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“Ha visto papà uccidere mamma con 33 coltellate e gettarla nel fiume”. Storia di Omar, orfano di femminicidio e abbandonato dallo Stato

TPI DENUNCIA (di V. Di Benedetto Montaccini): Omar è un bambino che ha visto sua madre uccisa violentemente da suo padre. Una vittima invisibile che lotta per superare un trauma durissimo. Renza è la nonna di Omar, l'unica che si è presa cura di lui. Ora è rimasta sola, beffata dallo Stato: una legge per gli orfani di femminicidio esiste, ma non ci sono i soldi

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 17 Dic. 2019 alle 13:23 Aggiornato il 17 Dic. 2019 alle 14:00
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Immagine di copertina
Jessica e Omar Credit: Renza Volpini

Orfani di femminicidio: la storia di Omar abbandonato dallo Stato

“Omar è orfano di femminicidio. Sua mamma è stata uccisa con 33 coltellate e poi gettata nel fiume Oglio. Suo padre è in prigione a scontare una pena di 30 anni per l’orribile omicidio. Ma per lo Stato Omar è invisibile, nessuno ci aiuta”. A parlare a TPI è Renza, nonna 67enne che ha deciso di prendere in custodia quel bambino che a soli 4 anni ha visto con i suoi occhi il corpo esanime della madre trascinato in un fiume. Adesso Omar è quasi maggiorenne, ha molta rabbia dentro e nessun sussidio della Stato in tasca. Nonostante una legge del febbraio 2018 che prevederebbe proprio fondi per gli orfani della violenza domestica.

Un fenomeno preoccupante

Le chiamano vittime “secondarie”, eppure sono un piccolo esercito che, giorno dopo giorno, purtroppo si fa sempre più nutrito. Sono i figli delle vittime di femminicidio, bambini o adolescenti che hanno visto morire la propria madre per mano, molto spesso, del padre.

Pochi, forse, si ricordano di loro, eppure la violenza brutale e spietata di quegli uomini, mariti, compagni affettuosi che si trasformano in assassini, li rende vittime incolpevoli, perché questi ragazzi perdono letteralmente tutto. E la cosa peggiore è che, se la visione delle scene di violenza domestica è per loro quasi “ordinaria”, molte volte sono presenti anche al momento dell’omicidio, cosa che li rende testimoni involontari dell’atto di ferocia più subdolo e atroce che ci sia.

Nel nostro paese l’unica stima esistente riguarda gli anni tra 2000 e 2014 e conta 1.628 orfani di femminicidio. Ma negli ultimi anni, con la media di una donna vittima di omicidio ogni tre giorni, il numero è tristemente cresciuto.

È una battaglia soprattutto delle nonne affidatarie come Renza Volpini quella per l’applicazione della legge nazionale, perché il 60 per cento di questi bambini viene affidato ai parenti materni. “Dopo il femminicidio – racconta la nonna di Omar – si spengono i riflettori e restano i figli ed i familiari. Quasi sempre soli. Non ci sono dati esatti sulle vittime invisibili come mio nipote. Come avvenuto in materia di mafia, credo sia fondamentale che lo Stato inizi a contare le vittime invisibili del femminicidio. Così ci si renderebbe conto della gravità del problema”.

Omar, una vita da ricostruire

Profondo nord, piccolissimo paese del mantovano. Era il 2007, Jessica e Ziadi, di origini tunisine, erano sposati ma da qualche tempo il loro rapporto stava incontrando qualche ostacolo. “Quando mia figlia mi veniva a trovare non la lasciava in pace un secondo, il telefono squillava ogni cinque minuti”, racconta Renza. “La faceva vergognare – continua la nonna di Omar – a causa del marito Jessica aveva dovuto lasciare molti lavori perché lui si presentava sotto l’ufficio per controllarla”.

Jessica voleva separasi da Ziadi, ma era preoccupata per il futuro del figlio. Poi, una sera Renza non riesce più a contattare sua figlia. “Aveva premeditato tutto, perché venne a casa mia a dirmi che mia figlia era a cena con le amiche, che non la trovava più. In realtà me l’aveva ammazzata”.

Jessica viene ritrovata 28 giorni dopo sul letto del fiume Oglio e la perizia è un pugno nello stomaco per Renza: “33 coltellate, lividi e parti tumefatte. Ma soprattutto la probabilità che Omar abbia assistito al terribile gesto del padre di gettare Jessica in acqua per disfarsi del suo cadavere“.

“Lo ammetto – confessa Renza – all’inizio ho dato la colpa alle differenze culturali, ho pensato io stessa in modo razzista. Non sapevo a cosa appigliarmi per spiegarmi tutto questo e me la sono presa con le origini tunisine del padre di Omar. In realtà non c’entrano nulla. Il vero problema è invece uno solo e trasversale: il patriarcato violento“.

A febbraio saranno 13 anni che Renza cresce Omar da sola, senza ricevere aiuti. “Nemmeno nel 2011 – sottolinea – quando ho perso anche mio marito e sono rimasta sola. Sola con i miei lutti e un bambino che dopo aver perso anche il nonno le sue sofferenze gliele lascio immaginare perché sono anche difficili da raccontare.  La rabbia ha preso il sopravvento e la situazione sempre più ingestibile”.

Omar ha paura ad addormentarsi, gli incubi sono ancora troppi e per Renza diventa sempre più complicato sostenere le spese per un aiuto psicologico. Quasi in lacrime la nonna racconta la situazione attuale: “Adesso è in una comunità terapeutica, tra qualche mese tornerà a casa. Ma avrei davvero bisogno di appoggio, ho anche pensato di chiedere una seconda famiglia affidataria ai servizi sociali. Quella brutalità non si dimentica, ce l’ha sulla sua pelle”.

Promesse non mantenute

Nonna Renza adesso ha un grande obiettivo adesso: smuovere la politica sui fondi per gli orfani di femminicidio. “Non voglio pensare solo a Omar, ma a tutti quei ragazzi e famiglie che si trovano nella nostra stessa situazione”.

La famosa legge 4 dell’11 gennaio 2018, entrata in vigore un mese dopo, è per ora un esercizio scritto di belle intenzioni. Con quella legge per la prima volta il parlamento si era preso a cuore i problemi quotidiani degli orfani della violenza domestica. Assistenza medica e psicologica o accesso al gratuito patrocinio, per citarne alcuni. Ma anche soldi per “orientamento, formazione e sostegno” a scuola e nell’inserimento al lavoro.

Tutto lodevole ma, dopo quasi due anni, ancora tutto bloccato. Perché mancano i decreti attuativi cioè i regolamenti che devono stabilire i dettagli necessari a rendere operativa la legge. Per esempio: chi stabilisce la soglia dell’autosufficienza economica? Come sono ripartite le risorse? A partire da quale data si contano gli orfani di donne uccise? Quale ruolo tocca alle Regioni, ai Comuni, alle asl?

Niente decreti attuativi niente risposte a nessuna di queste domande. E, di conseguenza, nemmeno un centesimo donato a un orfano o a una famiglia affidataria. Il Fondo per gli orfani dei crimini domestici (così si chiama) quindi esiste nella teoria ma non in cassa, di fatto è un salvadanaio vuoto.

I soldi sarebbero addirittura aumentati. Il fondo doveva avere in origine due milioni ogni anno. La legge di bilancio del 2018 ne aggiungeva altri tre e anche nel codice rosso c’era la conferma di questi soldi per il 2019 e addirittura un aumento per il 2020. Sono però rimasti fermi e molte vittime non sanno come arrivare nemmeno agli indennizzi che dipendono da un’altra legge, la 122.

In teoria avrebbe dovuto dare agli orfani della violenza domestica assistenza medica e psicologica o accesso al gratuito patrocinio, ma anche sostegno per la scuola e l’inserimento nel mondo del lavoro per minorenni e maggiorenni che non sono economicamente sufficienti perché hanno perso la madre per mano del padre o del compagno della donna.

A schierarsi per questa causa è la vicepresidente della Camera Mara Carfagna, che chiede al premier Conte e al ministro dell’Economia Gualtieri di “rimediare a questa vergogna”.

E intanto gli anni passano e i bambini crescono senza gli aiuti promessi dalla politica.

Orfani di femminicidio, un network per le famiglie

Le associazioni che si occupano di queste vittime cercano di ripeterlo: gli investimenti sono fondamentali. Una di queste realtà si chiama Il Giardino segreto e l’avvocato Patrizia Schiarizza è la presidente del gruppo: “Manca il regolamento attuativo che permette alle famiglie di accedere ai fondi”.

“Chi dovrebbe aiutare concretamente non conosce la legge, o non è preparato ad intervenire. Non esistono linee guida o protocolli di intervento in materia psicologica e spesso i servizi sociali che sono i primi chiamati a intervenire sono del tutto impreparati e faticano a capire quale sia la soluzione migliore. Anche la Magistratura spesso assume decisioni sfortunate. Tante volte abbiamo casi di orfani che sono stati affidati alla famiglia del padre e costretti ad andare a trovare l’uomo che gli ha ucciso la madre in carcere”, specifica l’avvocata.

A mancare sono soprattutto i riferimenti per i ragazzi più grandi: “Noi come Giardino segreto cerchiamo di aiutare le famiglie e gli orfani che ci contattano dicendogli cosa prevede la legge e dandogli gli strumenti per attuarla”.

Anche Omar cerca ora un suo giardino segreto, una calma interiore con la quale poter superare il più brutto dei suoi ricordi.

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