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Il (contro) potere della carta

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Cinque giorni sul web, un weekend su carta o in digitale. Cinque giorni di notizie, servizi e inchieste online, un fine settimana di approfondimento sul magazine. È la nuova formula con cui da venerdì 17 settembre si presenta The Post Internazionale, che affianca un settimanale cartaceo alla testata web fondata nel 2010 e registrata nel 2012 da giornalisti tra cui Giulio Gambino, 34 anni, e Stefano Mentana, 33 anni, ora rispettivamente direttore e vice direttore, per quanto riguarda il sito, insieme ad altri due vice direttori, Riccardo Bocca e Luca Telese, nel nuovo magazine.

“A 11 anni dalla nascita di TPI ritengo che il web sia il nostro presente e il nostro futuro, sia il nostro mondo, a cui tutti guardiamo. Ma ha dei limiti. Il primo limite è strutturale, legato ai device su cui leggiamo. Lì la news è precaria, volatile, non essenziale, è una commodity che dura 20 minuti. È di tutti, difficilmente è esclusiva perché dopo pochi minuti non è più solo tua, è la gente che dà per scontato che sia gratuita. Il secondo limite è che nel web siamo sopraffatti dalla velocità, e quindi dal caos, non ci consente di fermarci e di riflettere” dichiara Giulio Gambino, spiegando la filosofia retrostante del progetto.

“Così se per tutta la settimana seguiamo l’informazione online, nel fine settimana sentiamo la necessità di una pausa di disintossicazione, di mettere un punto fermo. Noi lo abbiamo identificato in un settimanale che sia una finestra di approfondimento, commento, inchiesta, analisi e di racconto sull’Italia e sul mondo. Perché un settimanale? Perché l’atto di leggere un quotidiano ormai è elitario, quello che abbiamo pensato è una combo fra l’informazione digitale quotidiana gratuita e un magazine di respiro più lungo, passo più lento, ma che può avere lo stesso pubblico, drenare lettori del web”.

La società editrice, una srl, è la stessa del sito: 57% di Gambino, il 43% restante suddiviso tra una mezza dozzina di colleghi e amici. “Non ci ha aiutato nessuno, né i nostri genitori, né finanziamenti pubblici”. Falsa, inoltre, la notizia che il capitale iniziale fosse di 118mila euro: “Chissà da dove è saltata fuori quella cifra, non avevamo nulla”.

Finora TPI si è retto su tre gambe: il web, la formazione, con corsi di giornalismo stoppati purtroppo dalla pandemia, salvo un unico workshop che si è tenuto online e che ha visto centinaia di iscritti, e la fornitura di servizi ad altri media.

Il bilancio 2019 è stato chiuso, dice a Prima, il direttore fondatore, con circa un milione di fatturato dovuto alla raccolta pubblicitaria curata interamente dalla concessionaria Moving Up, e un leggero attivo, pari ad alcune decina di migliaia di euro.

Il numero degli utenti unici è consistente (secondo Google Analytics, circa 250mila al giorno, oltre un milione e 200mila follower su Facebook e 150mila su Instagram.

L’impact factor sugli altri media è notevole, tanto che TPI è stato fra i 18 editori italiani selezionati per Google News Showcase, il programma di licenze di Google per pagare gli editori per “contenuti di alta qualità”. Merito del lavoro della redazione e degli inviati sul campo, ma anche dei tanti commenti, compresi quelli di firme popolari come Selvaggia Lucarelli, Claudio Sabelli Fioretti, Alessandro Di Battista.

Un giornale “progressista, espressione di un gruppo di pensiero che non ha più rappresentanza o voce, tant’è che si è disinteressato dei giornali ma è anche stufo della totale predominanza dei social, un tempo apparentemente liberi, oggi anche essi corrotti e compromessi”.

Di sé il direttore dice: “Sono un liberale, se per liberale s’intende libero, appunto progressista, fuori dagli schemi, senza vincoli”. Il magazine è finanziato dalle sottoscrizioni dei lettori: circa 500mila euro, arrivati in particolare dopo le inchieste sulla gestione Covid e sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, che hanno fruttato al sito il Premio Ischia internazionale di giornalismo.

Il magazine cartaceo è destinato a edicole e librerie, la tiratura di lancio è di 40mila copie, stampate dalla Elcograf di Cisano Bergamasco, distributore Sodip. La raccolta pubblicitaria ha visto investitori importanti: TIM, Poste Italiane, Menarini, Regione Lazio, Intesa Sanpaolo, Invitalia, Ferrovie dello Stato.

L’aspettativa, per quello che concerne le vendite, è un “chi lo sa”. “Al terzo numero probabilmente già sapremo come stanno le cose: non ci aspettiamo comunque molto, magari 5mila copie, ma ciò che conta sarà esserci” prosegue Gambino che, con le dovute differenze, paragona questa avventura editoriale a due soli altri giornali: Il Fatto Quotidiano e La Verità.

“Sono e siamo tra i pochi giornali fatti da giornalisti in un mondo dell’informazione appiattita, non tanto su Draghi, quanto sul potere, che mai come oggi rivela le sue congenite debolezze, il suo essere perlopiù una conventicola di centri corporativisti e auto conservatori in cui gli editori e i loro interessi sono più importanti dei giornalisti, e che perseguono non la libera informazione, ma i propri interessi, politici, industriali o di ‘tornaconto personale'”.

La redazione del sito e del nuovo settimanale si trova in via Aniene 30 a Roma. Oltre a Gambino e ai vice direttori ci sono Enrico Mingori, Veronica Di Benedetto Montaccini, Andrea Lanzetta, Anna Ditta, i grafici Emilio Procopio e Maria Marzano e l’illustratore Emanuele Fucecchi. Per la cultura c’è il poeta, scrittore e critico Valerio Magrelli. Tra le tante firme, oltre a quelle già citate, Alexander Stille, Marco Revelli, Giulio Cavalli, Emanuele Fucecchi, Roberto Corradi, Insaf Dimassi, Marco Antonellis, Elisa Serafini, Francesca Pizzolante, Nadia Urbinati, la scrittrice afghana Wadia Samadi. Il progetto grafico è di Alberto Valeri ed Emanuele Fucecchi.

“Abbiamo immaginato un settimanale con una parte consistente di denuncia e inchieste, ma anche capace di formulare proposte” conclude Gambino. “Vogliamo dare battaglia sui grandi temi dell’ultimo ventennio, senza aver paura di chi ci troveremo davanti. Vogliamo fungere da contropotere, ma anche raccontare storie che costruiscano, perché il giornale ha bisogno di dare qualcosa alle persone, arricchirle”.

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