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“Volevo abortire ma 3 ospedali mi hanno chiuso la porta in faccia”: la testimonianza di Luisa dalle Marche Medioevo

Immagine di copertina
credit: Eliano Imperato - AFP

Interrompere la gravidanza nella Regione guidata da Fratelli d’Italia è un calvario. La battaglia di Luisa contro il muro di gomma delle istituzioni. L'articolo sul nuovo numero del settimanale di The Post Internazionale, in edicola da venerdì 2 settembre

«Quando ho scoperto di essere incinta ho chiamato mio marito piangendo, non sapevo cosa fare, come avrei mantenuto questo bambino. Non è stata una decisione facile, anzi, ho sofferto molto. Come tormentato è stato il percorso per abortire». Luisa (nome di fantasia) ha 44 anni e due figli. La sua vita si svolge in un piccolo comune marchigiano che dà sul mare: Porto Sant’Elpidio. Poche anime, poco lavoro, tanti sacrifici. Luisa, colf presso alcune abitazioni private, racconta a TPI di quei giorni frenetici e disperati trascorsi tra telefonate, richieste, rinvii: «La dottoressa di base è obiettrice, la mia ginecologa anche. Ho provato a contattare la mia ex dottoressa che non è comunque riuscita a darmi il nome di un medico che potesse effettuare l’interruzione di gravidanza. A Fermo sono tutti obiettori. L’unica via era provare negli ospedali di Ancona, Macerata o Ascoli». La storia di Luisa è una fotografia perfetta di ciò che accade in molte province marchigiane e inquadra le difficoltà di chi decide di abortire molto più di quanto facciano le statistiche. «Ho fatto molte telefonate. Chiamando mi hanno tutti palleggiato da una struttura all’altra, dicevano di parlare con il Cup, prendere appuntamento, tempi lunghissimi», prosegue la 44enne che evidenzia come sia sempre più duro abortire man mano che le settimane passano.

Sulla percentuale di obiettori di coscienza nella regione si è aperto da settimane un dibattito acceso. A fronte dei dati emersi grazie al lavoro giornalistico di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, con l’inchiesta “Mai dati”, la Regione Marche ha recentemente reso noti numeri più aggiornati (sia di quelli di Fratelli d’Italia che del Ministero della Salute) e risalenti al 2021. Secondo quanto dichiarato dalla Regione, la percentuale media di obiezione per il 2021 è del 69 per cento (di poco inferiore a quella media riscontrata negli ultimi dieci anni pari al 70 per cento). Altri dati che possono aiutare a comprendere meglio la “situazione Marche” aggiornata al 2021 evidenziano che su 17 strutture sanitarie, ci sono 12 punti per l’interruzione di gravidanza (Ivg); presso una di queste non si pratica l’aborto e le altre quattro non hanno ginecologi. Nelle 12 strutture dove può essere praticatoo l’aborto, quattro hanno più dell’80 per cento di ginecologi obiettori di coscienza. Escluso il 100 per cento di Fermo, con 8 ginecologi obiettori su 8, ma che non è punto per l’interruzione volontaria di gravidanza, si registrano un 100 per cento a Jesi, un 91 per cento a Osimo, un 90 per cento a Fano, e un 82 per cento a Senigallia. Gli aborti eseguiti nel 2021 sono stati 1.129. Quelli tra gennaio e luglio 2022 sono 543.

Se il medico è in ferie

Questo è ciò che accade sulla carta. Dati e numeri, per l’appunto, che impallidiscono di fronte alla forza dell’evidenza di storie come quelle di Luisa. Il calvario, nel suo caso, non è stato nemmeno troppo lungo, ma la situazione è stata appesantita ulteriormente dal fatto che molti medici fossero in ferie mentre lei cercava una soluzione. «L’unico dottore che faceva l’intervento a Macerata era in ferie», spiega infatti Luisa. «A San Severino Marche l’unico dottore non obiettore era andato in pensione, tutti i nuovi medici sono obiettori e chi non è obiettore apertamente utilizza strategie per far passare il tempo, allungando l’attesa quasi fino a far scadere il tempo legale per abortire», ci racconta.

Luisa ha bussato all’ospedale di San Severino, a Macerata, ad Ancona ed è stata rimbalzata da tutte le strutture. Alla fine è riuscita a trovare aiuto presso l’Aied di Ascoli Piceno. «Mi hanno fatto un’intervista telefonica molto accurata, ho fatto poi una visita ginecologica in presenza. Sono stati tutti bravissimi. Dopo la visita hanno fissato l’intervento in convenzione con l’ospedale di Ascoli. Sabato 20 mi hanno operata. Quel giorno c’erano altre ragazze arrivate dalla provincia di Macerata, loro erano molto più avanti di me con la gravidanza: 11 e 12 settimane. Stesso problema, a Macerata gli unici medici che fanno questo intervento erano in ferie».

Ogni sabato, insieme ai medici che arrivano da altre regioni italiane, l’Aied di Ascoli Piceno accoglie le donne che richiedono l’interruzione di gravidanza. Ad Ascoli l’ospedale ha un altissimo numero di obiettori (quasi la totalità) e non è in grado di garantire un servizio continuativo. Quindi da oltre 40 anni esiste una convenzione affinché l’Aied se ne occupi direttamente. «È molto difficile trovare medici disponibili a operare, anche adesso che ne cerchiamo non si trovano facilmente. Ma il problema non è tanto l’impossibilità ad abortire nel modo classico, quanto di ottenere la pillola RU486». Lo spiega bene Tiziana Antonucci, presidentessa dell’Aied di Ascoli. Nella regione, ora guidata da Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia), le cose non sono mai state rosee, neppure sotto l’egida del centrosinistra. «La giunta FdI però ha peggiorato la situazione per i medici, che di fatto non applicano la direttiva di Speranza sulla RU486», specifica Antonucci.

Le linee guida del ministero della Salute, emanate il 12 agosto 2020 sulla base delle raccomandazioni dell’Oms e del parere favorevole del Consiglio Superiore di Sanità, sono chiarissime: l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico può essere effettuata fino a 63 giorni, pari a 9 settimane compiute di gestazione, presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché consultori, oppure day-hospital. La Regione Marche, non permettendo la somministrazione della pillola RU486 nei consultori e restringendo a sole sette settimane (49 giorni) di età gestazionale il limite massimo per effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza, limita di fatto (e di molto) la libertà delle donne ritardando le procedure e rendendole a volte quasi impossibili.

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