Save the Children, quasi la metà degli studenti delle scuole superiori frequenta istituti tecnici e professionali
Il dossier “Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento” sottolinea la necessità di superare la frammentazione e le disuguaglianze territoriali dell'offerta formativa, rafforzando i ponti tra formazione professionale e mondo del lavoro – in uno scenario che vede oltre 1 milione e 600mila profili tecnici a rischio di rimanere scoperti. Essenziale non comprimere le discipline di base, indispensabili per lo sviluppo del pensiero critico e la crescita personale
Garantire un’istruzione di qualità a tutte e tutti; favorire un orientamento scolastico libero da condizionamenti e stereotipi; assicurare percorsi accessibili con possibilità effettive di specializzazione; contenere il rischio di “selezione implicita” ovvero l’esclusione di studentesse e studenti provenienti da contesti di maggiore svantaggio; assicurare stabilità finanziaria dopo gli investimenti del PNRR. Sono queste alcune delle sfide aperte della riforma dell’istruzione tecnico-professionale, emerse dal dossier “Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento”, diffuso oggi da Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e le bambine e garantire loro un futuro – in vista della riapertura delle scuole e alla luce del dibattito ancora in corso sull’avvio della riforma, che ridisegna la formazione tecnico-professionale in Italia, con un rafforzamento del legame tra scuola e mondo del lavoro.
L’8,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni possiede al massimo la licenza media e non è inserito in percorsi di istruzione o formazione (ELET – Early Leavers from Education and Training), un dato, questo sulla dispersione scolastica, che ha registrato un sensibile miglioramento negli anni attestandosi in Italia su un valore di poco inferiore alla media dell’Unione europea (9,1%), con una differenza tra ragazzi (10,1%) e ragazze (6,2%). Tale miglioramento non ha tuttavia colmato le disuguaglianze territoriali: nelle Isole la dispersione è al 13,7% contro il 6,8% del Nord Est. Negli istituti professionali il tasso di abbandono raggiunge il 5,3%, circa quattro volte rispetto a quello dei licei (1,3%), e negli istituti tecnici è del 3,7%. La probabilità di completare il secondo ciclo di istruzione è influenzata da fattori come il livello di istruzione della famiglia: tra chi ha genitori con al massimo la licenza media gli ELET sono il 20,7%, il 3,9% tra chi ha genitori diplomati e l’1,1% laureati; e la cittadinanza: tra i giovani con cittadinanza straniera, gli ELET sono il 26,2%, circa 20 punti percentuali in più rispetto ai giovani con cittadinanza italiana, con le differenze più elevate tra chi è arrivato in Italia dopo aver compiuto 10 anni.
Il dossier analizza la riforma della filiera tecnico-professionale con l’introduzione del modello 4+2 nel sistema di istruzione italiano – cioè quattro anni di scuola superiore più due anni negli ITS Academy (Istituti Tecnologici Superiori) – un modello che da quest’anno scolastico entra nell’offerta ordinaria del secondo ciclo, dopo una fase sperimentale. Attraverso la voce di 15 esperti tra rappresentanti delle amministrazioni centrali e regionali, dirigenti scolastici, enti di formazione professionale e soggetti del mondo produttivo, e quella di 65 studentesse e studenti di istituti tecnici, professionali e IeFP (Istruzione e Formazione Professionale), lo studio realizzato dal Polo Ricerche di Save the Children in collaborazione con Ipazia Ricerche, approfondisce il nuovo modello di istruzione tecnico-professionale in termini di equità e diritto all’istruzione.
“Il sistema di istruzione secondaria tecnica e professionale in Italia oggi è uno specchio delle disuguaglianze educative: esperienze di assoluta avanguardia coesistono con la povertà strutturale e formativa, realtà diametralmente opposte. La riforma della filiera tecnico-professionale incide nell’area dove si concentrano i più forti divari economici e territoriali del sistema di istruzione e attualmente i percorsi di istruzione professionale e di IeFP intercettano in misura maggiore proprio studenti di contesti socioeconomici fragili, con background migratorio e difficoltà scolastiche pregresse. È fondamentale, dunque, comprendere come potrà garantire opportunità educative di qualità, senza accentuare le debolezze già presenti. Uno degli obiettivi essenziali della riforma è il superamento dell’attuale frammentazione dei percorsi, per costruire una offerta formativa integrata che stia al passo con l’innovazione del mondo del lavoro, strutturando alleanze sui territori. Vi sono però molti nodi critici sui quali è necessario intervenire. A partire dalle necessità di colmare il deficit di informazione che ha caratterizzato questa prima fase di avvio; di investire sull’orientamento; di assicurare percorsi di studio che non comprimano le discipline di base; di garantire la possibilità di modificare la scelta iniziale, vista la giovane età in cui questa si compie; di costruire percorsi laboratoriali di alto livello anche nei territori più fragili a livello imprenditoriale e un incontro con il mondo del lavoro che assicuri sempre qualità, coerenza con il progetto formativo, tutela della sicurezza e della salute” ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children Italia.
Nei primi due anni di sperimentazione (2024/25 e 2025/26), il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha autorizzato 628 percorsi quadriennali di istruzione tecnica e professionale, ma ne sono stati avviati solo 442 in 307 scuole, con una concentrazione maggiore al Sud e nelle Isole. A marzo 2026 il Ministero ha autorizzato 532 nuovi percorsi quadriennali per l’offerta 2026/27, con il coinvolgimento di oltre 700 istituzioni scolastiche, circa 400 delle quali entrano nella filiera per la prima volta. L’avvio di questo anno scolastico (2026/27) registra 10.532 iscrizioni online ai percorsi quadriennali, circa 5 mila in più in più rispetto al precedente, ma a scegliere questi percorsi è ancora un numero limitato di studenti, l’1,9% dei neo-iscritti alle scuole superiori. Nei primi due anni di sperimentazione, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha ampliato l’offerta, soprattutto di percorsi di istruzione tecnica al Sud e nelle Isole.

La valorizzazione dell’istruzione tecnico-professionale
La riforma (N.d.R.: per approfondimento vedi box in chiusura) punta ad attrarre più studenti nella formazione tecnologica e professionale nel nostro Paese dove, in dieci anni (tra il 2015/16 e il 2024/25), a fronte di un numero complessivo nelle scuole secondarie statali di secondo grado rimasto pressoché invariato, i licei hanno guadagnato più di 100 mila studenti mentre l’area professionale ne ha persi 103 mila e gli istituti tecnici sono rimasti stabili. Per l’anno scolastico 2026/27, più della metà degli studenti ha scelto un liceo (55,9%), poco meno di uno su tre un istituto tecnico (30,8%) e il 13,3% uno professionale, con un forte squilibrio di genere: nell’a.s. 2024/25 se nei licei le ragazze rappresentavano il 61,5%, negli istituti tecnici scendevano al 31,8% ed erano il 44,2% negli istituti professionali.
Nel 2026/27 restano marcate anche le differenze territoriali: in Lazio, Sicilia, Abruzzo, Campania, Molise e Umbria più del 60% degli studenti sceglie il liceo mentre in Veneto ed Emilia-Romagna prevalgono gli indirizzi tecnici e professionali, invece in Lombardia la distribuzione è quasi paritaria (49,4% licei, 50,6% indirizzi tecnici e professionali). Negli istituti tecnici, il settore tecnologico raccoglie il 19,1% delle domande online di iscrizione al primo anno complessive; il settore economico l’11,8%. Tra gli istituti professionali, l’indirizzo più scelto è Enogastronomia e ospitalità alberghiera (4,2% delle domande di iscrizione al primo anno complessive), seguito da Servizi per la sanità e l’assistenza sociale (2,3%), Manutenzione e assistenza tecnica (1,9%), Servizi commerciali (1,4%) e Industria e artigianato per il Made in Italy (1,1%).
Per quanto riguarda invece i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), la maggior parte degli iscritti al primo anno frequenta istituzioni formative accreditate (80,7%) rispetto ai percorsi erogati dagli istituti scolastici in regime di nuova sussidiarietà (19,3%), con significative differenze territoriali: il Nord raccoglie il 67,4% del totale degli iscritti dal primo al quarto anno – con la Lombardia che da sola ne conta quasi un terzo del totale nazionale – il Centro l’11,2% e il Mezzogiorno il 21,4%. Il 69% degli studenti dell’IeFP si trova in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Sicilia. Gli studenti iscritti al primo anno con cittadinanza straniera sono il 20,6% Tra il 2017/18 e il 2023/24 i percorsi IeFP hanno perso il 37,7% degli studenti iscritti al primo anno e solo il 10% frequenta il quarto anno necessario al conseguimento del diploma.
“La riforma tecnico-professionale ha l’ambizione di fornire a ragazze e ragazzi competenze di alto livello e di rafforzare il dialogo tra scuola e mondo del lavoro. Per farlo è necessaria una domanda di lavoro in grado di valorizzare tali competenze attraverso occupazioni qualificate, retribuzioni adeguate e prospettive di crescita, da garantire anche con un investimento in innovazione, politiche industriali e qualità del lavoro. Senza questi elementi si rischia di attribuire alla scuola la responsabilità di squilibri che dipendono anche dalle strategie industriali e dalle caratteristiche strutturali dell’economia italiana. Al tempo stesso, è necessario assicurare un adeguato equilibrio tra competenze di base e civiche e competenze tecniche, con particolare attenzione ai settori maggiormente interessati dalle trasformazioni tecnologiche, digitali e ambientali. È dunque fondamentale che Governo e Regioni investano in modo strutturale nell’orientamento, nella qualità della didattica, nel rafforzamento di reti territoriali inclusive e in un sistema stabile di governance. Un elemento essenziale resta l’orientamento scolastico. La scelta del percorso avviene precocemente e la possibilità di modificarlo non è uguale per tutti. Occorre quindi prevenire rischi di esclusione che potrebbero penalizzare gli studenti più svantaggiati per condizione sociale, background migratorio, genere o storia scolastica. Per farlo, serve un orientamento equo, capace di sostenere concretamente famiglie e studenti, affinché ogni adolescente possa costruire il proprio futuro e scegliere la propria strada senza che le condizioni di partenza ne determinino il percorso” ha dichiarato Giorgia D’Errico, Direttrice delle Relazioni Istituzionali di Save the Children.

I nodi della riforma: la voce degli studenti
Studenti e famiglie si trovano spesso disorientati, con difficoltà a comprendere le proposte offerte dalla riforma: dalla formula del 4+2 alle differenze tra i titoli di studio, ma anche il collegamento tra percorsi quadriennali e ITS Academy, il passaggio tra diversi canali e i possibili sbocchi futuri non risultano sempre chiari, secondo quanto emerge dalle interviste. Oltre alle scarse risorse informative, nella fase di orientamento c’è il rischio che le scelte tendano a riprodurre stereotipi e pregiudizi a scapito di studentesse e studenti con fragilità sociali e economiche. La riforma potrebbe inoltre rafforzare i meccanismi di ‘selezione implicita’, ovvero che ostacoli diversi – dai vincoli informativi, a quelli socioeconomici, didattici, organizzativi e territoriali – si concentrino sugli stessi studenti e sulle stesse studentesse lungo più passaggi della filiera, restringendo le opportunità di chi parte da situazioni meno favorevoli per condizione socioeconomica, background migratorio, genere o storia scolastica. In generale, dove le reti territoriali (scuole, enti di formazione, ITS Academy e altri) funzionano e cooperano in modo stabile nella progettazione e nell’orientamento, la riforma risulta più comprensibile, attuabile e accessibile, mentre nei contesti dove le reti sono fragili, l’offerta è discontinua o poco visibile. Il rischio è che con la riforma si amplino le disuguaglianze territoriali e sociali, soprattutto nei contesti di povertà educativa o dove le risorse informative, culturali e socioeconomiche sono limitate. “Magari capita a un ragazzo di trovare una scuola che gli piace, con un indirizzo che gli piace, però effettivamente la scuola è troppo lontana e quindi difficile da raggiungere e diventa anche questo un ostacolo molto grande per alcune famiglie che fanno più fatica dal punto di vista economico. Altre scuole invece necessitano di comprare dell’attrezzatura oppure dei particolari servizi per accedere diventano più difficoltose anche qui per le famiglie che hanno una condizione economica più svantaggiata” racconta R., che frequenta il quarto anno di un Istituto Professionale.
A proposito del modello 4+2, alcuni studenti evidenziano i rischi di una scelta vincolante. “A 14 anni, quando scegliamo la scuola superiore è difficile capire subito cosa vogliamo fare in futuro; quindi la scelta avviene anche in maniera abbastanza superficiale. Mi sembra che questa riforma vincoli abbastanza gli studenti e li concentri più su un settore specifico, eliminando poi anche [le possibilità] di lavoro al di fuori della scuola scelta” spiega N., al quarto anno di un Istituto Tecnico. Per questo, secondo gli esperti intervistati, è fondamentale sostenere la reversibilità, cioè la possibilità effettiva per gli studenti di modificare la scelta del percorso nel secondo ciclo: per renderla effettivamente praticabile servono però informazioni chiare, procedure condivise per il riconoscimento dei crediti, attività di recupero e forme di accompagnamento. Alcuni esperti evidenziano, inoltre, che molti studenti arrivano alla IeFP o a percorsi professionalizzanti dopo “traiettorie scolastiche non lineari” con il rischio, in una filiera rigida, di non intercettare i bisogni degli adolescenti.
Nei percorsi statali, il passaggio da cinque a quattro anni e la riorganizzazione della didattica rischiano di ridurre lo spazio dedicato alle materie umanistiche e all’acquisizione di competenze di base e civiche necessarie per comprendere problemi complessi. “La scuola dovrebbe assolutamente aiutarci a prepararci a entrare nel mondo del lavoro, ma non solo nella prospettiva di saper fare quel mestiere. Per questo penso che il modello 4+2 ha le sue incertezze. […] Prima di entrare nel mondo del lavoro devi sapere come funziona il mondo in generale. Secondo me le superiori ti aiutano anche a darti queste nozioni che non sono solo sul saper fare quel mestiere, ma anche sul saper gestire l’ambiente in cui sei” spiega D. che frequenta il quarto anno di un Istituto tecnico. Per la IeFP, già articolata su percorsi quadriennali, alcuni esperti evidenziano invece il rischio che l’integrazione con il modello scolastico indebolisca il carattere operativo, laboratoriale e personalizzato della formazione professionale.
Il modello 4+2 acquista significato pieno solo in relazione ai passaggi successivi: l’approdo agli ITS Academy è un passaggio decisivo e contribuisce a rafforzare il riconoscimento dell’istruzione tecnico-professionale e ad abbattere il pregiudizio secondo cui il liceo è per chi è considerato più bravo e i percorsi tecnico-professionali per chi mostra minore motivazione. Per far sì che il +2 sia realmente praticabile sono però necessari tre livelli: il coinvolgimento degli ITS Academy fin dalla progettazione del percorso quadriennale degli studenti; la disponibilità di un numero di posti adeguati negli ITS Academy rispetto ai potenziali diplomati dei percorsi quadriennali e quinquennali, e una presenza degli ITS diffusa e accessibile sul territorio anche a chi vive lontano o dispone di minori risorse economiche.
Una delle principali sfide della riforma riguarda proprio l’attuazione della filiera 4+2 nei territori: se i percorsi statali sono diffusi in modo piuttosto uniforme in tutto il Paese, la IeFP presenta una distribuzione diseguale, con il Nord che raccoglie il 65,8% degli iscritti al primo anno. La filiera non si costruisce dunque in modo uniforme: i sistemi più solidi sono quelli in cui le regioni hanno investito in modo continuativo nel tempo, come Lombardia, Veneto e Piemonte, e dove esiste già un sistema IeFP consolidato e relazioni di fiducia e collaborazione tra scuole, enti di formazione, ITS Academy e imprese. Nei territori dove uno o più segmenti della filiera sono deboli, la loro integrazione rischia di rimanere fragile, rafforzando i divari.
Il successo della filiera però dipenderà anche dalla capacità dei territori di esprimere una domanda riconoscibile e di tradurla in una proposta formativa coerente: già a livello nazionale è significativo il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Nel 2025, circa nel 47% dei casi le aziende dichiaravano difficoltà nel reperire diplomati tecnici e professionali, mentre per i diplomati ITS Academy la quota sale al 57,3%. Le criticità sono particolarmente accentuate nelle regioni del Nord, segnando differenze territoriali che riflettono la diversa intensità della domanda di lavoro, la struttura produttiva locale, l’offerta formativa disponibile e la capacità dei territori di attrarre e trattenere competenze. Le condizioni di partenza dipendono dunque dai diversi contesti produttivi. Dove l’economia territoriale è più fragile e frammentata, anche la domanda di competenze risulta meno organizzata e più difficile da tradurre in offerta formativa continua. Per esempio, nel Sud e nelle Isole, a una forte vocazione territoriale nel settore agroalimentare non corrisponde spesso un’offerta formativa proporzionata: in Campania, su oltre 10 mila iscritti alla IeFP, soltanto 119 frequentano il percorso per Operatore delle produzioni alimentari e nessuno quello per Operatore agricolo; in Puglia sono 198 e 54 su 6.569 iscritti mentre in Sardegna sono 6 alle Produzioni alimentari e nessuno all’indirizzo agricolo su un totale di 1.316. Il disallineamento è evidente anche a livello nazionale: nel settore della logistica, nel 2024, i qualificati e diplomati IeFP disponibili coprivano solo l’1,8% della domanda espressa dalle imprese per i profili dei sistemi e servizi logistici.
“Ogni anno decine di migliaia di giovani lasciano l’Italia, alla ricerca di un lavoro che sappia valorizzare le loro competenze e offrire stabilità economica, prospettive che non vedono nel nostro Paese. Dobbiamo ricucire i fili questa fiducia spezzata. La scuola e gli attori della formazione professionale non possono essere lasciati soli di fronte a un compito che riguarda tutti: il mondo delle imprese e delle professioni, le università, i sindacati, il terzo settore, le istituzioni a ogni livello: solo attraverso alleanze educative e formative che mettano al centro il protagonismo giovanile, con investimenti concreti e obiettivi condivisi, si può dare libero corso alle aspirazioni dei ragazzi e delle ragazze” ha concluso Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children Italia.
In tema di investimenti, una delle questioni centrali riguarda il finanziamento, che presenta squilibri e rischia di compromettere la continuità dei percorsi formativi degli studenti e la tenuta delle reti territoriali. Istituti statali, formazione professionale e ITS Academy non operano con la stessa garanzia di risorse economiche e gli stessi tempi di programmazione. Se gli istituti tecnici e professionali statali possono contare sul finanziamento ordinario del Ministero dell’Istruzione e del Merito, l’offerta formativa di IeFP e ITS Academy dipende in modo più variabile dalla programmazione regionale, dai bandi, da risorse nazionali ed europee e delle fondazioni. Il PNRR ha permesso finora di ampliare l’offerta didattica e investire in campus, laboratori e sistema duale, ma si tratta di misure temporanee che lasciano aperto il nodo della continuità finanziaria.