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Marianna Manduca denunciò il marito 12 volte ma fu uccisa. Il giudice: “Delitto inevitabile”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 27 Feb. 2020 alle 08:28 Aggiornato il 27 Feb. 2020 alle 09:09
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Immagine di copertina

Marianna denunciò marito 12 volte, fu uccisa. Giudice: “Delitto inevitabile”

Marianna Manduca denunciò il marito 12 volte ma fu uccisa. Il 3 ottobre del 2007 è stata ammazzata dal padre dei suoi figli, Saverio Nolfo. Carmelo Calì, il cugino di Marianna insieme alla moglie Paola Giulianelli ha accolto e poi adottato i tre bambini della cugina, rimasti soli al mondo, tre ragazzi che oggi hanno 18, 17 e 15 anni. Dopo il femminicidio, lo Stato aveva promesso loro un risarcimento. Che oggi, con il giudizio in Cassazione, chiede indietro.

“Delitto inevitabile”, hanno sentenziato i giudici della seconda sezione civile della corte d’appello di Messina, sollevando da ogni responsabilità quella procura che i giudici di primo grado avevano invece accusato di “negligenza inescusabile”, con conseguente risarcimento per i tre orfani. Delitto inevitabile, ribadiscono in appello.

Emessa dalla Seconda Sezione della Corte d’Appello di Messina, presieduta da Sebastiano “Nello” Neri, residenza catanese ma di Lentini, con giudici Giuseppe Martello e Marisa Salvo. Relatrice la Salvo.

I due pm di Caltagirone non sarebbero riusciti a evitare l’irrimediabile, se anche avessero preso iniziative. “L’epilogo della vicenda – un delitto – sarebbe stato immutabile”. Saverio Nolfo, pronto a tutto e determinato come era, avrebbe ucciso lo stesso l’ex moglie Marianna Manduca, indipendentemente dall’operato e dalle mancanze dei sostituti procuratori.

E, adesso, siamo arrivati al paradosso che i tre orfani dovranno restituire il risarcimento allo Stato se anche la Cassazione sarà della stessa idea, i giudici stanno decidendo.

I giudici di appello, tra le altre cose, scrivono che l’eventuale sequestro del coltello da parte della Procura non sarebbe valso a nulla “dato il radicamento del proposito criminoso e la facile reperibilità di un’arma simile“. Non solo: “Nemmeno l’interrogatorio dell’uomo avrebbe impedito l’omicidio della giovane”, aggiunge la Corte nelle motivazioni della sentenza anche perché “i comportamenti di Saverio Nolfo non consentivano l’applicazione della misura cautelare”.

Intervistato da Repubblica, Nello Neri risponde motivando le parole della sentenza: “Non posso fare alcun commento sul merito di questa vicenda fino a quando si pronuncerà la Cassazione, però una cosa mi preme precisare: il cinismo non è mai entrato in camera di consiglio”.

“Ho il massimo rispetto della libera critica di quanti non hanno condiviso la nostra sentenza, spero l’abbiano almeno letta”, continua il giudice.

Eppure la donna aveva ripetutamente denunciato l’ex consorte, sentendosi in pericolo. Non un paio di querele contro di lui, ma dodici denunce, nel giro di un anno, in un crescendo di paura per la propria incolumità. Intimidazioni e minacce, anche in mezzo alla strada, sotto gli occhi di tutti.

Dalle percosse a una freccia metallica tirata contro, con un arco, e andata fuori bersaglio per un soffio. Il coltello a serramanico mostrato per spaventarla, con la scusa di dover pulire le unghie con la lama. Una battaglia durissima per l’affidamento dei figli, sullo sfondo. E poi l’agguato finale, senza scampo, “accuratamente programmato” per evitare che i bambini andassero a lei.

Quello che venne fatto dai due sostituti procuratori chiamati a prendere in carico la sfilza di denunce (la sentenza cita l’apertura di un procedimento penale, l’iscrizione del marito aggressivo nel registro dei reati, il temporaneo allontanamento dalla casa familiare, un coltello sequestrato e confiscato e la richiesta di un decreto penale di condanna, arrivato però dopo il delitto) non bastò a scongiurare il peggio.

“Per le ultime querele – commenta l’avvocato Licia D’Amico, legale del padre adottivo dei figli della vittima – la procura non prese alcuna iniziativa, zero assoluto, sebbene l’uomo avesse rafforzato le minacce con un coltello”. Nessuno fermò la mano dell’assassino pluridenunciato e “sempre accorto nella condotta”, altra scusante trovata per i magistrati.

Marianna Manduca, la storia

Marianna Manduca viene assassinata a 33 anni, a Palagonia, dal marito Saverio, dopo una lunga vicenda di maltrattamenti, violenze e abusi. Tra il 2006 e il 2007 Marianna, che nella vita fa la ragioniera e mantiene, da sola, la sua famiglia, presenta alla magistratura dodici querele e chiede disperatamente aiuto.

C’è un incastro gelido di codici e di sofferenze, dietro questa storia di una donna uccisa e di tre orfani di femminicidio che oggi rischiano, incredibilmente, di dover restituire allo Stato 250 mila euro.

Insieme ai suoi avvocati, Alfredo Galasso e Licia D’Amico, Carmelo e Paola hanno ascoltato il procuratore generale chiedere il rigetto del loro ricorso contro la sentenza della corte d’appello di Messina, che ha richiesto agli orfani il risarcimento accordato in primo grado.

Penultima pagina di una vicenda giudiziaria e umana, su cui è stata addirittura costruita una fiction (“I nostri figli”) ma che apre enormi interrogativi, e rischia di rallentare di nuovo il percorso di denuncia delle donne perseguitate.

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