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Psicologia e domande frequenti: la “terapia in 15 secondi” della psicologa Giulia Amandolesi

Immagine di copertina
Credit: syarifahbrit / Freepik

Poiché non è possibile fornire una risposta esaustiva in 15 secondi e tanto meno fare terapia, ho deciso di selezionare alcuni dei dubbi, delle domande e delle riflessioni che avete condiviso con me nella box Instagram di TPITerapia in 15 secondi” e che nell’ultimo periodo con costanza variabile avete visto comparire sul mio profilo “Giulia Amandolesi Psicologa“. Molti dei vostri quesiti prevedevano e meritavano più tempo rispetto a quello dedicato, per questo motivo la mia scelta è ricaduta su due domande che mi avete sottoposto con più frequenza. Insomma, bando alle ciance, iniziamo!

La psicoterapia serve?

Partendo dal presupposto che la psicoterapia si struttura esattamente come qualsiasi altro processo di apprendimento, per cui attraverso l’utilizzo della teoria, dell’osservazione, di tentativi e di esercizi, impareremo ad esempio una nuova lingua, una nuova ricetta, a fare surf, a utilizzare le nuove tecnologie a nostro vantaggio, allo stesso modo potremmo imparare a gestire fobie, ansie, paure o difficoltà relazionali.

Il nostro assetto celebrale non funziona in modo tanto diverso dal nostro corpo, se lo alleniamo con un obiettivo otterremo una modificazione in quella direzione, esattamente come quando alleniamo gli addominali si rifletterà auspicabilmente con un fantastico “effetto tartaruga”.

Ciascuna delle modificazioni che si struttura nei nostri processi psicologici conduce a cambiamenti morfologici delle nostre strutture celebrali o nel funzionamento del cervello, che si traduce quindi in cambiamenti pratici a livello comportamentale e di pensiero.

Quindi, detto in altre parole, la psicoterapia può proporre alla nostra mente delle valide alternative a comportamenti ritenuti dal soggetto disfunzionali e che se compresi, solidificati e ripetuti nel tempo possono tradursi i cambiamenti neuronali. Tali cambiamenti possono garantirci in un lasso di tempo ampio e duraturo l’attuazione da parte del paziente di comportamenti volti al proprio benessere e contrari a quelli improvvisati in precedenza per difendersi dal dolore.

Quindi sì, la psicoterapia serve ed un’ulteriore prova significativa, in risposta a questa domanda, la si è ottenuta negli ultimi anni, grazie all’utilizzo delle tecniche di neuro immagine. I risultati, infatti, evidenziano che i percorsi psicoterapeutici intrapresi dai pazienti sono in grado di modificare la loro attività funzionale celebrale e che tali cambiamenti vadano di pari passo con l’andamento del percorso clinico. Possiamo concludere affermando che i principi che si celano dietro alla psicoterapia possano risultare complessi, non sempre intuitivi ma non arbitrari, misteriosi o magici.

Come si capisce quando una relazione è finita?

Ogni relazione ha un proprio equilibrio e così anche un proprio modo di declinare ritmi, sviluppi ed eventuali epiloghi. Così, una relazione che dall’esterno appare arsa, è in via riassestamento, un’altra che ribolle di passione e dolcezza, cerca invece di evitare dubbi madornali e paure. Dall’esterno tutto appare semplice e nitido ma non sempre lo è (stiamo attenti a cosa proiettiamo sugli altri, molto spesso diciamo molto più di noi che dell’altro, ma questo è un altro discorso). Insomma le dinamiche interne a una coppia talvolta sono estranee anche alla coppia stessa.

Il motivo per cui ci si pone domande come “ma sarà finita tra noi?”, che possono sembrare del tutto scontate, è che lo sguardo interno è spesso vincolato da emozioni, sensazioni e sentimenti che influenzano la nostra capacità d’analisi, rendendo tutto più complesso.

Le relazioni, non riguardano due persone in interazione ma bensì due mondi in interazione, ognuno dei quali ha una sua storia e dei personaggi che lo caratterizzano. Ecco perché una litigata che da una parte può apparire del tutto fuori luogo ed esagerata, dall’altra è una questione di principio sul quale non sarà mai in grado di passare oltre.

Nelle relazioni proiettiamo tanto di noi, dei nostri vissuti, delle nostre esperienze e molto spesso utilizziamo il rapporto per disinfettare vecchie ferite, per rispondere a bisogni altrimenti castrati, per sentirci appagati. Spesso le relazioni sono finite da tempo, ma ciò che non termina, o meglio ciò che non vogliamo termini, è quello che rappresenta per noi quella relazione, ossia quello che ci eravamo prefissati di ricucire, risanare, ri-equilibrare.

E allora un bambino che si è sentito poco amato accetterà una relazione che non lo rende felice purché ci sia qualcuno al suo fianco a garantirgli sicurezza e protezione. Un bambino incompreso diventerà un adulto silenzioso non sempre capace di esprimere e ricevere amore. Ma quella relazione sarà vissuta come un riscatto, è il modo in cui quel bambino diventato grande si dirà “ehi ma allora sono meritevole d’amore”. Chi vuole smettere di essere meritevole d’amore? Chi non vuole essere riscattato dalle ingiustizie subite? Molte relaziono sono relazioni finite, si. Ma per noi sono finte davvero?

Gli articoli della psicologa Giulia Amandolesi su TPI
1. Non si fa più l’amore come una volta (di Giulia Amandolesi); // 2. Smart working: i rischi di lavorare da casa e come evitarli (di Giulia Amandolesi); // 3. Come scegliere lo psicologo giusto per te (di Giulia Amandolesi); // 4. Ansia, una pandemia parallela

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