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Il misterioso caso dei pacchi bomba nel Lazio: 10 esplosioni in 10 giorni

Nuove esplosioni in provincia di Roma e Viterbo dei cosiddetti "pacchi bomba", che dal primo marzo a oggi hanno ferito almeno quattro donne. Uno era indirizzato a un ex militante di CasaPound. Fino ad ora la pista più avvalorata sarebbe quella anarchica

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 12 Mar. 2020 alle 16:17 Aggiornato il 12 Mar. 2020 alle 17:17
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Immagine di copertina

Il misterioso caso dei dieci pacchi bomba nel Lazio

Continuano le esplosioni dei pacchi bomba nel Lazio: dopo il caso dei primi tre plichi che il primo marzo scorso hanno ferito tre donne a Roma, ora il numero di episodi sarebbe salito a dieci. Uno degli ultimi si è verificato martedì 10 marzo a Viterbo, poco dopo le 19.30, quando la moglie di un agente penitenziario in pensione ha trovato nel cortile della sua casa, a Fabrica di Roma, una busta gialla formato A4. La stessa confezione dei casi precedenti.

Nello scoppio la donna è rimasta ferita a una mano e a un braccio. Subito dopo è stata trasportata con un ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale di Civita Castellana. Intanto la Procura di Roma, che segue le indagini dei carabinieri del Ros e della Digos, esclude collegamenti con la professione del marito, anche perché il pacco era indirizzato al figlio, mentre è convinta del legame con le altre buste esplose in questi giorni tra la provincia di Roma e quella di Viterbo.

La prima è esplosa domenica primo marzo nel centro di smistamento di posta di Fiumicino e ha ferito una ex dipendente dell’Università di Tor Vergata. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, un gruppo eversivo di matrice anarchica potrebbe aver preso di mira l’ex impiegata dell’Ateneo per un accordo siglato nell’ottobre scorso con l’Aeronautica Militare.

Il secondo pacco è stato recapitato il giorno dopo, nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, nel quartiere Trionfale, a Elisabetta M., una donna di 68 anni esperta in biotecnologie che lavorava presso l’Università cattolica del Sacro Cuore-Gemelli, che è stata poi trasportata al Gemelli con lesioni e ustioni sulle braccia e sul viso.

Si ipotizza che all’origine dell’aggressione ci sia un’intesa di cooperazione siglata nel dicembre del 2017 dall’Università con una struttura della Nato. Intorno alla terza esplosione, invece, ruota un alone di mistero: il pacco che ha ricevuto Rosa Q., una donna di 54 anni, nella sua abitazione del quartiere Salario, era destinato ad un’amica. Lo scoppio le ha causato ferite al viso e alla mani.

Poi ci sono gli episodi più recenti: uno a Palomara Sabina, a nord di Roma, dove un portiere di 54 anni non ha aperto il plico perché ha riconosciuto il tipo di busta, un altro nella zona di via Baldo degli Ubaldi nella dimora dell’avvocato che aveva assistito il capitano delle SS Erich Priebke. Circostanza che avvalora la tesi della pista anarchica: dietro agli attentati potrebbe nascondersi una frangia “antimilitarista della galassia anarchica”.

Un altro pacco è stato indirizzato infatti in questi giorni a Francesco Chiricozzi, ex militante di Casapound e condannato in primo grado a 3 anni per uno stupro avvenuto in un pub. Il plico, intercettato al centro di smistamento di Ronciglione, in provincia di Viterbo, riportava come mittente fittizio “Valerio Mazzatosta”, l’avvocato che aveva difeso Riccardo Licci, l’altro ragazzo condannato nello stesso processo per violenza sessuale. Poi ci sarebbero altri tre plichi sospetti intercettati da polizia e carabinieri nel centro di smistamento Poste di Fiumicino e nella zona di Tivoli.

Secondo i poliziotti della Digos, in tutto i casi sarebbero dieci, e sarebbero stati architettati tutti dalla stessa matrice, ipotesi considerata sin dall’inizio dal procuratore aggiunto Francesco Caporale e dal sostituto Francesco Dall’Olio, che coordinano le indagini, sulla base di caratteristiche simili a tutte le buste, che si sono riproposte anche negli ultimi casi: il meccanismo esplosivo, artigianale ma ben fatto, si trova all’interno della busta; i caratteri utilizzati per scrivere gli indirizzi sono uguali per tutti – battuti al computer e attaccati a un adesivo – e l’esplosivo è presente in scatolette di legno all’interno della busta in una quantità destinata “ad offendere, ma non a uccidere”.

Si tratterebbe, dunque, solo di un avvertimento, ma non è chiaro lo scopo della minaccia né cosa leghi fino in fondo le sei esplosioni. Proseguono le indagini dei carabinieri del Ros e della Digos, mentre la Procura ha invitato Poste italiane a vigilare il più possibile, perché altri ordigni rudimentali di questo tipo potrebbero essere in circolazione.

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