Israele “nemico dell’umanità”? La verifica sul discorso di Francesca Albanese
Una frase diventata virale, una richiesta di rimozione dall’incarico ONU e un caso politico internazionale. Dopo il discorso di Francesca Albanese al Forum di Doha, la formula «Israele nemico dell’umanità» è diventata il centro della polemica. Ma cosa è stato realmente detto e su quali parole si fonda la richiesta di dimissioni?
Una relatrice speciale delle Nazioni Unite rischia il posto per una frase che, nella forma in cui è circolata, non compare nel testo del suo intervento. Dopo il discorso pronunciato il 7 febbraio al Forum di Doha organizzato da Al Jazeera, Francesca Albanese è stata accusata di aver definito Israele «il nemico comune dell’umanità». In Italia la polemica è stata rilanciata da diversi quotidiani e ha trovato un immediato sbocco politico: Fratelli d’Italia ha promosso una petizione per chiederne la rimozione dall’incarico ONU. In Francia il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha annunciato l’intenzione di chiedere ufficialmente le sue dimissioni. La questione, quindi, non è marginale né solo mediatica: una citazione diventata virale è stata trasformata in richiesta politica formale. Per capire se quella richiesta poggi su parole effettivamente pronunciate, bisogna tornare al testo integrale del discorso.
Ecco il passaggio centrale dell’intervento pronunciato da Albanese:
“Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la messa in atto di un genocidio. E il genocidio non è finito. Il genocidio, inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ormai chiaramente svelato. Era nell’aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti. È stato difficile denunciare il genocidio. Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel panorama mediatico, per tutte le perdite che ha subito come azienda editoriale. Ma nessuno lo sa meglio dei palestinesi stessi. I palestinesi hanno continuato a raccontare il diluvio che si è abbattuto su di loro senza tregua. E questa è una sfida. Il fatto che invece di fermare Israele, gran parte del mondo lo abbia armato, gli abbia fornito giustificazioni politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario. Questa è una sfida. Il fatto che gran parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato una narrativa pro-apartheid, una narrativa genocidaria, è una sfida. E allo stesso tempo questo rappresenta anche un’opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto così chiaramente le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l’ultima via pacifica, l’ultima cassetta degli attrezzi pacifica che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”.
Il passaggio evidenziato è quello che ha generato la polemica. Nel testo, la parola “Israele” compare nel paragrafo precedente, all’interno di una critica esplicita al sostegno politico e militare ricevuto. Non viene però ripresa come soggetto della frase “nemico comune”. La formulazione “Israele è il nemico comune dell’umanità” non è presente nel discorso. Il tono dell’intervento è duro, accusatorio, politicamente radicale. Ma la frase su cui si fonda la richiesta di dimissioni non compare nella forma in cui è stata riportata.
A confermare questo punto interviene Reuters, una delle principali agenzie di stampa internazionali, fondata nel 1851, con standard editoriali fondati sulla verifica documentale e sull’uso diretto delle fonti primarie. Le sue notizie sono utilizzate quotidianamente da redazioni in tutto il mondo. In un articolo dedicato alla polemica, Reuters scrive che una trascrizione del discorso visionata dall’agenzia non mostra che Albanese abbia definito Israele “enemy of humanity”. Non è una valutazione politica, ma una constatazione fattuale. E quando una richiesta di rimozione si fonda su una citazione specifica, il dato testuale è determinante.
Per capire come si sia arrivati alla formula diventata titolo, bisogna ricostruire il percorso con cui quel passaggio ha circolato online. Dopo l’intervento di Albanese, sui social inizia a diffondersi un estratto video molto breve, in cui la frase “come umanità abbiamo un nemico comune” viene isolata dal resto del periodo. In quella forma compressa, il riferimento a Israele — citato poco prima — appare saldato alla formula finale, trasformandosi nell’equazione “Israele nemico dell’umanità”. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, uno dei primi rilanci ad alta visibilità arriva da UN Watch, organizzazione guidata da Hillel Neuer, che pubblica il passaggio con un’interpretazione che accredita quell’equivalenza. Nei giorni successivi la deputata francese Caroline Yadan riprende sui social la stessa lettura, attribuendo ad Albanese la frase in forma assertiva; un fact-check di Les Surligneurs colloca il suo post all’8 febbraio e mostra come l’estratto non restituisca il contesto completo del discorso. Anche Le Monde parla esplicitamente di “video montage” circolato prima della richiesta di dimissioni. Da lì il caso entra nella dimensione istituzionale: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot annuncia l’intenzione della Francia di chiedere la rimozione della relatrice ONU. A quel punto la formula diventa titolo, posizione politica, richiesta ufficiale. La sequenza è verificabile: prima il clip parziale, poi l’attribuzione social, infine la reazione istituzionale.
Il legale di Albanese ha parlato di manipolazione e di diffusione di una frase inesistente. In una nota scrive che «l’affermazione contestata NON esiste» e che «come facilmente appurabile ascoltando l’intervista, il video era stato manipolato». Ha inoltre dichiarato di aver inviato richieste di rettifica ai giornali italiani che hanno titolato sulla frase attribuita, aggiungendo che «la democrazia muore quando la verità viene costantemente manipolata e l’informazione pubblica distorta». Si tratta di dichiarazioni forti, che appartengono alla dimensione politica e legale. Ma al di là delle intenzioni e delle reazioni, resta il testo.
Mettere a confronto il testo integrale del discorso e le accuse che ne sono derivate non serve a stabilire se Francesca Albanese abbia ragione o torto nel merito politico. Serve a capire altro: se siamo davanti a un errore di interpretazione, a una forzatura narrativa o a una dinamica più organizzata. Il testo mostra un intervento estremamente duro nei confronti di Israele e dei governi occidentali, ma non contiene la formulazione su cui si è costruita la richiesta di dimissioni. Reuters conferma che quella frase non risulta nella trascrizione. Eppure la citazione attribuita è diventata il perno di una petizione politica, di titoli di prima pagina e di una presa di posizione diplomatica. Quando un passaggio complesso viene isolato, ricomposto e trasformato in una formula assoluta, il rischio è che la discussione non si svolga più sul contenuto reale del discorso, ma su una sua versione semplificata e più incendiaria. È un meccanismo noto nel dibattito pubblico contemporaneo: la compressione di un periodo articolato in una frase-slogan, capace di generare indignazione immediata e mobilitazione politica. La domanda allora non è solo cosa abbia detto Albanese, ma come quella frase sia diventata altro lungo la catena della diffusione. Allo stesso tempo, però, un elemento di responsabilità resta anche in capo alla relatrice. Albanese è una figura istituzionale delle Nazioni Unite e negli ultimi anni è già stata al centro di polemiche legate a formulazioni giudicate controverse, poi chiarite o rettificate. Anche quando non si è trattato di errori sostanziali, alcune espressioni hanno generato ambiguità e richiesto precisazioni successive. In un’epoca in cui ogni parola pronunciata in un contesto pubblico viene immediatamente ritagliata, rilanciata e politicizzata, il margine di ambiguità si riduce drasticamente. Il linguaggio di un funzionario ONU non è mai neutro e ha un peso politico e giuridico elevato. Questo non significa che nel caso specifico la frase attribuita sia stata effettivamente pronunciata — il testo e la verifica di più fonti indicano il contrario. Ma significa che, in un clima così polarizzato, la precisione lessicale diventa parte integrante del ruolo istituzionale. Tra la legittima critica politica e la costruzione di una narrazione distorta esiste uno spazio fragile, e dentro quello spazio si gioca la credibilità delle istituzioni, dei media e dei loro rappresentanti.