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Crisanti: “Per tornare a controllare l’epidemia servono tre mesi di restrizioni”

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 23 Ott. 2020 alle 08:00
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Crisanti: “Per arrivare un reset servono tre mesi”

Secondo il microbiologo dell’Università di Padova Andrea Crisanti per arrivare a un “reset” e abbattere le cifre del contagio troppo alte registreate in questi giorni servono tre mesi di restrizioni. Ospite del programma di La7 Piazza Pulita, Crisanti ha affermato che sarebbe stato meglio effettuare tamponi a tappeto, almeno 300-400.000 al giorno, estendendoli alle reti allargate dei positivi, in modo da rompere la catena di contagi il prima possibile. Ora “siamo al punto di partenza”, perché non è più possibile identificare subito gli infetti e i loro contatti, isolando i piccoli focolai. Il virus ha di nuovo preso la rincorsa fuori dal controllo delle autorità sanitarie. “Il sistema di tracciamento italiano si è sbriciolato una settimana fa. Per rintracciare le catene, considerati i 16.000 contagi di oggi, dovremmo individuare 160.000 persone. Non esiste nessun sistema al mondo in gradi di fare questo”, ha osservato Crisanti.

“Per riprendere il controllo del contagio l’unica arma che abbiamo sono le misure restrittive e di distanziamento sociale. Se le misure faranno effetto dobbiamo chiederci come consolidiamo questi risultati. Altrimenti ricominciamo questo ciclo perverso un’altra volta. Due o tre cicli di questi alti e bassi sarebbero in grado di distruggere qualsiasi economia”, ha aggiunto. “Due tre mesi fa avevo prefigurato questo scenario. Avevo suggerito 300 o 400.000 tamponi al giorno. Creare una rete di informazioni e creare la logistica per portare i tamponi” al cittadino. Eppure al momento un nuovo lockdown sarebbe inconcepibile. “Dobbiamo guadagnare tempo, fare un tre mesi di restrizioni un po’ più severe e riportare ai livelli che possano essere gestiti dal contact tracing”. Infine secondo l’esperto fautore insieme a Luca Zaia del “modello Veneto” nel corso della prima ondata, il numero di posti letti in terapia intensiva è aumentato, ma c’è anche un “problema di personale. Il personale per la rianimazione va formato”.

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