione nazionale. Ci sono stati due incontri con la Direzione aziendale e un terzo è in programma per il prossimo 16 marzo.

Le sigle hanno anche chiesto l’apertura di un tavolo al Ministero dello Sviluppo economico. La Direzione aziendale non ha ancora presentato il suo Piano commerciale e per ora ha indicato sulla mappa solo 99 dei 128 negozi che intende chiudere, sparsi in tutta Italia. Quali siano gli altri 29 non è ancora dato sapersi.

Nel loro primo incontro, sindacati e management hanno raggiunto una mini-intesa per l’attivazione della Cassa Covid per ulteriori 12 settimane – dal primo febbraio al 30 giugno 2021 – con l’integrazione al 100% del salario. Inoltre Douglas ha fatto sapere di aver già sottoscritto accordi di riservatezza con 6 diversi operatori del settore che avrebbero manifestato interesse ad acquistare alcuni dei negozi del brand tedesco.

Il futuro delle lavoratrici

Che ne sarà delle lavoratrici? Difficile dirlo. Nel breve periodo, in particolare per le commesse dei 17 negozi in chiusura il 31 marzo, sarà importante capire che ne sarà del blocco governativo dei licenziamenti, in scadenza proprio con la fine di marzo ma che potrebbe essere prorogato.

Finché ci sarà il blocco le lavoratrici non potranno essere licenziate. Quel che accadrà dopo è impossibile prevederlo oggi.

Posto che difficilmente l’azienda retrocederà dal proprio piano di smantellamenti, le principali strade possibili per le lavoratrici coinvolte vanno dall’apertura di una procedura di mobilità incentivata al trasferimento in altri punti vendita dell’azienda, passando per accordi di pre-pensionamento. L’obiettivo dichiarato dei sindacati è “evitare una crisi occupazionale”. Ma intanto ci sono 500 famiglie italiane in ansia.

Leggi anche: Milano, storica sentenza per i diritti dei rider: “Cittadini, non schiavi. Vanno assunti in 60mila”

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