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Home » Cultura

Torino, ecco ULTRALIGHT: arte e design in occasione delle Nitto ATP Finals 2026

Immagine di copertina

La Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani ospita la Tennis Family House, il format di Hospitality dedicato agli ospiti istituzionali dell'evento

La luce ha il potere di trasformare lo spazio: rivela, nasconde e modifica la percezione delle forme e delle architetture. Attraverso riflessi, trasparenze e contrasti, la materia perde il proprio peso e lo spazio assume nuove dimensioni. ULTRALIGHT è un percorso tra arte e design in cui la luce diventa elemento narrativo e strumento di interpretazione dello spazio.

Per il sesto anno a Torino, in occasione delle Nitto ATP Finals 2026, la Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani ospita la Tennis Family House, il format di Hospitality dedicato agli ospiti istituzionali dell’evento. Ne scaturisce una riflessione sul rapporto tra spazio, luce, parola e contrasti leggeri grazie all’inserimento di opere luminose o di materiali rifrangenti in grado di amplificare i volumi mediante un primo riferimento allo storico Teatro Regio di Torino, da cui lo studio di design 6:AM prende ispirazione per la progettazione del foyer. Opere luminose, superfici riflettenti, dipinti, fotografie e sculture dialogano con gli ambienti e con gli elementi di design, un percorso che reinterpreta l’immaginario teatrale attraverso gli interventi degli artisti e dei designer coinvolti.

Sulla facciata esterna del teatro, SPACE-TIME SUPEROSCILLATIONS, 2026 l’opera su schermi LED di Alice Guareschi, ideata e prodotta per l’occasione, accoglie i visitatori. Un messaggio luminoso scorre, appare e scompare, richiamando il linguaggio delle insegne pubblicitarie e dei sistemi di comunicazione urbana. La parola perde la propria funzione informativa per diventare un dispositivo poetico che introduce una riflessione sul rapporto tra spazio e tempo.

All’interno il foyer viene reinterpretato dallo studio 6:AM attraverso un progetto immersivo ispirato all’atmosfera enigmatica della Black Lodge di Twin Peaks e all’architettura del Teatro Regio di Torino di Carlo Mollino. Il colore rosso avvolge pavimenti, pareti ed elementi architettonici, mentre le lampade Quadrato e Sistema in vetro soffiato accentuano il carattere scenografico dell’ambiente. Un déjà-vu sospeso tra il ricordo dei teatri storici torinesi e una dimensione cinematografica.

Alle pareti, due opere su tela di Eugenia Vanni, della serie Tournée, 2025, appartenenti alla ricerca che l’artista svolge per indagare il valore del proibito. Un tendaggio che separa la scena dell’azione da quella della preparazione, scandendo il valore del tempo e del lavoro dietro le quinte. Due sipari neri che celano un’assenza o una presenza dietro di essi per stimolare una riflessione su ciò che vediamo rispetto a ciò che non vogliamo mostrare, preferendo a volte una scena muta, piuttosto che un’apparizione fugace.

Nel Piccolo Teatro prende forma Casa Piemonte, un progetto dedicato all’identità culturale e produttiva della regione, raccontata attraverso il cibo, l’arte e il design contemporaneo. Il percorso si apre con una fotografia d’archivio di Carlo Vannini, gentilmente concessa dal Teatro Regio di Torino, dove la sala progettata da Carlo Mollino appare in tutta la sua bellezza. Un vuoto per dar voce agli ambienti e le architetture come momento di stasi dalla frenesia teatrale.

Nel centro della sala campeggia l’opera ambientale Temporali, 2015, di Alberto Garutti catalizzando lo sguardo dell’osservatore verso l’alto.

Un’opera luminosa le cui luci aumentano d’intensità ogni volta che un fulmine cade sul territorio italiano. Connessa da remoto alla stazione Meteorage, attraverso un meccanismo si attiva quando una scarica elettrica colpisce il suolo per dichiarare allo spettatore il legame tra l’arte e l’energia primigenia della natura, ribadendo il valore dell’opera d’arte come strumento di mediazione tra l’uomo e il mondo. “Ciò che più conta nell’arte – afferma l’artista – è la misteriosità dell’evento visivo e ‘Temporali’ parla il linguaggio enigmatico della luce e delle forze primordiali che ne provocano l’apparizione.”

Nell’ambiente è inserita la scultura in vetro Senza titolo, 2026, di Diego Perrone. Si tratta dell’ultima produzione dell’artista in vetro pieno che riporta al suo interno alcuni frammenti e simboli dell’economia rurale della regione, dove è nato e cresciuto, raccontando uno degli aspetti più interessanti del territorio, dal punto di vista sociale e produttivo.

Sulle pareti due fotografie di Alice Guareschi del progetto Je m’appelle Olympia, 2023, rievocano il legame dei piemontesi al teatro: sin dall’antico teatro romano del primo secolo, quando la città era conosciuta con il nome di Augusta Taurinorum, e la sua successiva trasformazione, in età sabauda, in capitale europea della cultura.

Le opere sono parte della documentazione di un’azione eseguita nel 2012 per un pubblico selezionato di ospiti all’Olympia Music Hall, il leggendario teatro parigino. Le fotografie diventano l’unica testimonianza visiva di un teatro attivato quando in scena non c’è spettacolo, per risvegliarne la memoria latente e la vita che sfugge allo sguardo dello spettatore.

L’allestimento d’interni vede protagonisti i divani Gogan di Patricia Urquiola e le poltrone One Page di Ron Arad per Moroso, nei toni del bianco e del nero. I divani Gogan si ispirano alle pietre giapponesi levigate dall’acqua e dal tempo, traducendone le forme organiche in volumi morbidi e irregolari. Un equilibrio tra pieni e vuoti che conferisce leggerezza a elementi dall’aspetto scultoreo. Le poltrone One Page nascono invece dall’idea di modellare un unico foglio, dando vita a una superficie continua e avvolgente in cui seduta, schienale e braccioli si fondono in un solo gesto formale. Due interpretazioni della materia e della forma che si inseriscono nell’ambiente in dialogo con le opere e l’architettura.

A completare la sala, i coffee table MOSTRO, disegnati da BRH+ per MMOOS., nuova realtà del design italiano dedicata alla lavorazione della pietra naturale e del marmo. Realizzata in marmo rosa Peralba e travertino, la collezione trasforma la sedimentazione millenaria della pietra in moduli dalle geometrie variabili, simili a frammenti architettonici. Un linguaggio che mette in relazione antico e contemporaneo, recuperando suggestioni del Neoliberty italiano.

Sul palcoscenico del Teatro prende forma l’installazione ambientale Sweet dreams di Alice Ronchi, progettata e prodotta per l’occasione. L’intervento sfrutta il ricordo del “mobile” infantile per collegare il sogno alla realtà. L’opera, realizzata in acciaio lavorato a specchio, è infatti una pura estensione del potere dell’immaginazione che attraversa volutamente la storia dell’arte, da Mirò a Calder, per condurre la memoria al presente. Le forme fluttuano nello spazio sovrastante riflettendo le luci ed ampliando il principio delle mirror ball all’ambiente del teatro, restituendo così l’aura di un palcoscenico in azione a tutta la sala e ai suoi ospiti, che ne diventano i protagonisti.

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