L’altra faccia delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina
Aumento dei costi, ritardi nei lavori, contestazioni per l’impatto ambientale e la manutenzione delle opere e per la presenza degli agenti dell'agenzia Usa anti-immigrati Ice di Donald Trump. Ecco tutte le criticità che, dietro le quinte, pesano sulla XXV edizione dei Giochi
Da un lato c’è la cartolina patinata dei video promozionali con la neve perfetta, le montagne da sogno, gli atleti che volano sulle piste e i sorrisi istituzionali a favore di telecamera. Dall’altro, invece, una realtà molto meno fotogenica dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, fatta di conti che non tornano, cantieri che arrancano fino all’ultimo minuto, preoccupazioni ambientali e polemiche politiche.
I conti non tornano
Ma partiamo dai fondamentali: quella che doveva essere l’Olimpiade del risparmio è scivolata su una lastra di ghiaccio finanziaria. Quando il sipario si alza e le telecamere inquadrano le vette innevate, parte il solito coro della retorica tricolore. Ma se proviamo a spegnere il volume e a guardare i numeri, la musica cambia. Il dossier della candidatura, presentata nel 2019, indicava costi contenuti entro gli 1,36 miliardi di euro, una cifra salita l’anno scorso a 1,7 miliardi con l’aumento del budget lifetime della Fondazione Milano Cortina. Ma i numeri sono ancora più alti.
«Solo i costi organizzativi ammontano a 1,9 miliardi di euro», ha ammesso ad agosto in un question time alla Camera il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. A questi però vanno ad aggiungersi «altri 3,5 miliardi» di «investimenti sulle infrastrutture in opere pubbliche, delle quali solo poco più del 15% sono infrastrutture sportive, che non servono solo per i Giochi ma anche dopo». Insomma, siamo arrivati ad almeno 5,4 miliardi di euro totali, quadruplicando i costi annunciati e superando di oltre 600 milioni gli stanziamenti iniziali per le opere pubbliche.
Il punto è che la maggior parte di queste risorse, gestite dalla Simico Spa (Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 Spa) che è stata incaricata di realizzare le infrastrutture, non servirà alle Olimpiadi. Come emerge dall’ultima edizione del rapporto Open Olympics 2026 pubblicato a dicembre, sono previsti almeno 98 interventi per un valore di circa 3,54 miliardi di euro, di cui 2,8 miliardi di opere pubbliche. La lista però è incompleta. Sulla piattaforma Oltre i Giochi 2026 infatti la sola Regione Lombardia conta 78 interventi dal valore di 5,33 miliardi di euro mentre nel portale Open Milano Cortina 2026 risultano soltanto 29 opere destinate al territorio regionale. Sappiamo però che la Struttura per la prevenzione antimafia, affidata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al prefetto Paolo Canaparo per evitare infiltrazioni della criminalità nei lavori, monitora per i Giochi «129 interventi, dislocati in tre regioni e 11 province, con circa 4.000 operatori economici coinvolti a qualsiasi titolo dalle 14 stazioni appaltanti per un valore complessivo delle opere da realizzare pari a circa 3,5 miliardi di euro», che impiegano «5.000 lavoratori».
Non conosciamo l’intera lista ma sappiamo che delle 98 opere di competenza della Simico Spa, soltanto 31 risultano essenziali allo svolgimento delle Olimpiadi mentre le restanti 67 sono considerate interventi destinati ai territori. Dal punto di vista finanziario quindi l’87% delle risorse stanziate non riguarda lo sport ma la cosiddetta “legacy” (letteralmente: l’eredità) dei Giochi. Per ogni euro destinato alle opere indispensabili, secondo il rapporto Open Olympics 2026, almeno 6,6 finanziano infrastrutture, tra cui si contano 45 interventi su strade e ferrovie. Una buona notizia per i territori, anche perché la ripartizione è perfettamente equa visto che Veneto e Lombardia ricevono quasi 1,5 miliardi ciascuno. Ma dove scorrono fiumi di denaro pubblico “urgente”, spesso piombano gli squali. Proprio il prefetto Canaparo ha dovuto infatti alzare un muro di 56 interdittive antimafia – otto adottate soltanto a dicembre – per fermare soggetti sospetti che volevano banchettare al tavolo dei Giochi. Un numero che dovrebbe far riflettere su quanto siano appetibili il piatto olimpico e la sua eredità. Il problema poi è che questa “legacy” somiglia a un cantiere infinito. Stando ai cronoprogrammi infatti, alcune opere non vedranno la conclusione dei lavori prima del prossimo decennio.
L’Italia dell’ultimo minuto
Prendiamo ad esempio la tangenziale di Tirano, in Valtellina. Doveva essere il fiore all’occhiello della mobilità olimpica ma durante le gare sarà aperta solo a metà. La consegna dell’intera variante di 6,6 chilometri in provincia di Sondrio è prevista per luglio 2027, mentre per i Giochi si potrà circolare soltanto nel primo tratto da 3,3 km. D’altra parte, come ha spiegato a dicembre alla stampa locale l’assessore regionale agli Enti locali e Montagna Massimo Sertori, «questo non è un cantiere olimpico», ma un progetto che «nasce da lontano, da un iter amministrativo complicato». Un capolavoro del politichese che, quando un’opera è in ritardo, la esclude dai lavori per i Giochi, anche se è stata finanziata proprio grazie alle Olimpiadi. L’intervento, tra l’altro, risulta tra quelli essenziali indicati da Simico e persino, secondo il monitoraggio Open Olympics 2026, tra i primi cinque in esecuzione per aumenti di costo. Questo però non è un caso unico.
A dicembre lo stato di avanzamento dei lavori contava solo 16 opere concluse, 51 in esecuzione, 3 in fase di gara e addirittura 28 ancora ferme allo stadio di progettazione. In totale soltanto 42 prevedono di concludere i lavori prima dei Giochi mentre l’ultimo cantiere chiuderà addirittura nel 2033. Non solo: secondo il rapporto Open Olympics 2026, nel corso del 2025 la data di fine lavori è stata posticipata per il 73% delle opere, con slittamenti che in alcuni casi superano i tre anni.
Tra i progetti conclusi a ridosso delle cerimonie di apertura figurano la famosa pista di bob e skeleton di Cortina d’Ampezzo e il palazzetto dell’hockey su ghiaccio di Milano. Inaugurata a marzo dal tre volte campione italiano Mattia Gaspari, dal bronzo olimpico a Pechino 2022 Dominik Fischnaller e dalla coppia azzurra composta da Simone Bertazzo e Erik Fantozzini, per tornare in attività dopo 17 anni di fermo, la pista “Eugenio Monti” ci è costata 118,4 milioni di euro invece degli 81,6 milioni previsti nel bando del 2023, in aumento del 45% in soli tredici mesi di lavori. Discorso simile anche per il nuovo gioiello del capoluogo lombardo: l’Arena Santa Giulia firmata dallo studio dell’archistar britannica David Chipperfield. Inizialmente doveva costare non più di 180 milioni di euro, una cifra che alla fine dei lavori non sarà invece inferiore ai 250 milioni, forse persino 270. Ma se i conti sulla spesa complessiva per appalti e opere non tornano, anche a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, dell’inflazione generale e delle scadenze ravvicinate, il vero capolavoro di equilibrismo è il dato sull’impatto economico.
Eredità scomoda?
Le stime ufficiali parlano infatti di un ritorno di circa 5,3 miliardi di euro per i territori, una cifra che guarda caso si avvicina molto ai costi per l’organizzazione dei Giochi e le infrastrutture. In pratica, se tutto va bene e le previsioni si riveleranno azzeccate, l’operazione finirà quasi in pareggio. Ma nessuno può garantirlo. Dal turismo si prevedono introiti per circa 1,1 miliardi e altri 1,2 miliardi dalla visibilità internazionale dell’evento, il resto dagli investimenti infrastrutturali permanenti. Basterà però un minore afflusso di spettatori e viaggiatori, ricavi inferiori alle attese per gli sponsor o un sottoutilizzo delle infrastrutture a rendere i Giochi insostenibili per le casse pubbliche. La riuscita economica dell’intera operazione si affida dunque a una speranza, a fronte di spese certe sostenute dallo Stato e dagli enti locali. Eppure il piano olimpico dei cosiddetti «Giochi dell’autonomia», rivendicati sia dall’allora presidente del Veneto Luca Zaia, che dal suo collega lombardo Attilio Fontana e dal sindaco di Milano Beppe Sala, prevedeva il pareggio tra costi e ricavi e una divisione equa degli oneri finanziata in parti uguali dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO), dagli sponsor e dai proventi della vendita dei biglietti per le gare, dei diritti televisivi e del merchandising. Non solo: la promessa era di utilizzare il 90% di strutture esistenti o temporanee e costi zero per lo Stato. In realtà almeno 2,8 miliardi di euro di investimenti arrivano dall’erario mentre Lombardia e Veneto hanno dovuto garantire 1,5 miliardi di stanziamenti con leggi di bilancio speciali e decreti urgenti. Ma non finirà qui.
Per gli enti locali infatti alcuni impianti potrebbero rivelarsi vere e proprie trappole. Una stima redatta l’anno scorso dalla società di consulenza KPMG Advisory nel Piano economico e finanziario commissionato da Regione Veneto e Comune di Cortina parla di costi di gestione annui pari a 1,111 milioni di euro nei primi sette anni per la pista “Eugenio Monti” (che saliranno poi a 1,165 milioni all’anno), a fronte di incassi previsti non superiori a 526mila euro annui. La stessa Arena Santa Giulia di Milano, la più grande d’Italia per l’hockey su ghiaccio e già pronta ad accogliere le stelle della NHL nord-americana, dovrà trasformarsi in sala concerti per mantenersi economicamente sostenibile (Ligabue inaugurerà il 6 maggio l’era dopo-Giochi della struttura). Resteranno a carico dei Comuni anche gli impianti realizzati secondo i criteri per i “Nearly Zero Energy Building” (Nzeb) come lo Stelvio Ski Center e il Palazzo Pentagono di Bormio su cui la Regione Lombardia ha investito un totale di 23,9 milioni di euro. Qui, sulla pista dove Dominik Paris ha ottenuto sette vittorie, il rischio maggiore è legato ai cambiamenti climatici. Le insufficienti nevicate hanno costretto gli organizzatori a installare nuovi impianti di innevamento dotati di 64 generatori (di cui 18 mobili) che “bevono” 88mila metri cubi d’acqua provenienti dal bacino di accumulo e capaci di garantire abbastanza neve nell’arco di 100-150 ore. Un investimento importante – pari a 12,9 milioni solo per lo Stelvio Ski Center – che lascia in dote al Comune strutture a energia quasi zero. Ma non certo gratis visto che le casse locali dovranno sostenere i costi di gestione e manutenzione. La lista delle critiche però non si ferma qui.
Fine di un sogno
Se l’ambizione di un’Olimpiade low-cost è stata accantonata, con quest’ultima sembra sparita anche la preoccupazione per gli effetti sull’ambiente dei Giochi e le conseguenze dei cambiamenti climatici sullo sport. Uno studio commissionato dalla Future Host Commission del CIO ha rivelato che, ad oggi, soltanto 15 Paesi possono ospitare le Olimpiadi invernali nel rispetto dei criteri necessari, come temperature inferiori a 0 °C. Una lista che, entro il 2040, si ridurrà a 10 nazioni. L’Italia e in particolare le Alpi potrebbero uscire dall’elenco delle future sedi di gara, visto che registrano un riscaldamento più rapido di altre zone del Pianeta e che quasi il 90% delle nostre piste dipende ormai dalla neve artificiale. I Giochi non sono esenti da responsabilità: l’edizione invernale di Pechino 2022 è stata infatti responsabile di circa 17mila tonnellate di CO2 di emissioni, quasi due terzi delle quali dovute a spostamenti di delegazioni sportive, tifosi e lavoratori coinvolti nell’evento, oltre a quelle dovute ai trasporti, agli alloggi, ai consumi e ai lavori per le infrastrutture.
Vedremo alla fine dei Giochi se l’edizione italiana farà eccezione. Intanto, senza tralasciare l’abbattimento di 500 larici secolari durante i lavori per la pista di bob a Cortina, secondo l’organizzazione internazionale Mountain Wilderness, molti progetti non sono stati sottoposti a valutazioni d’impatto ambientale. Secondo il rapporto Open Olympics 2026 inoltre dai documenti ufficiali manca l’impronta di CO2 per ogni singola opera. Tra gli sponsor dell’evento poi troviamo giganti come Coca-Cola, considerata dall’ong Oceana tra le principali fonti di inquinamento da plastica al mondo, o colossi degli idrocarburi come Eni. La sostenibilità insomma rischia di restare confinata ai comunicati stampa. Ma come se non bastassero i cantieri in ritardo, i conti che non tornano e le preoccupazioni ambientali, un altro macigno è caduto all’ultimo minuto sui Giochi e, come ultimamente suo solito, c’entra Donald Trump.
Incognita a stelle e strisce
A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi è emersa con certezza la presenza sul suolo italiano di agenti della famigerata Immigration & Customs Enforcement statunitense (ICE), agli ordini del presidente Usa. Prima l’indiscrezione del Fatto Quotidiano, poi due giorni di silenzio imbarazzato del Governo Meloni, quindi la gaffe del presidente lombardo Fontana, il nulla osta del vicepremier Salvini e i tentennamenti del ministro Piantedosi e infine la conferma degli Usa.
Dopo le immagini provenienti da Minneapolis, la notizia ha fatto sobbalzare stampa e opposizioni, che hanno chiesto alla maggioranza cosa faranno nel nostro Paese i colleghi degli uomini mascherati inviati da Trump in Minnesota. Sicuramente non ordine pubblico. Questa forza di polizia statunitense dovrebbe occuparsi, come rivela il nome, del “Controllo dell’immigrazione e delle Dogane” ma, rispondendo al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, svolge anche altri compiti all’estero, soprattutto investigativi e di supporto alle missioni diplomatiche. A Milano-Cortina infatti, come confermato da Washington, sarà presente il personale del Homeland Security Investigations, la componente investigativa dell’ICE per fornire «supporto al Servizio di Sicurezza Diplomatica del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti» e all’Italia nella verifica e nel contrasto ai «rischi derivanti dalle organizzazioni criminali transnazionali». Ma ai Giochi non li vedrà nessuno. La presenza dell’ICE sarà limitata, secondo il Viminale, ad alcuni «analisti», «dunque non il braccio operativo dell’agenzia», che «lavoreranno esclusivamente all’interno delle loro sedi diplomatiche e non sul territorio». «Gli investigatori dell’Homeland Security Investigation, saranno rappresentati non da personale operativo come quello impegnato nei controlli sulla migrazione in territorio Usa, ma da referenti esclusivamente specializzati nelle investigazioni, privi di alcuna attribuzione sul territorio italiano e principalmente deputati alla consultazione delle proprie banche dati e di supporto agli altri attori coinvolti», ha precisato il Viminale, secondo cui gli uomini della famigerata agenzia federale Usa saranno probabilmente confinati nelle sale controllo del consolato.
Tuttavia veder associato ai Giochi un ente ormai noto in tutto il mondo per le brutalità contro i propri cittadini e le espulsioni di massa solleva critiche feroci sulla provocazione inferta alla nostra sovranità nazionale e sulla militarizzazione dell’evento. Non certo un segnale di attenzione al contatto con il territorio e di una gestione trasparente e locale.