Istigazione al suicidio, Mina Welby e Cappato assolti per il caso Trentini

Di Cristina Migliaccio
Pubblicato il 27 Lug. 2020 alle 17:53 Aggiornato il 29 Lug. 2020 alle 17:56
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Crediti: Ansa

Istigazione al suicidio, Mina Welby e Cappato assolti per il caso Trentini

Era attesa per questo lunedì 27 luglio a Massa la sentenza del processo che coinvolge Marco Cappato e Mina Welby, imputati per la morte di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla deceduto nel 2017 in Svizzera con il suicidio assistito. Il Pm ha chiesto 3 anni e 4 mesi per entrambi, ma ha specificato: “Chiedo la condanna ma con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell’interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare”. Arrivata poi la sentenza. Mina Welby e Marco Cappato sono stati assolti dall’accusa di istigazione e aiuto al suicidio per la morte di Trentini, perché “il fatto non sussiste”. Il verdetto è stato pronunciato dalla Corte di assise di Massa.

Come riporta La Repubblica, Mina Welby ha dichiarato: “Davide Trentini soffriva troppo, non ne poteva più della malattia, della sclerosi multipla che lo consumava, lo umiliava da più di vent’anni. Quando siamo partiti dalla sua casa di Massa per la Svizzera mi ha detto: mi sembra quasi di andare in vacanza. L’ho guardato con affetto. Era la settimana santa, mancava poco a Pasqua. Per me era come un altro povero Cristo che aveva bisogno di aiuto. Io sono religiosa, cattolica e per questo l’ho aiutato, l’ho accompagnato oltre confine, gli sono stata accanto fino all’ultimo. E lo rifarei”. Welby e Cappato rischiano ancora il carcere, perché il Parlamento non ha ancora approvato una legge sull’eutanasia, nonostante i ripetuti inviti della Corte Costituzionale in seguito al processo per la morte di Dj Fabio.

“E pensare che all’inizio quando lui diceva di voler morire io mi arrabbiavo, poi ho capito, ho accettato le sue scelte e le ho rispettaste fino in fondo. Con dolore e con rispetto per la libertà altrui”, ha spiegato Mina Welby, che ha accompagnato Davide in Svizzera al posto della madre, che era infortunata e non poteva esserci. “Lo ha salutato guardandolo, abbracciandolo forte, dicendogli: ‘Va figlio mio’, nascondendo le lacrime, rispettando la sua scelta”.

Davide Trentini aveva anche scritto una lettera per l’Italia prima di andare in Svizzera: “Spero tanto diventi un Paese più civile, facendo finalmente una legge che permetta di porre fine a sofferenze enormi, senza fine, senza rimedio, a casa propria, vicino ai propri cari, senza dover andare all’estero, con tutte le difficoltà del caso, senza spese eccessive”.

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