Me
HomeEconomia

C’erano una volta le Telco. La crisi del settore delle telecomunicazioni rischia di paralizzare l’economia nazionale

Di Redazione TPI
Pubblicato il 9 Dic. 2019 alle 15:36 Aggiornato il 9 Dic. 2019 alle 15:37
Immagine di copertina

Il mercato delle telecomunicazioni in Italia rischia il tracollo: tra aste per il 5G, la guerra delle tariffe e il mancato consolidamento del settore, le aziende di telefonia hanno perso negli ultimi 10 anni quasi 12 miliardi di ricavi e circa 16 mila posti di lavoro.

L’allarme proviene dal settimanale economico Affari & Finanza, che apre l’edizione di oggi con un ampio focus sullo stato delle Tlc del Paese, che evidenzia come l’Italia sia il mercato messo peggio in Europa: “Conti alla mano, le aziende non sono le principali colpevoli. Mentre il contatore dei ricavi correva all’indietro, i margini lordi sono rimasti stabili fino al 2012. Poi anche le efficienze e le razionalizzazioni hanno preso il sopravvento e il calo si è fatto più pesante. Ci si è rimesso in posti di lavoro”. I dati sindacali sono sconcertanti: nei prossimi anni si stimano altri 10mila dipendenti in meno, tra telco, manifattura e call center.

Come si è arrivati a questo? Le cause individuate sono molteplici. In primis, va considerato che la velocità del ricambio tecnologico ha costretto gli operatori a investire nella tecnologia successiva quando ancora non era stata ripagata la precedente. Ma non va certo dimenticato che negli ultimi anni si è generata una guerra dei prezzi che ha pesantemente penalizzato i player più importanti, con l’ingresso sul mercato italiano di un quarto operatore – Iliad – e la sua strategia aggressiva con tariffe iperscontate, che però oggi sembra in crisi. L’ingresso di Iliad ha quindi fatto ripartire l’erosione di ricavi e margini, con il risultato che – a fronte di qualche euro risparmiato dai consumatori – il Sistema Paese si è indebolito fortemente.

Sulla guerra tariffaria, Affari & Finanza evidenzia l’effetto delle politiche del Commissario Europeo all’Antitrust, Margarethe Vestager, che dal 2016 ha accelerato su una visione consumeristica del mercato Tlc per mantenere alto il numero degli operatori nazionali, in modo da spingere in basso le tariffe, compromettendo però i margini degli operatori.

Anche in Italia sono diversi gli esempi delle pressioni a cui sono sottoposte le aziende del calibro di Tim, Vodafone e Wind-3: basti pensare che pochi giorni fa il Governo era pronto a varare una legge – per adesso accantonata dopo le forti proteste degli operatori – che avrebbe introdotto una tassa di 10 € per le 9,5 milioni di schede Sim intestate alle aziende.

Un accanimento nei confronti del settore che rischia di fermare l’importante piano di investimenti che le società Tlc stanno portando avanti, con una media che si attesta tra i 6 e i 7 miliardi di Euro ogni anno). Un autogol che sarebbe devastante per il processo di innovazione nelle infrastrutture e nel digitale, che ad oggi rappresentano l’unico percorso capace di generare nuovi servizi e, soprattutto, posti di lavoro. È necessaria quindi un’inversione di rotta: “Servono ulteriori investimenti e che si creino le condizioni perché il mercato dell’innovazione digitale decolli davvero”. Oltre agli investimenti nella tecnologia, “le telco (…) hanno versato allo Stato, dal 2011 a oggi, 5,3 miliardi di costi di licenze, e altri 5,3 ne devono finire di pagare nei prossimi anni”.

Nell’articolo, con l’ausilio di Pietro Guindani, presidente di Asstel, si confrontano le dinamiche delle tariffe Tlc rispetto al settore delle Utility: per la telefonia i prezzi calano del 31%, mentre quelle dell’acqua aumentano del 71%, la luce del 29%, il gas del 16%. I dati di confronto con l’estero sono ancora più esplicativi: l’Italia è il Paese in cui un GB di traffico costa meno in Europa, con 17,4 giga per una spesa di 10€, mentre in Francia ci si ferma a 10 giga, negli UK a 5 e in Germania a 3.

Come uscirne? La ricetta proposta è quella sulla quale gli operatori, italiani ed europei, puntano da anni: ripartire dalle fusioni e dal consolidamento del mercato. Il progetto di concentrazione delle torri di Tim e di Vodafone in Italia, con la condivisione di ampie parti delle reti, è in linea con questo obiettivo, ma è tuttora sotto scrutinio europeo. Tutto questo mentre in Cina, due dei tre più grandi operatori si fonderanno, risparmiando 30 miliardi di dollari in un mercato da 1,6 miliardi di utenti.