Silvia Romano: “Così è avvenuta la mia conversione all’Islam. Il velo è libertà”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 6 Lug. 2020 alle 12:43
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Immagine di copertina
Silvia Romano rientra a casa a Milano. Credit: Ansa/Matteo Corner

“Prima di convertirmi, l’idea che avevo dell’Islam era quella che in molti purtroppo hanno quando non ne sanno niente. Quando vedevo le donne col velo in Via Padova, avevo quel tipico pregiudizio che esiste nella nostra società, pensavo: poverine! Per me quelle donne erano oppresse, il velo rappresentava l’oppressione della donna da parte dell’uomo”. Silvia Romano si racconta a distanza di 3 mesi dalla sua liberazione. La volontaria italiana di 24 anni rapita in Kenya il 20 novembre 2018, è stata liberata il 10 maggio scorso dopo ben 535 giorni di prigionia.

Al momento della sua liberazione, fece scalpore la notizia della conversione all’Islam della giovane cooperante. La ragazza, che ora si trova fuori Milano per un periodo di riposo, ha parlato con Davide Piccardo, direttore del giornale online “la Luce”, già portavoce del coordinamento delle moschee di Milano e della Brianza, esponente di spicco della comunità islamica lombarda.

“Prima di essere rapita ero completamente indifferente a Dio, anzi potevo definirmi una persona non credente; spesso, quando leggevo o ascoltavo le notizie sulle innumerevoli tragedie che colpiscono il mondo, dicevo a mia madre: vedi, se Dio esistesse non potrebbe esistere tutto questo male … quindi Dio non esiste, altrimenti eviterebbe tutto questo dolore. Mi ponevo queste domande rarissime volte, solo quando – appunto – mi confrontavo con i grandi mali del mondo. Nel resto della mia vita ero indifferente, vivevo inseguendo i miei desideri, i miei sogni e i miei piaceri”, spiega.

Aisha Silvia Romano racconta anche della sua famiglia e di come sia sempre vissuta in un ambiente familiare dalla mentalità aperta e inclusiva: “Sono cresciuta in un ambiente multietnico, il contesto del Parco Trotter dove sono andata a scuola e di Via Padova. Mio padre e mia madre sono sempre stati aperti mentalmente, tolleranti, non hanno mai discriminato e io ho sempre avuto amici di provenienze diverse. I miei genitori mi hanno sempre insegnato a considerare il diverso come un arricchimento, con mia mamma ho sempre viaggiato tantissimo. Ogni estate andavamo in un paese diverso, dal Marocco alla Repubblica Dominicana, all’Egitto, a Capo Verde”.

La ragazza svela anche come si sia avvicinata all’Islam: “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso che sia stata presa io e non un’altra ragazza? È un caso o qualcuno lo ha deciso? Queste prime domande credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da lì un percorso di ricerca interiore fatto di domande esistenziali. Mentre camminavo, più mi chiedevo se fosse il caso o il mio destino, più soffrivo perché non avevo la risposta, ma avevo il bisogno di trovarla”.

Silvia spiega anche la decisione di indossare il velo e la sua idea di libertà: “Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti. C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo”.

E sul velo specifica: “Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale”.

Dal giorno della sua liberazione e con la conferma di aver abbracciato l’Islam, Silvia Romano è divenuta sempre più spesso oggetto di una serrata campagna d’odio. Tanto che la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per minacce aggravate dopo la serie di insulti e minacce di morte arrivate al suo indirizzo. Oggi Silvia spiega come vive la tanta attenzione a lei rivolta: “Quando vado in giro sento gli occhi della gente addosso; non so se mi riconoscono o se mi guardano semplicemente per il velo; in metro o in autobus credo colpisca il fatto che sono italiana e vestita così. Ma non mi dà particolarmente fastidio. Sento la mia anima libera e protetta da Dio”.

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