Due mesi dopo parla Mattia, il paziente 1: “Il pensiero di mia figlia mi ha tenuto in vita”

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 21 Apr. 2020 alle 10:09
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Immagine di copertina
Mattia Credits: Facebook

Mattia il paziente 1 parla dopo due mesi

Mattia è diventato il simbolo della lotta al Coronavirus, dalla diagnosi al ricovero in terapia intensiva, fino alla sua guarigione accompagnata dalla nascita della figlia, Giulia. Ora a distanza di due mesi esatti da quel 21 febbraio quando l’Italia ha saputo che sì, nel nostro paese, era arrivato il cCronavirus, Mattia ha voluto raccontare la sua storia di cui forse non ha ancora piena consapevolezza e che oltre ad avergli regalato una seconda vita gli ha portato anche tanto dolore, compresa la morte del padre che non ha potuto salutare.

Compirà 38 anni tra poco Mattia Maestri e lo farà nella sua casa di Codogno dove vive con la moglie Valentina e la neo arrivata Giulia che ha solo due settimane e per la cui nascita ha gioito un po’ l’Italia intera. In una intervista rilasciata a Repubblica, Mattia ripercorre le fasi che hanno preceduto la terapia intensiva: quella febbre improvvisa comparsa lunedì 17 febbraio che lo ha portato a recarsi in pronto soccorso dove gli hanno diagnosticato una polmonite prima di rimandarlo a casa, ma nonostante le medicine, la febbre non va via e la sua salute peggiora così è costretto a tornarci in ospedale il giorno dopo, ed è qui che in poche ore viene ricoverato dopo che una radiografia rivela liquido nei polmoni. Ed è dopo due giorni in cui il suo corpo non riesce a riprendersi nonostante le cure che l’anestesista Annalista Malara decide di sottoporlo al tampone: quella polmonite anomala e così forte non può avere altra spiegazione. Il risultato è quasi già storia.

Mattia lo ripete non solo a se stesso: il virus in Europa c’era già e probabilmente aveva fatto già numerose vittime ma il suo è stato un piccolo miracolo avvenuto perché i medici non si sono arresi dinanzi a un uomo che non poteva morire per una polmonite a 37 anni. Un miracolo avvenuto soprattutto per sua figlia, quella nuova vita che l’ha trascinato fuori dalla terapia intensiva. Nonostante non fosse cosciente infatti, nonostante quella sensazione di serenità di cui ha ricordo quando era ricoverato in ospedale, Mattia sa che inconsciamente ciò che l’ha tenuto attaccato alla vita è stato il pensiero di voler conoscere la piccola Giulia. Solo giorni dopo essersi svegliato ha realizzato che quella sua strana polmonite si era trasformata in una pandemia che intanto aveva portato via anche il padre, aveva colpito la moglie e la madre, entrambe guarite, e tante, numerose altre persone. È alle due donne che Mattia fa spesso riferimento ringraziandole per la forza dimostrata perché il lavoro più difficile è stato il loro, nell’attendere le buone notizie pur non avendo la certezza che potessero arrivare e anche nel non poter dire addio ad amici e parenti.

Mattia non sa dove e quando possa aver contratto il virus, continua a ripetere di aver condotto la sua vita come ogni giorno prima di quella febbre improvvisa. Il paziente zero forse non lo conosceremo mai ma lui rimarrà per tutto il paziente 1, o forse solo Mattia, che si è aggrappato alla vita e grazie all’aiuto di medici e infermieri ha potuto riabbracciare la moglie Valentina e accogliere l’arrivo della piccola Giulia.

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