Italia e Giappone, non tutti i debiti sono uguali

Italia e Giappone hanno un’enorme debito in proporzione alle loro economie, esposto a livello geografico in modo differente. Ma non tutti i debiti sono uguali, non solo per ammontare ma soprattutto per caratteristiche. Cosa significa avere tanto debito, detenerne tanto all’estero oppure entro i confini nazionali. Con i commenti di Aresu, Canegrati e Pezzulli sul mostro delle finanze statali

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 6 Lug. 2020 alle 17:25 Aggiornato il 6 Lug. 2020 alle 19:02
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Immagine di copertina

Avere più debito fra i residenti, riportare “il dovuto” a casa. Forse è questo, nemmeno tanto velatamente, il tentativo del governo italiano nel lungo periodo. Fare si che sia sempre minore la quota di debito detenuta da residenti esteri. Attualmente, l’imponente massa di debito pubblico, è stata pari a quasi il 135% del Pil alla fine del 2019.

Di recente il Tesoro ha piazzato dei titoli a 5 anni rivolti ai residenti, i BTP Italia, con cui ha raccolto circa 22 miliardi. Di questi, 14 sono stati per  i retailer (piccoli risparmiatori), mentre 8 miliardi sono stati “piazzati” verso “istituzionali” (fondi pensione, banche , assicurazioni).

L’intento – così parrebbe – è quello di invitare all’acquisto i residenti, con aste “attraenti” e con dei premi per chi il titolo lo mantiene sino alla sua scadenza. Attraenti poichè il rendimento è più che buono, basti pensare che l’ultima asta di BTP Italia ha un tasso sulla scadenza a cinque anni dell’1,4% reale (al netto dell’inflazione).

Il Caso Giapponese e il caso italiano

Un noto paese, al quale una parte della classe politica italiana fa sempre riferimento quando si parla di alto debito è il Giappone. Si sente spesso dire, infatti, “Ma qual’è il problema? Facciamo come i giapponesi”.

Il debito di Tokio è smisuratamente più grande dell’Italia, e presenta tassi d’interesse comunque negativi a partire da diverse scadenze. Tale andamento solletica, come detto, la facile narrativa che il debito non sia un problema.

Prima della cresi causata dal Covid-19, come anticipato, il debito pubblico italiano dell’Italia rispetto al Pil era del 135% del Pil alla fine del 2019, mentre il Giappone andava oltre il 235%.

Si, è vero, ma come tutte le cose, fermarsi alla superficie non aiuta, e si rischierebbe di giudicare il libro dalla copertina.

Il Giappone, infatti, detiene buona parte del debito fra le mura domestiche per circa il 90%. I Giapponesi acquistano i titoli di Stato di buon grado e in grande quantità, cosa che ha reso il Giappone uno stato che deve, per una buona parte dell’ammontare – gioco di parole a parte – il denaro a se stesso.

Ne detiene una buona fetta la Banca Centrale del Giappone, oltre, come detto, gli stessi giapponesi, in maniera diretta (risparmiatori) o indiretta (attraverso sottoscrizioni o quote di fondi istituzionali residenti sempre in Giappone).

Ma per l’Italia potrebbe essere la stessa cosa? Detenere più debito fra le mura domestiche salverebbe le sorti del Belpaese? Sarebbe più sicuro e meno esposto ai venti speculativi che ne aumentano i tassi di interesse e quindi il suo costo di finanziamento?

Il mercato giudica il Giappone più affidabile, tanto è vero che i tassi d’interesse sulle sue obbligazioni statali sfiorano lo 0%, mentre già dal bond a 8 anni il tasso è negativo, mentre il BTP italiano oscilla sul un livello compreso fra l’1,2% e l’1,3%.

Fra i motivi per cui il mercato giudica il debito nipponico sostenibile ci sono altri diversi fattori.

Il Giappone ha una spesa pensionistica sotto il 10% (Dato OCSE al 2015) del Pil mentre l’Italia supera 16% (dato OCSE al 2015) e non sarà sicuramente calato adesso, con l’introduzione della dibattuta Quota 100.  La spesa pensionistica rappresenta infatti la una delle voci di uscita più importante dello Stato italiano.

Inoltre, cosa importantissima, la pressione fiscale Giapponese, stando all’ultimo dato aggiornato OCSE (2017) , è circa il 31%, a differenza dell’Italiana che è di circa il 42%(Dati Nadef e Istat e ancora OCSE). Cosa significa? Che in casi di shock finanziario, il governo giapponese ha margine per l’innalzamento delle tasse come copertura, mentre il governo italiano è già abbondantemente al limite.

In buona sostanza, il debito giapponese è si più elevato, ma ha caratteristiche che lo rendono più sostenibile e affidabile dell’italiano. Fra le varie caratteristiche, spende meno proporzionalmente per le pensioni e ha margine per solleveare le tasse in caso di necessità. Tutte cose che i mercati osservano con attenzione.

Il debito “domestico” e “straniero” nell’Unione Europea

Differenze significative possono essere osservate in tutta l’Unione europea (UE) per quanto riguarda il settore in cui il governo ha piazzato (deve restituire) il proprio debito. 

Tra gli Stati membri per i quali sono disponibili dati elaborati dall’Eurostat, la quota di debito pubblico detenuta da società finanziarie (residenti) alla fine del 2019 era il più alto in Danimarca (74%), seguito dalla Svezia(73%), Croazia (67%) e Italia (63%).

Al contrario, la maggior parte del debito detenuto da non residenti era registrato a Cipro (80%), davanti a Lituania (76%), Lettonia (74%) ed Estonia (70%).

In generale, in tutta l’UE, meno del 10% del debito era detenuto dai settori non finanziari residenti (non finanziari, società, famiglie e istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie), con le evidenti eccezioni d Ungheria (28%), Malta (26%), Portogallo (15%) e Irlanda (11%).

Sul caso giapponese, TPI ha chiesto un’opinione a Emanuele Canegrati – senior analyst per BP Prime.

“Attualmente, il Giappone ha un livello di debito pubblico così elevato in rapporto al Pil che difficilmente il paese potrà mai rimborsare l’intero importo ai suoi creditori, che poi, per la gran parte, sono i suoi stessi cittadini. In caso di ristrutturazione del debito, sarebbero quindi gli stessi contribuenti giapponesi a vedersi tagliare il valore delle loro posizioni creditorie”.

“Dal momento che i giapponesi sono obbligati a comprarsi anno dopo anno il roll-over del proprio debito, se non vogliono che questo fallisca, la loro ricchezza patrimoniale dovuta ai titoli sovrani detenuti è solo fittizia e non può essere considerata “netta”, dal momento che deve continuamente essere reinvestita in nuovi acquisti, anziché essere spesa” sottolinea Canegrati.

Sul peso del debito, il Professor Canegrati delinea la questione sul comportamento del Paese del Sol Levante e la sua politica nel gestirlo per far fronte al pericolo dei mercati.

“Se il livello del debito fosse piccolo in rapporto al gettito fiscale raccolto tramite le tasse, il pagamento degli interessi sul debito avrebbe un valore ridotto. Ma non è questo il caso del Giappone. Maggiore è il rischio di insolvenza, inoltre, maggiore è il tasso di interesse che i bond devono offrire per ristorare il rischio sopportato dagli investitori”.

“Per ridurre l’onere del debito,” – spiega Canegrati – “la banca centrale giapponese ha dovuto azzerare i tassi di interesse e acquistare titoli di stato per fornire più liquidità al sistema finanziario. Poiché il debito giapponese è così elevato, la spesa per interessi è facilmente influenzata dagli aumenti dei tassi”.

“Osservando le tendenze macroeconomiche attuali, possiamo affermare che il governo nipponico potrebbe presto non disporre di entrate fiscali sufficienti per coprire i pagamenti della quota interessi. Dopo questa crisi finanziaria, che ha colpito duramente anche l’economia giapponese, è prevedibile che, dal 2030 in poi, supponendo che il gettito fiscale del Giappone rimanga costante e che non vi siano altri shock economici (il che è però improbabile), i rimborsi degli interessi sul debito sono destinati a superare il gettito fiscale. Per il debito giapponese potrebbe quindi essere il default” ha evidenziato il capo degli analisti di BP Prime.

Canegrati conclude poi tracciando le caratteristiche dei debiti dei paesi europei, che seppure abbiano in diversi casi il debito detenuto da investitori esteri, riescono ad avere rendimenti (costi) bassi per il loro finanziamento.

“Anche in Europa ci sono diversi paesi che, nonostante abbiano il proprio debito detenuto per la maggior parte da investitori esteri, hanno dei rendimenti molto bassi. Questo per il fatto che la BCE, in questo momento, si trova nella condizione di dover seguire le stesse politiche monetarie ultraespansive che sta seguendo la Banca del Giappone, anche se alcuni paesi, come quelli del Nord Europa, riescono ad avere i rendimenti bassi anche per via del loro elevato livello di reputazione nella gestione delle finanze pubbliche” ha sottolineato l’analista del broker londinese.

Va sottolineato, cosa non trascurabile, che il debito pubblico ha anche una sua funzione strategica, sia essa domestica che estera. 

Alessandro Aresu – consigliere scientifico di Limes ed esperto di geopolitica – ha commentato per TPI.

“Il debito pubblico italiano è un Giano bifronte: da un lato, vincolo e fardello per le politiche per la crescita e per la credibilità finanziaria del Paese; dall’altro, strumento di interconnessione dell’Italia con altri sistemi, anche con un potere di detonazione all’interno dell’Eurozona, per esempio per quanto riguarda l’esposizione verso l’Italia di istituzioni finanziarie francesi”

“A mio avviso,” – sostiene Aresu – “la politica di detenere asset entro i confini nazionali è importante soprattutto per attirare il retail, mentre da parte degli investitori istituzionali italiani l’esposizione sul debito è già importante.   In ogni caso, bisogna pensare a un equilibrio più ampio tra debito, risparmio e investimento. È essenziale la capacità di rendere il risparmio di un Paese un asset nazionale”.

Aresu va ancora più a fondo,  tracciando quello che è stato il percorso del risparmio e il suo utilizzo.

“C’è un passaggio interessante nelle conclusioni delle recenti memorie di un protagonista del capitalismo italiano, Franco Bernabè, che scrive:  ‘L’Italia subisce la finanziarizzazione dell’economia mondiale senza averne alcun beneficio. Una parte importante del risparmio che si genera nel nostro paese alimenta la crescita di altri sistemi economici’.
È necessario invertire questa rotta. La posizione dell’Italia si rafforza connettendo maggiormente risparmio e investimento, finanza e manifattura, affinché il risparmio non sia solo una forza ‘dormiente’ di copertura, una specie di ghiro che può essere svegliato da cigni neri o usato per gli stereotipi di altri Paesi verso gli italiani ‘ricchi che si lamentano’”.

“La capacità di rendere produttivo il risparmio italiano dipende da strumenti adeguati (una strada inaugurata con i PIR e con le SPAC) ma anche da una struttura finanziaria nazionale, che è fatta di società di gestione (l’Italia ha perso importanti asset negli ultimi anni), banche di investimento, studi legali, consulenti, maturità manageriale degli investitori istituzionali nazionali. Sono elementi che, messi in fila, concorrono a rafforzare o ad indebolire la forza geopolitica di un Paese” conclude Aresu.

Per Bepi Pezzulli – esperto di mercati dei capitali – “l’Italia è un’anomalia.”, segmentando la situazione in due questioni prncipali.

“Il primo problema è la nota equazione alto debito pubblico/alto risparmio privato, con il secondo che finora ha reso sostenibile il primo, ma che periodicamente evoca lo spettro dell’imposta patrimoniale. Il secondo problema è il doom loop tra banche e debito pubblico che amplifica la fragilità finanziaria del sistema”.

“Qui ci sono un tema finanziario, ed un tema economico, che vanno risolti”, commenta l’italo-britannico.

“Dal punto di vista finanziario è possibile elaborare una soluzione. Il concetto è che la composizione dello stock del debito pubblico ne cambia il profilo di rischio. Quindi è necessario offrire uno strumento in grado di canalizzare l’alto stock di risparmio privato verso il debito pubblico, internalizzando parte del rischio paese e riducendone l’esposizione allo spread” argomenta l’esperto.

“In alcuni Paesi (USA, UK, Svizzera, Olanda, Lussemburgo e Irlanda) esistono conti pensione individuali non redimibili fino all’età pensionabile che consentono di investire i risparmi in debito pubblico in cambio di una esenzione fiscale totale ed altri benefici, come ad esempio la impignorabilità e la insequestrabilità del conto. Di fatto, il debito pubblico deve diventare il terzo pilastro del welfare”.

Pezzulli specifica poi quali siano le differenze con le emissioni rivolte al pubblico domestico fatte in Italia.

“Questa è cosa ben diversa dalle emissioni riservate o dai BTP Italia, perché detenere il debito pubblico in conti pensione individuali non altera in alcun modo le caratteristiche dei titoli, ma li sottrae alla disponibilità della speculazione.

Pezzulli concorda poi con Aresu sul tema geostrategico. “Il controllo sul debito pubblico è anche un fatto di sicurezza nazionale; cedendo pezzi del sistema finanziario – e ora nella sciagurata ipotesi di scorporo di MTS (la piattaforma di gestione del debito sovrano) dalla Borsa di Londra – si sono messe fette importanti del risparmio privato e del debito pubblico in mani francesi aumentando la capacità di influenza  di Parigi in Italia” sottolinea Pezzulli.

“Dal punto di vista economico, il problema dell’alto debito pubblico non verrà mai risolto senza crescita del Pil. Ma, al momento, gli incentivi alla decrescita sono enormi: in particolare, la pressione fiscale insostenibile e la scarsa produttività”

“Va quindi risolta l’endemica arretratezza strutturale del Paese” – prosegue argomentando la versione – e questo implica che è necessario un ribaltamento di paradigma e di cultura: la ricchezza non va tassata, ma avvicinata all’economia per raggiungere un equilibrio ottimale tra debito, risparmio e investimenti”.

“Quando si parla di Giappone, la parola chiave è Abenomics, la strategia a tre punti di Shinzo che implica politica fiscale, politica monetaria e riforme strutturali. Da Tokyo si può imparare molto” ha proseguito Pezzulli.

L’Italia, insomma, è l’Italia, con i suo pregi e difetti, il Giappone idem.  Non tutto si può paragonare, perchè, come gli Stati, anche i debiti non sono tutti uguali.

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