“È facile prendersela con i farmacisti, ma quando avevamo bisogno loro erano lì, nonostante la paura”

La lettera di Gianna, figlia di una farmacista, in difesa di una tra le categorie più esposte al rischio di Coronavirus

Di TPI
Pubblicato il 29 Apr. 2020 alle 12:59 Aggiornato il 29 Apr. 2020 alle 13:32
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Credit: Ansa

“È facile prendersela con i farmacisti, ma quando avevamo bisogno loro erano lì, nonostante la paura”

Sono una quasi trentenne figlia di una farmacista, in una realtà rurale che non conta più di mille persone in paese. Siamo piccini noi, nel cuore della Romagna: tanti nonni, tanti bambini, tante famiglie che però “lavorano fuori”, siamo tutto sommato una bella comunità, unita, non solo nella facciata. Quando ero piccola il grande flagello di mia mamma ero io, io e la mia lingua lunga. Ha passato ore sconfortata a dire “stai zitta, non discutere, è un mio cliente!!”. E quando tua mamma è la farmacista dell’unica farmacia del paese ti tocca stare zitta con tutti. Sorridi, non spettegolare, non bisticciare. E ci sta, alla fine è politica di sopravvivenza in spiccioli. Con il senno di poi se ripenso alle figure che le ho fatto fare mi sento ancora male.
Come dicevo ho quasi trent’anni e in tutto questo tempo raramente ho sentito il bisogno di alzare la voce in pubblico… ma questa volta è diverso.

Sono così stanca di sentire assurdità riguardo i farmacisti… Sono così arrabbiata a leggere di gente ottusa che spara merda su Facebook come se niente fosse. Senza ragionare, senza rendersi conto. Vivo nello stesso stabile di mia mamma e sono a casa dal lavoro dal 24 febbraio: lavoro in una scuola e siamo stati i primi a rimanere a casa. Mia mamma si è isolata in casa, non ha contatti diretti con noi da febbraio. Sai perché? Non per eroismo o spirito di sacrificio, no. Perché la farmacia è stata la prima trincea della lotta al Covid e il rischio che lei fosse per noi pericolosa era alto. Non so se ti ricordi ma è stato vietato a tutti da subito di andare in ospedale ma a nessuno è stato impedito di andare in farmacia. La farmacia è diventato il primo bacino dove tutti si sono riversati, era il solo motivo per uscire e si ritrovavano tutti lì. I medici hanno chiuso gli ambulatori dal 24/2 e i nonni erano in farmacia, a ogni ora, a chiedere informazioni.

Si è organizzata: ha fornito tutte le dipendenti di dispositivi di sicurezza, pannelli di plexiglass, ha bloccato l’accesso alla farmacia, ha predisposto l’ingresso a una persona per volta e con obbligo di mascherina e disinfettante mani a disposizione dei clienti. I dispositivi di protezione non sono arrivati all’inizio dell’emergenza (si è scoperto poi che erano stati rubati in alcuni Paesi esteri) e in farmacia ricevevano numerosi telefonate da “intermediari” che proponevano mascherine di carta velina a prezzi folli (8/14€ cad) senza neanche la certezza che fossero dispositivi leciti. Mia mamma ha scelto di non cedere, e si è ritrovata per giorni interi senza mascherine da vendere. Forse ha sbagliato? Non lo so, ma già c’erano fortissime polemiche online e denunce alla categoria di sciacallaggio e non lo nego, penso si sia fatta prendere dall’ansia.

Ma nel giro di poco l’emergenza ha preso il sopravvento e alcune persone avevano reale bisogno della mascherina: chi ha continuato a lavorare, le persone che andavano a fare la spesa, gli oss. Hanno cercato, in gruppo con le altre farmacie della zona, fornitori sicuri, con mascherine lecite, a prezzi bassi. Beh, prezzi bassi non ce n’erano. Poche alla volta ne hanno ordinate, cercando sempre il prezzo migliore e rivendendole al prezzo di acquisto. Poi è stata la volta del gel disinfettante. Non ce n’era, nessuno fornitore lo aveva (i supermercati vendevano l’antibatterico – che se lo mangia il Covid a colazione – a 9€/bottiglia spacciandolo per dispositivo di sicurezza) e allora, organizzandosi con una cooperativa vinicola della zona, hanno prodotto litri e litri di gel a base alcolica che hanno distribuito a prezzo di costo a tutta la comunità. Ma non andava bene lo stesso.

L’emergenza continuava a crescere e la trincea era sempre più fitta. Ho visto mia mamma comportarsi da vera professionista, con una stoicità che lo ammetto, mi ha sorpreso. Ho visto lei e i suoi colleghi di zona farsi il mazzo, insegnando alla gente come usare queste benedette mascherine, perché averle e non saperle usare è peggio che essere senza.
Ho visto lei prendere su i pacchi nella pausa pranzo a portare le medicine ai nonni a casa da soli, ai pazienti Covid in autoisolamento. Ho visto suoi colleghi più maturi prendere confidenza con Satispay per poter permettere a tutti di accedere a un servizio fondamentale come la farmacia.

Ricordo il momento a metà marzo, quando parlandomi a distanza ha detto “è finita la spocchia, sono finiti i clienti tronfi. Da oggi ho visto la paura negli occhi della gente”. Lei quella paura ce l’ha dal ventiquattro febbraio, da quando ha cominciato a litigare con gli occhiali appannati dietro la mascherina. Ho visto che ha avuto paura quando il suo collega del paese vicino è stato ricoverato perché positivo e so che ha pensato che il suo turno poteva essere da un momento all’altro. Il suo come quello dei medici, degli infermieri, degli oss e di tutti coloro che in questa emergenza hanno messo gli altri prima che loro stessi. È vero, come in ogni categoria ci sono le mele marce e in nome di quelle mele marce la guardia di finanza ha battuto tutta la nostra zona, nessuno è stato multato. Non sono quelle mele marce che distinguono la categoria ma da qualche giorno queste persone sono state rese rappresentanti di un gruppo di lavoratori che ha davvero fatto di tutto per la comunità che servono.

Questa lettera non vuole essere vittimista, spero che non lo sembri. Mia mamma ha fatto solo il suo lavoro, che è eccezionalmente diventato più complesso del solito. Potrei mostrare la foto delle mascherine acquistate e rivendute allo stesso prezzo ma non penso ce ne sia bisogno. Anche una persona non del settore, se si ferma un secondo a riflettere, capisce che se una mascherina viene venduta a 1,5€ non può essere ridotta a 0,5€ nel giro di una notte. La maggior parte della gente l’ha capito. Ma per la prima volta ho davvero sentito il bisogno di difendere la mia mamma e tutti i suoi colleghi, vicini e lontani. Quelli morti, quelli che si sono ammalati ma per fortuna ne stanno uscendo. Perché è così facile prendersela con una categoria, lo vediamo così spesso sui social. È un momento talmente folle che è quasi liberatorio avere un capro espiatorio, qualcuno non cui prendersela. Sparare merda, con la memoria corta, senza ricordarsi che quando avevamo bisogno il farmacista era lì.

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