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Caos tamponi al Sant’Andrea di Roma, la denuncia dei medici a TPI: “Alcuni vanno persi e la risposta è lentissima. E intanto continuano i contagi”

L'ospedale S. Andrea è uno degli hub della Capitale per la cura del Coronavirus. Da sabato scorso i tamponi sono stati predisposti a tutto il personale sanitario, ma il problema è che ora "non possono essere processati". Ecco perché

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 3 Apr. 2020 alle 15:24 Aggiornato il 6 Apr. 2020 alle 01:25
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Immagine di copertina
Ospedale Sant'Andrea Credits: Ansa

“Alcuni tamponi fatti al personale sanitario sono andati persi. Qui i reagenti non bastano e dobbiamo spedirli ad altre strutture di Roma”: a denunciare la situazione di caos totale a TPI sono diversi medici dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, che preferiscono restare anonimi per paura di ripercussioni sul lavoro.

Tamponi a tutti, ma poche risposte

Il Sant’Andrea è diventato uno dei quattro hub nella Capitale adibito alla cura del Covid-19, insieme all’Eastman Policlinico Umberto I, al Gemelli- COVID 2 Columbus e all’Ospedale Pertini. Vi sono al momento 96 pazienti ricoverati con il Coronavirus e 18 posti disponibili in terapia intensiva. Sabato 28 marzo era arrivata una buona notizia: finalmente sarebbero partiti i tamponi a tappeto per tutti i medici e gli infermieri. “Ma a cosa serve fare i tamponi a tutti – dice uno dei medici a TPI –  se poi per avere il risultato bisogna aspettare una settimana? Nel frattempo ci contagiamo tutti“.

Come ci spiegano dottori e infermieri del Sant’Andrea contattati telefonicamente, il test viene fatto “a circa dieci persone al giorno, quindi prima di completare tutto il personale sanitario passano settimane!”. Non solo, nonostante al Sant’Andrea siano stati assunti appositamente dei tecnici per potenziare gli accertamenti del contagio, sono i reagenti a non essere sufficienti: “Non si possono processare tutti i tamponi qui, non ci sono le risorse – sottolinea un dottore del pronto soccorso – alcuni test vanno a Tor Vergata e altri allo Spallanzani. Confermo: ne sono già andati persi una decina”.

Quindi così vengono sprecati tamponi (risorsa preziosa di questi tempi) e si moltiplica il rischio per i medici. Nell’ospedale 12 di loro sono infatti risultati positivi, ma il risultato è arrivato dopo giorni di contatti ravvicinati con i colleghi.

“La struttura è rimasta mista, è questo il problema”

“Addirittura pazienti arrivati qui per altre patologie, si sono poi ammalati di Coronavirus”, racconta lo stesso medico. Perché il problema è che il Sant’Andrea è rimasto un ospedale misto, senza tante precauzioni per il reparto Covid. “Non ci sono percorsi separati – denuncia un’anestesista – vengono usati gli stessi ascensori, gli stessi corridoi per i malati normali e per i pazienti contagiati dal Covid”.

Poi la protezione che manca. Le mascherine e i dip (dispositivi di protezione individuale) non bastano per tutti. “Nelle tende di pre-triage, soprattutto le prime settimane, usavamo le mascherine chirurgiche, che non sono certo sicure come le FFP2 o le FFP3″, ci dice un altro medico.

E la risposta del direttore sanitario del Sant’Andrea è sempre la stessa: “Si tratta di una carenza della sanità italiana, non ho responsabilità”. Così è cresciuta la paura tra il personale sanitario, medici che tra l’altro tornano poi nelle loro case e con le famiglie non riescono a rispettare l’isolamento adeguato.

I numeri del Lazio

Intanto, il bollettino del Lazio conta nelle ultime 24 ore 16 decessi e il doppio dei guariti che sono stati 32 e crescono di continuo, arrivando a quota 369 in totale. Escono dalla sorveglianza domiciliare in 8.287, mentre i ricoverati sono 1169, in terapia intensiva 181, e  1529 in isolamento a casa. I positivi attuali sono 2879, i casi totali esaminati (compresi guariti e deceduti) 3433. Nelle ultime 24 ore, 55 sono i nuovi contagiati a Roma, contro i 49 di mercoledì, i 54 di martedì e i 58 di inizio settimana.

Dei numeri sì in discesa, ma che non devono spegnere i riflettori su un nemico invisibile ancora molto pericoloso. Soprattutto quando i medici non sono i primi ad essere tutelati.

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