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“Sono un’interprete dal cinese, ma la pandemia ha cambiato la mia vita: ora lavoro come barista”

TPI riceve e pubblica la lettera di Cristina Franzoni

Di Cristina Franzoni
Pubblicato il 5 Feb. 2021 alle 12:43
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Immagine di copertina
Foto di pasja1000 da Pixabay

Sono interprete, e lavoro come libera professionista da molti anni. Lavoravo. Poi nel giro di pochi mesi tutto è cambiato. In realtà già da gennaio scorso noi interpreti di lingua cinese abbiamo visto saltare come birilli un impegno dopo l’altro ed abbiamo temuto uno stop come ai tempi della Sars, ma è stato molto peggio.

Per chi svolge un lavoro impegnativo ed appassionante è abbastanza naturale avere un’identità fortemente legata alla professione; io, semplicemente, non mi vedevo altro che come interprete. Per vari mesi non sono riuscita a venire a patti con l’idea di non poterlo essere più per molto tempo a venire (la fase di negazione mi ha accompagnato per tutto il lockdown) e passavo le giornate alla ricerca del minimo segno di miglioramento nella marea di dati giornalieri sui contagi.

Drammaticamente, mi sono resa conto dell’amara realtà: niente fiere, niente viaggi, niente incontri con i clienti, quasi niente di niente. Non sono arrivata alla fase di accettazione così facilmente (e chi ci è riuscito?), ma di certo la fase “vedi di darti una mossa sennò con che cosa paghi le bollette” è subentrata giocoforza in breve.

E così, per una serie di (s)fortunati eventi hanno preso vita le esperienze lavorative più disparate: da barista per la stagione estiva, io che non distinguo il rhum dal gin e che ancora non sono riuscita a servire un cappuccino decente (“Hai imparato il cinese, vuoi non imparare come si fa un cappuccino?” No.), e nonostante gli orari assurdi e la fatica sono pure riuscita a divertirmi e ad allacciare delle belle amicizie; a cat sitter ; per arrivare, dopo anni di volontariato con ragazzi problematici, ad assistente nei compiti per studenti delle medie – e nonostante l’esperienza di volontariato e gli anni passati a tradurre per dirigenti d’azienda, viceministri ed ingegneri, ho dovuto constatare quanto possa essere terrorizzante il confronto con undicenni svogliati, attenti, tristi, interessati, musoni, allegri, furbi, distratti, arrabbiati e generosi (spesso nello stesso momento).

Nonostante sia arrivata a quattro impegni contemporanei in una settimana, con i vari lavori a termine, part time e sporadici sono in grado di mantenermi solo a patto di condurre una vita monastica, senza acquisti, cene fuori o viaggi, neanche se tutto questo fosse possibile.

Nessuno avrebbe mai voluto tutto quello che è successo. Avremmo dovuto immaginarlo probabilmente, visto lo scempio che operiamo sul piccolo pianeta su cui ci siamo ritrovati a vivere. Mi auguro che esista una maggioranza silenziosa che ha iniziato a riflettere su nuove modalità di convivenza con tutti gli esseri viventi nel rispetto della natura, e che si riesca sempre più ad utilizzare quanto ci offre la tecnologia per alleviare il nostro impatto sulla natura (che meraviglia poter effettuare i rarissimi interpretariati in simultanea in remoto!); quello che rimbalza sui social network però non è purtroppo né edificante né incoraggiante.

Quanto a me, ho imparato che è bellissimo avere una strada lavorativa ben definita e che sono stata molto fortunata a percorrerla da appena laureata, ma che si può apprezzare ogni tanto, magari divertendosi un pochino ed imparando tanto, anche procedere a zig zag.

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