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Clementi a TPI: “Anche un igienista come Ricciardi può capire perché parlavo di virus indebolito, chi se ne frega di quello che dice”

Massimo Clementi non si sente chiamato in causa dalle parole di Walter Ricciardi, il quale aveva criticato alcuni suoi colleghi, rei di aver dato "un’informazione sbagliata che ha fatto confusione affermando che il virus era finito, era morto". Intervistato da TPI, Clementi, virologo e ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano, respinge le accuse e spiega perché a maggio ha parlato di "virus indebolito" attraverso concetti tecnici che "anche un igienista può capire"

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 10 Dic. 2020 alle 16:15 Aggiornato il 10 Dic. 2020 alle 16:39
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Immagine di copertina

“Non replico perché semplicemente non ho mai detto una cosa del genere, Ricciardi dica pure quello che vuole, chi se ne frega”: non si sente chiamato in causa Massimo Clementi, virologo e ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano, dalle parole di Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute il quale, intervistato dal direttore di TPI.it Giulio Gambino durante la maratona online ‘Il virus della legalità’, aveva criticato alcuni suoi colleghi, rei di aver dato “un’informazione sbagliata che ha fatto confusione affermando che il virus era finito, era morto”. Intervistato da TPI, Clementi respinge le accuse e spiega perché a maggio ha parlato di “virus indebolito” attraverso concetti tecnici che “anche un igienista può capire” (Walter Ricciardi è un igienista n.d.r.).

Professor Clementi, Walter Ricciardi ha dichiarato: “Qualche esperto, non abituato a parlare con i media dicendo il ‘virus è morto’, ha dato un’informazione sbagliata che ha fatto confusione”. Si sente chiamato in causa?
No, perché non ho mai detto una cosa del genere e non l’ho neanche mai pensato. Se Ricciardi si riferiva a me sbagliava, mi dispiace per lui.

Lei, però, a maggio sosteneva che il virus poteva essersi indebolito. Ne è ancora convinto?
Quello che è accaduto nel mese di maggio/giugno è sotto l’occhio di tutti. Il numero dei casi si era ridotto tantissimo e i reparti, soprattutto quelli di terapia intensiva, si stavano svuotando. Non si vedevano più quei casi clinicamente gravi che vedevamo nei mesi di marzo e aprile. Io sono un virologo, non un clinico, ma il correlato virologico è che in quel periodo la carica virale dei pazienti che si infettavano era comunque più bassa. E questo lo abbiamo documentato, c’è poco da dire. Se vogliamo, è stato un successo del lockdown e del distanziamento sociale perché c’è un concetto che forse a qualche “esperto” sfugge che è quello di dose infettante (i microbiologi e virologi lo sanno bene). La dose infettante è quella dose necessaria per innescare una malattia.

Vale a dire?
Mi spiego meglio: se io mi infetto con 10 virus non è la stessa cosa che se mi infetto con 1000 virus. Allora se mi infetto con 10 virus magari non sviluppo nessuna malattia, con 1000 virus magari sviluppo una malattia che può essere tanto più grave quanto maggiore è la dose di virus che mi arriva. È chiaro che in quel periodo, per una serie di fattori, il lockdown, il distanziamento sociale, la temperatura, l’irraggiamento ultravioletto, chi si infettava si infettava con una quantità minore di virus e sviluppava una malattia meno grave. Questo dovrebbe essere preso come un elemento di prova che il distanziamento sociale ha funzionato.

Adesso tutti siamo convinti che l’uso delle mascherine è positivo perché la mascherina riduce la quantità di virus che mi arriva e quindi è un elemento positivo. Se qualcuno parlasse con cognizione di causa questa cosa la dovrebbe sapere. Successivamente c’è stata una ripresa dell’epidemia e le cose sono cambiate. Noi teniamo un registro nel nostro laboratorio di tutti i casi positivi, dal primo all’ultimo, e io ricordo perfettamente quando abbiamo visto i primi soggetti con una carica virale alta. Le posso dire anche il giorno: è stato il 17 luglio ed erano due persone che provenivano da un paese dell’Est. Sul virus “vivo” o “morto” io non mi sento coinvolto così come quando è stata tirata fuori la parola negazionista. Le pare che uno che studia da 40 anni i virus può essere definito negazionista, sarebbe un controsenso. Ricciardi dica pure quello che vuole, chi se ne frega.

In una recente intervista a TPI, lei disse che tutti i virus prima o poi si adattano al nuovo ospite diventando meno aggressivi. È ancora convinto che anche il Covid-19 possa seguire questo “percorso”?
Sì e in parte è avvenuto anche se molto lentamente. Non si vede ancora nessuna variante virale attenuata. Non c’è un virus più buono, però questo virus come tutti gli altri sta seguendo un suo percorso attraverso piccoli adattamenti che aggiunge ogni tanto al suo genoma. Questo non ha portato a un virus diverso. Nessuno può dire in questo momento che il virus è diverso, ma che l’infezione umana abbia portato a un virus che in qualche modo sta evolvendo è abbastanza naturale.

Se noi non intervenissimo con il vaccino, elemento secondo me indispensabile, avverrebbe che in un periodo molto lungo, diversi anni, questo virus si diffonderebbe nella popolazione umana ad ondate progressive trovando un numero di soggetti immuni maggiore con le ondate che progressivamente andrebbero un po’ a ridursi nel tempo. La vera domanda è: quanto impiega un virus ad attenuarsi? Qui ci vuole un indovino perché alcuni virus si adattano rapidissimamente, altri meno.

Le faccio un esempio del virus pandemico del 2009, un virus influenzale emerso in Messico che aveva preoccupato molto perché era un mescolamento tra un virus umano, un virus suino e un altro virus. Nessuno era immune, c’era chi profetizzava un’altra epidemia di Spagnola, l’Oms dichiarò lo stato di pandemia, l’Italia comprò 50 milioni di dosi di vaccini che in gran parte rimasero inutilizzate perché rapidamente nei mesi successivi questo virus si adattò all’ospite e adesso è uno dei virus influenzali che circola stagionalmente di inverno. Questo è l’esempio di un adattamento rapido. Il Coronavirus segue un percorso molto lento che ancora non sta evidenziandosi. Ma che questo sia un percorso naturale, con la variabile tempo che ovviamente è importante perché potrebbero volerci anche 15 anni per l’adattamento all’uomo, motivo per cui è importante intervenire con la vaccinazione, è fuori discussione. Sono concetti tecnici, ma anche un igienista li può capire.

Leggi anche: 1. Covid, Ricciardi: “Qualche esperto non abituato a parlare con i media, dicendo il ‘Virus è morto’ ha dato un’informazione sbagliata che ha fatto confusione” / 2. Clementi a TPI: “La terza ondata? Lasciamola ai catastrofisti. La verità è che questo sarà l’ultimo Natale con il Covid” / 3. Clementi a TPI: “Zangrillo ha ragione, il virus si è indebolito. Mascherine? All’aperto sono dannose” / 4. Clementi a TPI: “Il virus non è più aggressivo, è un dato di fatto. Ma certi altri virologi ragionano con gli algoritmi”

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