Scorie tossiche e misteri di Stato: la storia poco conosciuta delle “navi a perdere” nel podcast “A chi interessa”
Parla a TPI la sua ideatrice Maria Vittoria Sparano: "Queste vicende riguardano tutti"
Rifiuti radioattivi, “navi a perdere”, la morte in circostanze sospette di un uomo di Stato. Tanti interrogativi e, a trent’anni di distanza, poche risposte certe. Eppure l’opinione pubblica ne sa molto poco. Non se ne parla. Per questo sono importanti iniziative come quella del podcast “A chi interessa” – ideato e scritto da Maria Vittoria Sparano e prodotto da Giada Pari – per cercare di far luce su alcune delle pagine più buie e poco note della storia del nostro Paese.
La notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 il Capitano di Corvetta Natale De Grazia muore in circostanze misteriose e mai del tutto chiarite. De Grazia era in viaggio a bordo di un’auto civetta assieme al Maresciallo Nicolò Moschitta e al brigadiere Rosario Francaviglia in direzione La Spezia. Era un viaggio importante. Forse sarebbe stato addirittura determinante per l’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi tramite le cosiddette “navi a perdere” su cui stava indagando il sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, coadiuvato da un piccolo pool di cui lo stesso De Grazia non solo faceva parte, ma era figura centrale. Quella notte, però, Natale De Grazia muore.
Su questi temi indaga il podcast “A chi interessa”, composto da sette puntate della durata di circa 40 minuti ciascuna. Attraverso documenti ufficiali e testimonianze inedite ricostruisce e racconta la storia che precede questa morte improvvisa, ma anche quello che successe dopo: gli errori, le incongruenze, le assurdità nell’accertamento delle cause della morte del Capitano De Grazia, e ancora le indagini su cui stava lavorando questo instancabile uomo di Stato – che non amava “le cose storte” – e le innumerevoli e inquietanti scoperte che portarono alla luce per la prima volta nella storia del nostro Paese l’esistenza di un sistema criminale transnazionale di traffico illecito di rifiuti tossici, armi e scorie radioattive.
Il podcast restituisce una mappa chiara di ciò che è emerso, di ciò che resta oscuro e del perché, ancora oggi, questa storia interroghi istituzioni e opinione pubblica. Un lavoro ricco e accurato, disponibile gratuitamente su tutte le principali piattaforme streaming, come Spotify, Apple Podcast, Amazon Music, YouTube e RSS. Un podcast indipendente, senza pubblicità e senza sponsor. Realizzato grazie a una campagna di crowdfunding, per coinvolgere direttamente gli ascoltatori, riuscendo così a coprire le spese vive del progetto. “A chi interessa”, pubblicato lo scorso ottobre, ha già collezionato oltre 16mila riproduzioni ed è attualmente al 41esimo posto nella classifica dei podcast di Tendenza. Ne abbiamo parlato con la sua ideatrice, Maria Vittoria Sparano.
Il tema delle cosiddette “navi a perdere” ha forti implicazioni sul piano ambientale e della salute pubblica, eppure se ne parla pochissimo. Perché ha deciso di realizzare questo podcast?
“Parliamo in effetti di una questione molto poco conosciuta, per questo ho deciso di distribuire il podcast in maniera gratuita e su diverse piattaforme, in modo da renderlo disponibile a tutti. Mi è capitato di fermare alcune persone in giro per Roma, dai 35 ai 65 anni, chiedendo loro se avessero mai sentito parlare del Capitano De Grazia o delle “navi a perdere”. Purtroppo nove volte su dieci mi rispondevano ammettendo di non saperne nulla. Ma al tempo stesso manifestavano un forte interesse a conoscere e approfondire la questione”.
Forse anche a livello mediatico si è parlato più frequentemente di navi dei veleni, ma quasi per nulla di “navi a perdere”. Tuttavia è bene specificare che si tratta di due fenomeni distinti.
“Spesso vengono impropriamente confusi, come se fossero sinonimi. Ma si tratta, come giustamente lei diceva, di due fenomeni diversi, che fanno parte entrambi del grande tema di come i rifiuti tossico-nocivi e radioattivi siano stati gestiti e “smaltiti””.
Una figura centrale in questa storia è quella del Capitano De Grazia. Perché è importante, a trent’anni dalla sua scomparsa in circostanze misteriose, continuare a indagare per provare a far luce sulla vicenda?
“Ancora oggi non abbiamo una risposta certa su cosa sia esattamente accaduto in quella notte e perché De Grazia sia morto. Dalle tante testimonianze che ho raccolto lavorando a questo progetto, emergono due posizioni diverse: da una parte c’è chi sostiene, come affermato inizialmente sulla scia dell’analisi autoptica del medico legale, che il Capitano sia morto per cause naturali. Questa versione è stata quella ufficiale per molto tempo, fino almeno ai lavori della Commissione parlamentare Rifiuti nella XVI Legislatura, con la perizia del consulente, il professor Arcudi, che ha ribaltato le due autopsie che erano state precedentemente effettuate. A distanza di trent’anni, nemmeno la causa della morte è un dato condiviso. C’è quindi chi ancora pensa che la scomparsa di De Grazia sia avvenuta per cause naturali e chi invece pensa sia una morte provocata, anche perché il prof. Arcudi ha parlato chiaramente di “causa tossica”, motivo per cui la Commissione parlamentare ha avanzato l’ipotesi di avvelenamento”.
Il podcast sta avendo un ottimo riscontro. Tra i suoi punti di forza la presenza di molte e autorevoli testimonianze, anche inedite, e il ricorso a documenti ufficiali.
“La scelta è stata quella di raccogliere più voci, perché ci sono tante persone che sono coinvolte in questa storia complessa. Per cercare di ricostruire l’accaduto è stato per me fondamentale ricorrere a una voce scientifica e autorevole come quella di Andrea Carnì, ricercatore dell’Università di Milano, tra i maggiori esperti a livello nazionale di queste vicende. Ho poi cercato di mettere insieme i documenti prodotti, che sono pubblici e quindi accessibili a tutti, anche se in pochi lo sanno, attraverso canali istituzionali come il sito dell’archivio della Camera dei Deputati”.
Come accennavamo, uno degli aspetti meritori di questo podcast è quello di essere totalmente gratuito, visto che il lavoro è stato realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding.
“Fare un podcast non è a costo zero. Ad esempio ho scelto di affidare il sonoro di “A chi interessa” a dei musicisti, che hanno suonato dal vivo per noi. Si è creata così una rete di persone accomunate dagli stessi ideali, tra cui non posso non citare la podcast producer Giada Pari. Questa storia che abbiamo provato a raccontare riguarda tutti. La scelta del crowdfunding permette alle persone che decidono di contribuire di sentirsi parte di un progetto basato su valori comuni”.