Via Poma, la sorella di Simonetta Cesaroni: “Trovai mia sorella morta e nell’ufficio c’era qualcuno nascosto”
Le parole della sorella della vittima
A distanza di 36 anni dal delitto di Via Poma, Paola Cesaroni, sorella di Simonetta, rompe il silenzio e racconta un dettaglio inedito e inquietante: la possibile presenza di una persona nell’ufficio dove è stata assassinata la ragazza. In un’intervista a La Repubblica, ricorda il giorno in cui ha trovato Simonetta morta. Ha capito che qualcosa non andava “quando non torna e non telefona. Simonetta chiamava anche per un piccolo ritardo. Quella sera niente”. Si reca, così, da Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta, che afferma di non sapere dove si trovino gli uffici: “Solo dopo ho ripensato alla sua agitazione. Quella sera mi sembrava quasi che lo stessimo disturbando”.
Arrivati in via Poma, la portiera, moglie di Pietrino Vanacore, nega di avere le chiavi dell’ufficio: “Lo ripeté più volte. Io insistetti: saliamo comunque, magari Simonetta si è sentita male”. Poi la stessa portiera tirò fuori il mazzo di chiavi che prima aveva negato di avere: “Dovetti insistere ancora. Aprì e disse: ‘Vede, ci sono quattro mandate. Era chiusa’. Dopo mi sono chiesta tante volte: perché ci fece perdere tutto quel tempo?”. Volponi entra: “Lo vedo arrivare in fondo al corridoio e tornare con le mani nei capelli. Corro. Nella penombra vedo una sagoma a terra, i capelli”.
Il fidanzato di Paola, Antonello, entra e vede tre strisce di sangue sulla porta, che successivamente scompaiono: “Nelle fotografie della Scientifica quelle tracce non ci sono. Per me c’è una sola spiegazione: quando entrammo in quell’ufficio c’era già qualcuno. L’assassino o qualcuno che doveva ripulire. È un pensiero che ancora mi dà i brividi. L’ufficio era grande. Poteva nascondersi e, quando siamo scesi, finire di cancellare le tracce”. Quando arriva la polizia, la portiera nasconde nuovamente le chiavi: “Le teneva dietro la schiena. Un agente le chiedeva e lei temporeggiava. Fui io a indicarla: “Ce le ha lei”. Un comportamento che ancora oggi non riesco a spiegarmi”.
Poi compare uno sconosciuto: “Pensai fosse un assistente sociale. Disse: ‘Il peggio deve ancora venire’. In Questura mi dissero che non era uno di loro. Non abbiamo mai scoperto chi fosse”. Sei giorni dopo il delitto, invece, Caracciolo, presidente regionale degli Ostelli, entrò nell’ufficio: “Perché glielo permisero? Perché consentirgli di spostare e portare via delle cose?”. Non solo, fu anche cambiata la serratura: “Quando? Da chi? Perché? Papà lo chiese. Nessuno rispose”. Simonetta Cesaroni, invece, prima di essere uccisa ricevette diverse telefonate anonime: “Un uomo le faceva complimenti e le diceva: ‘Tu mi conosci’. Non abbiamo mai saputo chi fosse”. Sull’indagine della procura di Roma, invece, Paola Cesaroni dichiara: “Vedo l’impegno del procuratore Lo Voi e del pm Lia. Restano 70 persone di cui abbiamo chiesto il Dna, da confrontare con quanto ritrovato oggi. Dopo 36 anni, sono ancora fiduciosa”.