Isolati ma iperconnessi: ecco i rischi della solitudine digitale
Le app hanno cambiato le relazioni e il lavoro. L’IA promette di colmare il vuoto lasciato da famiglia e amici. Intanto cresce il numero di giovani che si chiudono in casa. Anche se siamo sempre più collegati, ci sentiamo sempre più soli
Rossella aveva soltanto 12 anni quando, nel febbraio del 2024, si tolse la vita ad Asti. Ma sua madre, Irene Roggero Ugues, non riesce ancora a farsene una ragione. Per la famiglia, fu la resa di una bambina sconfitta dalla depressione dopo l’illusione di aver trovato rifugio sui social, che invece avrebbero contribuito a spingerla sull’orlo del precipizio. Nel giro di pochi mesi, Rossella era cambiata, travolta da un flusso crescente di contenuti legati all’autolesionismo. Senza quella navigazione continua e l’algoritmo che l’alimentava, i familiari credono che, forse, avrebbero avuto il tempo di accorgersi dei segnali del suo malessere, prima che fosse troppo tardi. Oggi, i suoi genitori e un’altra decina di famiglie, affiancate dal Moige – Movimento Italiano Genitori, hanno portato Meta e TikTok davanti al tribunale di Milano per la prima causa di questo tipo in Italia. Una vicenda estrema, ma non isolata, di un paradosso che riguarda tutti.
Le app dovevano avvicinarci e invece, tra relazioni che cambiano forma, il lavoro che si trasforma e un’intelligenza artificiale pronta a sostituirsi ad amici e familiari, rischiamo sempre più l’isolamento. Intanto cresce il numero di ragazzi che scelgono di chiudersi in una stanza. Li chiamano “hikikomori”, un fenomeno riconosciuto per la prima volta in Giappone.
Chi ha paura del logout
I numeri raccontano più di ogni parola quanto la nostra vita si sia spostata online. Ogni italiano, secondo la relazione annuale di We Are Social, trascorre in media poco più di 5 ore al giorno su Internet, di cui un paio sui social e oltre l’86%, secondo l’ultimo rapporto Censis sulla comunicazione, ha un profilo. Ma gli effetti sulla salute si fanno sentire. Più di tre adolescenti italiani su quattro (77,5%), secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Scientifico del Movimento Etico Digitale, si dichiarano dipendenti dai dispositivi digitali.
Quanto pesi la solitudine lo spiega uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Psychiatry, condotto su 220 pazienti di una clinica di salute mentale in Polonia, secondo cui più tempo si passa online, più cresce il senso di solitudine percepito, una correlazione confermata statisticamente e particolarmente marcata tra gli utenti più giovani, gli stessi che, stando alla ricerca, mostrano anche più sintomi d’ansia. Un altro studio apparso l’anno scorso su JAMA Network Open, condotto negli Usa su 373 giovani tra i 18 e i 24 anni, introduce tuttavia una sfumatura interessante. Non è tanto la quantità di tempo passato sui social a fare la differenza, quanto il modo in cui li si usa. Tra le centinaia di partecipanti che hanno accettato di restare una settimana senza Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok, X e altre piattaforme, i sintomi di ansia sono calati del 16,1%, quelli di depressione del 24,8% e quelli di insonnia del 14,5%, anche se la sensazione di solitudine è rimasta praticamente invariata. Segno che il problema, più che i minuti passati a scorrere un feed, è la qualità del rapporto costruito con lo schermo.
Non a caso, in alcuni Paesi, si inizia a seguire la strada della prevenzione. Lo scorso dicembre, l’Australia è diventata il primo Paese al mondo a imporre a TikTok, YouTube, Snapchat e altri colossi dei social di rimuovere gli account degli utenti di età inferiore ai 16 anni, pena pesanti multe. Dal primo giugno anche la Malaysia ha vietato ai minori di 16 anni l’apertura di profili social. A luglio, il Parlamento francese ha approvato una legge fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron che vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni, con l’obiettivo di renderla operativa già entro settembre. In Norvegia e Danimarca sono state presentate proposte simili, allo studio anche in Canada e presso la Commissione europea.
Big Tech alla sbarra
Mentre la scienza descrive il fenomeno e la politica prova timidamente ad arginarlo, i tribunali hanno iniziato a chiederne conto. Lo scorso 25 marzo una giuria di Los Angeles ha emesso una sentenza storica, la prima negli Stati Uniti a condannare due colossi come Meta e Google per i danni provocati dalla dipendenza da social media. Al centro del processo la storia di Kaley G. M., che aveva iniziato a usare YouTube a 6 anni, aprendo un profilo Instagram a 9. Prima di finire le elementari aveva già pubblicato 284 video online e a 16 anni, in una sola giornata del marzo 2022, aveva trascorso oltre 16 ore scorrendo contenuti su Instagram. Oggi Kaley ha 20 anni, ha fatto causa alle due aziende per l’ansia, la dismorfofobia e i pensieri suicidi legati alla sua dipendenza, e ha vinto. Una giuria le ha riconosciuto un risarcimento complessivo di 3 milioni di dollari, di cui 2,1 milioni a carico di Meta e 900mila di YouTube. Nel corso del processo però sono emersi anche preoccupanti documenti interni alle due aziende. Uno, in particolare, in cui i dirigenti di Meta ammettevano che per avere successo tra i giovanissimi bisognava intercettarli già da preadolescenti. Un altro invece, di YouTube, suggeriva di trattare la piattaforma come una sorta di tata elettronica per intrattenere i più piccoli.
Ma quello di Kaley è solo il primo di oltre 1.500 procedimenti simili aperti negli Stati Uniti, mentre il fronte giudiziario si è allargato anche all’Italia, proprio con il caso di Rossella Ugues. Lo scorso 14 maggio, davanti alla sezione Imprese del Tribunale di Milano presieduta da Angelo Mambriani, si è aperta l’udienza della prima class action intentata in Europa contro due colossi social, promossa dal Moige, insieme a un gruppo di famiglie e con l’assistenza dello studio legale Ambrosio & Commodo di Torino. Sotto accusa Meta, patron di Facebook e Instagram, e TikTok, accusate di non impedire l’iscrizione ai minori di 14 anni, come vietano sia la legge italiana che europea: quasi 3,5 milioni di bambini e adolescenti tra i 7 e i 14 anni, secondo le stime richiamate dai promotori, sarebbero attivi sulle due piattaforme con dati falsi o non verificati. L’azione legale mira a imporre sistemi reali di verifica dell’età; lo stop a meccanismi che creano dipendenza, come lo scroll infinito e la profilazione algoritmica; e informazioni chiare sui rischi dei social, sul modello dei bugiardini dei farmaci. A sostegno del ricorso, una perizia scientifica coordinata dallo psichiatra Tonino Cantelmi paragona il meccanismo di like e notifiche a quello delle slot machine, richiamando uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics e condotto su 169 adolescenti statunitensi per tre anni, che ha documentato come l’uso abituale dei social ne alterasse lo sviluppo cerebrale.
L’amico che non esiste
Se le piattaforme social sono già finite sul banco degli imputati, i nuovi rischi assumono la forma di un chatbot. Per il Center for Democracy & Technology infatti, i legami affettivi che nascono con l’intelligenza artificiale rappresentano ormai la nuova frontiera della solitudine relazionale. I numeri diffusi da OpenAI danno la misura del fenomeno: l’1,9% delle conversazioni con ChatGPT riguarda consigli sentimentali o riflessioni personali, mentre lo 0,4% prevede veri e propri giochi di ruolo, incluso chi tratta il bot come un partner artificiale. Percentuali piccole, finché non si guardano i valori assoluti. Lo 0,15% degli utenti, pari a oltre un milione di persone, mostra infatti ogni settimana livelli potenzialmente elevati di attaccamento emotivo verso ChatGPT e una quota identica intrattiene conversazioni con indicatori espliciti di possibili intenti suicidi. Un quarto dei giovani adulti, secondo un sondaggio condotto negli Usa da YouGov per l’Institute for Family Studies, ritiene che l’IA abbia il potenziale per sostituire le relazioni sentimentali nella vita reale.
In Italia un’indagine di Save the Children, condotta con CSA Research, fotografa una spaccatura generazionale netta: il 74,2% degli adolescenti ammette di usare i chatbot almeno qualche volta a settimana, contro appena il 25,2% degli adulti. Ma non sono chiacchiere superficiali: il 58,1% dei ragazzi chiede infatti ai bot consigli sulla propria vita.
Chiusi in una stanza
Ma c’è anche chi, invece di cercare compagnia in un algoritmo, sceglie di sparire del tutto. Vengono definiti “hikikomori”, dal nome del fenomeno riconosciuto per la prima volta in Giappone, che significa “stare in disparte”. Parliamo di ragazzi, dal 70 al 90% dei casi maschi, che si ritirano dal mondo esterno, evitando ogni contatto persino con i familiari, alcuni per anni. In Italia si stima che siano circa 100mila, tra i 14 e i 30 anni. La dipendenza da Internet, in questa situazione, non sembra la causa del ritiro ma una conseguenza. Il disagio nasce altrove, tra bullismo, aspettative sociali o dinamiche familiari, ma solo dopo trova rifugio in rete. Il fenomeno è stato descritto per la prima volta alla fine degli anni Novanta proprio in Giappone, dove oggi le autorità contano oltre un milione di casi. Ora però le autorità nipponiche devono far fronte a un fenomeno persino più estremo, il “kodokushi”, letteralmente “la morte in solitudine”, che riguarda persone ritrovate senza vita in casa solo giorni, a volte mesi dopo il decesso. Un destino tutt’altro che raro: l’anno scorso, secondo i dati del governo di Tokyo, sono stati registrati 76.941 casi simili, quasi un terzo di tutti i decessi gestiti dalla polizia giapponese. Vittime di una solitudine, che nemmeno la moderna iperconnessione digitale è riuscita a colmare.