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Lucha y Siesta lancia il Comitato contro la vendita della Casa delle donne: “La compriamo noi”

A TPI parlano le attiviste di Lucha y Siesta, la casa rifugio che da undici anni accoglie e sostiene donne che escono da una storia di violenza. Ora, l'immobile è a rischio sgombero

Di Marta Facchini
Pubblicato il 7 Set. 2019 alle 20:18 Aggiornato il 8 Set. 2019 alle 11:03
Immagine di copertina

Roma, Lucha y Siesta lancia il Comitato contro la vendita dell’immobile

La fila per aderire al Comitato popolare di Lucha y Siesta, centro antiviolenza e casa rifugio a rischio sgombero, è lunga. Fa il giro intorno alle sedie messe in giardino. A metà mattinata le firme segnate sul foglio sono già duecento e in coda ci sono ancora persone che aspettano. Donne e uomini, attivisti. Movimenti per l’abitare, artisti e gente del quartiere ma anche sostenitori che in via Lucio Sestio 10, nel quartiere Tuscolana a Roma, sono arrivati da lontano.

Oggi, sabato 7 settembre, si presenta pubblicamente il Comitato “Lucha alla città”, uno strumento pensato dalle donne della Casa per promuovere e diffondere i risultati ottenuti in undici anni di lavoro sul territorio. “Le istituzioni non hanno riconosciuto il valore di questo luogo, che non è solo uno spazio dove si accolgono donne che escono da una storia di violenza”, dichiara a TPI Simona, una delle attiviste. “L’amministrazione comunale non ha preso le giuste misure per potere salvare la Casa. Non c’è stata la volontà di farlo e nemmeno il coraggio”, continua Simona. “Tutte le nostre richieste sono cadute nel vuoto”.

Lucha y Siesta nasce nel 2008 da una palazzina degli anni Venti proprietà dell’Atac. È una casa rifugio per donne, un centro antiviolenza ma anche un polo di aggregazione, cultura e dibattito. L’immobile è stato inserito nel concordato dell’azienda pubblica del trasporto romano, passata ora sotto il controllo del curatore fallimentare, deciso dall’amministrazione guidata dalla sindaca Virginia Raggi per fare uscire la municipalizzata fuori dalla crisi. L’edificio, quindi, è diventato alienabile e può essere venduto. Ma, prima, deve essere sgomberato.

>Lucha y Siesta: “Nella Casa si combatte la violenza sulle donne con l’accoglienza e la cultura. Non ce ne andiamo”

Lo scorso 19 luglio, la Prefettura di Roma ha messo la struttura nella lista dei ventitré spazi occupati del piano sgomberi. A fine agosto, le attiviste hanno ricevuto una lettera in cui si annuncia che le utenze saranno staccate il prossimo 15 settembre.

Da qui, la nascita di un comitato popolare e l’apertura di una raccolta fondi. “Abbiamo pensato, allora, che partecipiamo all’asta pubblica e Lucha ce la compriamo”, conclude Simona. Per Lorenza Fruci, delegata della sindaca di Roma alle Politiche di Genere, “la costituzione del comitato popolare  è una buona notizia e può facilitare il dialogo con le istituzioni”.

La voce di Chiara, attivista della casa, è forte mentre parla di fronte al giardino riempito di persone. “Lucha è uno spazio femminista, un polo culturale, un pezzo di storia pluriennale. Vogliamo preservare un’esperienza complessa”, spiega. “Questo è un attacco all’immaginario, alla bellezza, alla forza delle donne, è un attacco alla storia. Lucha y Siesta da ora rimane aperta e in assemblea permanente”.

Nelle stanze di Lucha y Siesta, sono passate più di mille donne. In centinaia si sono rivolte al suo sportello antiviolenza e centoquaranta ci hanno vissuto insieme a sessanta minori. Ci sono quindici posti letto, una percentuale importante in una capitale che, secondo la Convenzione di Istanbul di cui l’Italia è firmataria, dovrebbe averne trecento e, invece, si ferma a venticinque.

“Se questo cancello fosse chiuso, una donna non troverebbe posto da nessuna altra parte. Ogni giorno cerchiamo posti per donne che stanno uscendo da una storia di violenze, mentre diminuiscono proprio i fondi per i centri”, spiega a TPI Oria Gargano, presidente della cooperativa BeeFree, una delle associazioni firmatarie del Comitato.

“L’amministrazione comunale, quando afferma che le donne ora accolte nella Casa saranno ospitate altrove, non capisce che la violenza non si risolve in un’ottica emergenziale. Assisterle non significa solo fornire un letto per loro e per i loro bambini ma dare sostegno. Psicologico, legale e culturale, come fa Lucha y Siesta”.

M. faceva la giornalista e l’attivista. A Lucha ha trovato una casa, uno spazio per sé e una famiglia. È emozionata, quando pensa al sostegno ricevuto negli ultimi giorni. “Qui ho ripreso a studiare, ho trovato un lavoro. Sono rinata”, dice a TPI. Ora insegna arabo e fa la mediatrice culturale.

È rinata anche L., che viene dalla Romania, dove ha studiato agronomia. “Ho sofferto molto in passato ma in queste stanze ho capito quanto io sia più forte di quello che ho vissuto. Se il 15 settembre vengono per mandarci via e staccano la luce, io rimango. Tanto, fuori c’è una fontanella e dentro accendo una candela”, sorride.