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Quelle mascherine cinesi vendute come Ffp2 che “filtrano solo il 36 per cento”

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 21 Feb. 2021 alle 16:06
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Immagine di copertina

Una presunta truffa arriva dalla Cina sulle mascherine vendute al nostro paese come Ffp2 ma che in realtà filtrano solo per il 36 per cento.

Sulla scrivania dell’intermediario ci sarebbero due fogli. Quello di destra è un certificato di conformità riguardante una consegna di 300mila mascherine cinesi del tipo Ffp2 e 250mila invece modello Ffp3. Quanto avvenuto a Roma, nel quartiere Parioli, è stato raccontato da Repubblica.

Sul documento c’è scritto che”i prodotti sono adeguati allo standard En 149:2001+A1:2009, relativo alla direttiva Ce 425/2016 sui dispositivi di protezione individuale”, e ciò vuol dire in poche parole che sono ottime, in regola e sicure. Con una garanzia fino a marzo del 2025 stilata dall’Ente certificazione macchine, una società di Valsamoggia, comune in provincia di Bologna.

Ma è l’altro foglio a destare qualche problema. Sulla scrivania a sinistra c’è infatti un altro documento, questa volta si tratterebbe dell’esito di una prova di filtrazione fatta fare lo scorso luglio in un laboratorio accreditato spagnolo. L’importatore spiega con un filo di voce che “quelle Ffp2 hanno una capacità filtrante di appena il 36 per cento, contro il 95 per cento richiesto dalla norma, e che neanche le Ffp3 sono regolari, hanno una capacità di filtraggio leggermente inferiore e non superano il test per la traspirazione”.

Non è purtroppo la prima volta che accade una cosa simile. I Nas hanno sequestrato 6 milioni di dispositivi. Questa situazione, come abbiamo già detto precedentemente, si verifica da diversi mesi, circa un anno, da quando cioè il nostro Paese si è trovato a fare i conti con l’epidemia. E soprattutto a fare i conti con la mancanza di tutto: guanti, tute per il personale sanitario, gel disinfettante, ma soprattutto mancavano le mascherine, il principale sistema di protezione. A quel punto il governo aveva preso la decisione di importare i dispositivi dall’Estero anche se privi del marchio Ce. L’importante era che vi fossero solo certi documenti, tra i quali i test report, che attestino che i materiali sono equiparabili.

Nascono quindi eserciti di importatori che hanno contatti con i maggiori produttori, che sono quelli appunto cinesi, che iniziano a offrire i dispositivi. Con loro nascono però anche dei certificatori dell’ultimo momento, che in cambio di un compenso sono pronti a timbrare i documenti necessari all’importazione. Ma è quando arriva il commissario straordinario Domenico Arcuri, e la Protezione civile cede la maggior parte dei contratti, che si vedono i primi problemi. Ad agosto Arcuri aveva rescisso un contratto con la società Jc che avrebbe dovuto importare 11 milioni di dispositivi. Contratto rescisso e richiesta danni. Quando però ci si è resi conto che i certificati erano falsi, già 5 milioni di dispositivi erano già finiti sul mercato.

E questi sono alcuni dei contratti saltati appena in tempo. Altri invece sono andati purtroppo a buon fine, come per esempio quello riguardante ben 1,25 miliardi di euro firmato da Arcuri con tre aziende cinesi che sono adesso oggetto dell’inchiesta della procura di Roma per 70 milioni di euro di commissione presi da alcuni imprenditori italiani. Il via libera sarebbe stato dato dal Cts che si era basato solo sui certificati esibiti dai produttori cinesi. Si trattava di 800 milioni di pezzi tra mascherine chirurgiche e Ffp2.

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