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Caso Suarez, gli Italiani senza cittadinanza scrivono alla ministra Lamorgese: “È tempo di una riforma seria”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 23 Set. 2020 alle 20:31
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Immagine di copertina

L’esame sostenuto da Luis Alberto Suarez Diaz, alias el Pistolero, alias il sogno proibito della Juventus di Pirlo, all’Università per stranieri di Perugia il 17 settembre scorso è stato, secondo i magistrati, un’autentica farsa. Una farsa che gli sarebbe valsa, nel giro di sole due settimane, l’ottenimento della cittadinanza italiana. Requisito necessario per poter far parte della rosa dei bianco-neri. Il caso ha fatto tornare alla ribalta delle cronache la discussione sullo ius soli e ius culturae. Il movimento di “Italiani senza cittadinanza” ha così deciso di scrivere alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese per sottoporle un appello e chiedere un incontro. Noi di TPI pubblichiamo la lettera rivolta alla ministra. Di seguito la versione integrale.

“Egregia Ministra Lamorgese,
con la presente ci rivolgiamo a Lei per portare avanti la voce degli inascoltati. Noi siamo gli italiani senza cittadinanza, ragazzi in lotta per i diritti di un milione di italiani dal 2016. Siamo giovani cresciuti in Italia ma che finora gli italiani hanno deciso di emarginare, rendendo ancora più vulnerabili delle persone già in difficoltà. Siamo tutti quei ragazzi che fanno parte integrante della vita quotidiana del Paese, siamo chi vi serve il caffè al bar la mattina presto, chi in fila per scendere dal treno vi fa un sorriso dall’altra parte della mascherina, chi oggi giovane lavora e sostiene l’economia, chi vi accoglie con professionalità nelle aziende, chi senza risparmi di sudore e fatica dà anche lavoro ad altri italiani come lo siamo anche noi, almeno in cuor nostro. Siamo gli amici, i fidanzati, gli affetti più genuini, i compagni di classe, di avventure, di percorso, di crescita e di vita di chi avete più caro al mondo: i vostri figli.

“Noi” siamo “voi”, ammesso che una divisione del genere davvero esista. Siamo parte di questa Italia che tanto adoriamo ma che, in quanto giovani, tanto ci dimentica. In questa settimana del referendum per il taglio dei parlamentari molti di noi già maggiorenni sono stati esclusi nei loro diritti civili unicamente per via delle origini straniere ereditate dai nostri genitori, il tutto nel 2020 in una democrazia europea sviluppata. Nel nostro paese c’è un accanimento burocratico nei confronti del nostro stesso avvenire, creando ragazzi di serie A e ragazzi di serie B. Questi ultimi sono esclusi da certe professioni, dagli Erasmus, dalle visite di studio negate per via di visti da richiedere alla luce della cittadinanza di origine, insomma da una vita normale. Essere di serie B significa non avere diritto né alla propria identità, né ad essere ciò che si è. Soprattutto però significa vivere i traumi psicologici che comporta il rischiare di essere deportati (o addirittura “portati” per la prima volta) in un paese lontano e a noi estraneo.

Si discute da anni di una riforma della legge 91/1992, quella legge anacronistica, ancora in vigore, che disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana ma puntualmente veniamo relegati ai margini della società dalle istituzioni che, tradendoci e abbandonandoci, scelgono ancora una volta di essere dalla parte sbagliata della storia. Bisogna agire subito, abbattendo il requisito dei redditi per chi ha completato un percorso di vita e di crescita in Italia e abbattendo il requisito della residenza continuativa se ci si trova fuori dall’Italia in alcuni periodi per motivi di lavoro o di studio, pur conservando legami affettivi con il paese. Vogliamo essere uguali ai nostri coetanei “col pedigree” anche nelle possibilità che abbiamo per cercare di costruirci un futuro migliore. Ma soprattutto, bisogna allineare i tempi di ottenimento del passaporto italiano alla media europea di sei mesi o un anno. Se un calciatore straniero può o “deve” diventare cittadino in due settimane, perché degli italiani di fatto devono aspettare quattro anni? Se un motivo ragionevole esiste, non può che essere squisitamente politico e xenofobo e non bisogna nascondersi dietro ai tempi della burocrazia anziché lottare per accorciarli.

Noi rivendichiamo unicamente il diritto ad essere ciò che già siamo, italiani di fatto e di cittadinanza. Combattere questa battaglia rende l’Italia un paese più meritocratico, più equo, più leggero nella burocrazia, ovvero un paese Civile che noi giovani italiani, ufficialmente cittadini e non, meritiamo che ci venga tramandato in eredità dalla vostra generazione. Bisogna calendarizzare subito in agenda di governo la riforma cittadinanza, anche se in realtà siamo in ritardo di un decennio, ma meglio tardi che mai.
Con la presente le porgiamo i nostri più distinti saluti e speriamo di poter essere ricevuti per un colloquio”.

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