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Senna (Lega) a TPI: “Il Coronavirus è la fine di un’era. Il mercato del lavoro cambierà, non solo in Lombardia”

Smartworking, delivery, sostegno alle PMI, nuove abitudini sociali: il Presidente della Commissione Attività Produttive della Regione Lombardia dialoga con TPI sullo scenario futuro

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 2 Apr. 2020 alle 13:18 Aggiornato il 2 Apr. 2020 alle 13:54
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Immagine di copertina
Gianmarco Senna (Lega), Presidente della Commissione Attività Produttive della Regione Lombardia

Coronavirus e mercato del lavoro, Senna (Lega): “Sarà stravolto”

Quali saranno gli impatti economici del Coronavirus sulla Lombardia? Come cambierà la vita nella locomotiva economica del Paese, una volta usciti dall’emergenza sanitaria? Non è troppo presto per occuparsene, sebbene il conteggio di vittime e contagi rappresenti tuttora la preoccupazione principale. Senza un’adeguata visione sul futuro, il rischio è che gli effetti della pandemia affossino l’economia.

TPI ne ha parlato con Gianmarco Senna, che in Regione Lombardia presiede la IV° Commissione Permanente – Attività produttive, istruzione, formazione e occupazione. Imprenditore nel settore della ristorazione, ha indetto per oggi la prima seduta, dopo tre settimane di riunioni soltanto online per via della necessità di sanificare il Pirellone (dove martedì scorso è tornato a riunirsi il Consiglio). L’esponente della Lega, classe ’70, parla di un vero e proprio trauma collettivo:

“Facciamo parte di una generazione fatta di persone che, pur non essendo più giovanissime, non hanno mai provato nulla del genere. Al di là dei ricordi di alcuni anziani che hanno vissuto la guerra, non abbiamo mai messo in dubbio il fatto che si potesse mettere insieme il pranzo con la cena. Infatti c’è gente che va fuori di testa perché al supermercato non trova la qualità di pasta che solitamente era abituata a comprare. Questa esperienza lascerà inevitabilmente un segno sul piano psicologico: almeno per un po’ di tempo, la gente non avrà più voglia di stare gomito a gomito con gli altri e ogni starnuto ci metterà in agitazione. Non sarà semplice uscirne: il problema finirà solo quando sarà disponibile un vaccino”.

Dal suo punto di vista, il Coronavirus segna la fine di un’epoca: “Io credo che la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, sia finita. Il processo iniziato circa trent’anni fa è giunto al termine. Non è detto che questo sia per forza negativo, anzi, ma iil cambiamento sarà doloroso, su questo non ho alcun dubbio”.

Il problema principale riguarderà l’occupazione: “In Lombardia nel 2018 eravamo tornati ai livelli precedenti alla crisi economica partita nel 2008 e nel 2019 il tasso di disoccupazione era sceso al 5 per cento – spiega Senna – Ora le carte si rimescolano del tutto. Crescerà il numero di disoccupati, ma cambierà totalmente il modello di lavoro. Lo smartworking era un processo già in corso, ma in questo frangente ha avuto una forte accelerazione. Diversi studi hanno capito che possono fare lo stesso lavoro con meno persone, quindi il problema dell’occupazione riguarderà anche i colletti bianchi. Milano, in particolare, rischia di soffrire molto questa situazione”.

“In questi anni si è gonfiata una bolla immobiliare, con affitti cresciuti oltre le possibilità di pagarli, e molte persone si sono spostate in aree più periferiche. Anche per gli uffici l’aumento dei prezzi è stato clamoroso. Con lo smartworking che inciderà in maniera importante sulla forza lavoro, questi spazi commerciali diventeranno molto meno appetibili. Ho già sentito diversi professionisti che, a scadenza dei contratti d’affitto, lasceranno gli attuali spazi per andare in spazi più piccoli e decentrati, contando molto sul lavoro da remoto. Questo avrà anche effetti positivi, riducendo il traffico e l’inquinamento, ma con meno gente negli uffici ci saranno anche meno persone che andranno a spendere in bar e ristoranti durante la pausa pranzo. Se a questo sommiamo anche, che per molto tempo non avremo più dei picchi di turisti da 10 milioni di unità all’anno nella sola Milano e di 20 milioni nella regione, il conto si fa salato”.

Nello specifico della ristorazione, il suo settore professionale, il food delivery può rappresentare un’argine al calo dei volumi?

“Tutto il settore delle consegne a domicilio crescerà ulteriormente, non solo nell’alimentare. Io per le mie attività lo sto già usando da tempo e lo stesso inevitabilmente faranno anche imprenditori di altri settori. Diversificare è una soluzione che consiglio a tutti: con un mix di ristorazione classica, delivery e servizio diretto si creano tre elementi su cui lavorare. Chi invece ha un locale in centro e si basa solo sull’afflusso dei lavoratori e dei turisti sarà comunque in difficoltà, a prescindere da quello che potrà inventarsi. Se avessi un locale in centro valuterei il da farsi, e senza una riduzione sostanziale del canone difficilmente rimarrei. Cambierà il modo di consumare. Anche il macellaio e l’ortolano sotto casa dovranno tenerne conto, magari facendo in modo che il loro commesso vada anche a fare le consegne a domicilio in bicicletta, in fondo come si faceva una volta, tutto torna!

Coronavirus e mercato del lavoro: cosa può fare la politica per gestire questa fase delicata?

“Io vedo tre punti chiave: formazione, sburocratizzazione e supporto alle PMI. Lavorare sulla formazione è fondamentale: ci sarà necessità di tecnici, formati negli istituti professionali, e dovremo ricollocare persone uscite dal mercato del lavoro per indirizzarle dove invece si creeranno spazi: nella logistica, ad esempio, dove sicuramente cresceranno le opportunità. Ci sarà maggiore richiesta di forza lavoro anche nei servizi alla persona, agli anziani e nel comparto sanitario: dopo tanti anni di tagli, oggi ci accorgiamo che servono medici e infermieri”.

La semplificazione dei processi burocratici è un antico mantra, che però non riguarda solamente il livello regionale…

“E’ vero, ma in questa situazione la burocrazia è un lusso che non possiamo più permetterci. In Regione Lombardia vogliamo introdurre nei bandi rivolte alle aziende lo stesso sistema sperimentato a Cinisello Balsamo (MI), con l’utilizzo del protocollo blockchain per l’assegnazione degli asili nido: alle famiglie basta un clic sapere se ne hanno diritto o no. Rispetto al supporto alle PMI, terzo punto-chiave, abbiamo Finlombarda che ha una cassa importante, ma probabilmente dovrà derogare dalle logiche classiche delle banche per essere davvero incisiva. Le regole di Basilea 2 e Basilea 3 non sono più adatte al contesto che stiamo vivendo. Vanno superate e allora si potranno fare parecchie cose”.

Condivide la necessità di fare debito pubblico?

“Non c’è alcuna alternativa. All’Italia serve uno shock da almeno 100 miliardi di euro per rimettersi in pista. Anzi: avremmo dovuto farlo qualche anno fa, quando tutta l’Europa stava crescendo e così anche l’Italia, seppur di poco. Non c’è stato permesso e ora i nodi sono arrivati al pettine. Il Coronavirus ha accelerato un processo che era già in corso. Se non facciamo debito, il sistema imploderà con milioni di disoccupati senza ammortizzatori sociali. E ce lo stiamo dicendo qui al Nord, non voglio nemmeno immaginare la situazione al Sud!

Come valuta la situazione in seno all’Unione Europea?

“Io credo che l’Italia abbia nel DNA la forza per farcela. A differenza della Grecia, siamo un’eccellenza del manifatturiero. La politica deve dare le risposte giuste e il rapporto con l’Europa è il problema principale. Sono sempre stato cauto su questi temi, ma oggi servono risposte: o c’è una reazione forte o accettiamo di svendere i nostri asset e diventiamo una provincia dell’impero. Il tema del debito va discusso a livello europeo: non possiamo continuare a pagare interessi insensati, quando i nostri fondamentali non sono affatto peggio di quelli altrui. Il risparmio degli Italiani non ha pari al mondo e di conseguenza Il nostro debito aggregato non è così oneroso: solo la Germania e pochi altri sono in una posizione migliore”.

Quali sono, allora, le potenzialità di questo periodo difficile?

“Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, forse questa situazione può darci la spinta decisiva per adottare delle politiche espansive che ci facciano svoltare. Le nostre imprese hanno dimostrato di sapere stare sul mercato, dobbiamo cogliere questa occasione per liberarle dai vincoli della burocrazia. Però bisogna farlo in fretta, altrimenti oltre ai morti per il Coronavirus rischiamo di avere gli stessi problemi sociali determinati dalla crisi economica del 2008, come patologie importanti, problemi psichici e dipendenze. La prima cosa da fare è bloccare l’avanzata del Coronavirus e far ripartire il mercato, perché due o tre mesi di stop alla produzione possono causare danni enormi al PIL. Dal punto di vista della crescita del Paese, il 2020 è compromesso”.

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