“Combattere il razzismo ai tempi del Coronavirus”: intervista a Gabriella Nobile

La fondatrice di "Mamme per la Pelle" pubblica il libro "I miei figli spiegati a un razzista", con la prefazione di Liliana Segre: "Alla politica manca coraggio, ma io non intendo entrarci"

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 13 Mar. 2020 alle 19:03 Aggiornato il 13 Mar. 2020 alle 20:30
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Immagine di copertina

Nell’Italia paralizzata dal Coronavirus, una buona lettura diventa ancora più preziosa. Lo è senza dubbio “I miei figli spiegati a un razzista” (Feltrinelli) di Gabriella Nobile, fondatrice dell’Associazione “Mamme per la Pelle”, che oltretutto si avvale della prefazione di Liliana Segre.

Madre adottiva di due bambini di origine africana, Gabriella è diventata molto famosa nel febbraio del 2018, quando, alla vigilia delle ultime elezioni politiche, ha scritto una lettera aperta a Matteo Salvini, accusandolo di aver contribuito con le sue prese di posizione a creare un clima ostile nei confronti degli stranieri. Un clima che, purtroppo, ha travolto anche i bambini, con il ripetersi di episodi di razzismo a vario livello.

“Episodi che comunque sono quasi sempre causati dagli adulti”, spiega Gabriella a TPI“Il mio figlio maggiore è un adolescente e si sa difendere bene dall’attacco di un coetaneo, perché è un suo pari. Se invece si tratta di un adulto, ovvero di colui che dovrebbe proteggerti e al quale come madre ti ho insegnato a portare sempre rispetto, crollano tutte le certezze. I ragazzi entrano in una crisi profondissima e questo è capitato anche a mio figlio più di una volta. Benché sia un ragazzone alto un metro e 80 cm, è comunque un tredicenne. Non è facile a quell’età gestire questo tipo di situazioni”.

La lettera che Gabriella aveva pubblicato su Facebook ha ricevuto una marea di risposte da parte di altre mamme che stavano vivendo lo stesso problema con i propri figli, adottivi o naturali. Pochi mesi dopo è nata “Mamme per la Pelle”, associazione che si prefigge lo scopo di sostenere le vittime del razzismo montante. E l’esplosione dell’emergenza-Coronavirus ha gettato ulteriore benzina sul fuoco, scatenando una serie di attacchi nei confronti degli orientali: “Il fatto che la pandemia sia partita dalla Cina ha provocato una vera e propria ‘caccia al cinese’ – continua Gabriella – Abbiamo dovuto istituire una mail specifica per i numerosi messaggi di mamme adottive di bambini asiatici e che stavano passando un vero e proprio inferno, con i loro figli cacciati dagli amici, fatti spostare sugli autobus, se non insultati e picchiati. Una mamma addirittura mi ha raccontato che un dirigente della scuola le ha chiesto il tampone del figlio di dieci anni, adottato in Vietnam quando aveva solo sei mesi! Una follia che non è facile da combattere. Mamme per la Pelle fornisce gratuitamente sostegno psicologico e legale, perché certi fatti vanno denunciati, invece che stare in silenzio. Stiamo al fianco di queste persone e nel contempo sensibilizziamo le istituzioni e i media sul problema”.

Quali istituzioni hanno mostrato maggiore sensibilità?

“L’emergenza-Coronavirus è scoppiata troppo velocemente e non c’è stato tempo per aprire un dialogo con le istituzioni. Da quando esiste Mamme per la Pelle devo dire che, invece, mezzo Parlamento mi è stato di supporto. Spero che riusciremo a concretizzare dei progetti importanti che abbiamo in cantiere per le scuole, nonché un manifesto contro il linguaggio d’odio”.

Il tema è lo stesso sollevato da Liliana Segre: nasce da qui l’idea di chiederle di scrivere la prefazione?

“Sì. Seppure da angolazioni diverse, Liliana Segre ed io parliamo della stessa cosa: il linguaggio di odio e di discriminazione. Visto anche il suo recente impegno nell’istituire la Commissione parlamentare sul tema, mi è sembrata la persona più adatta a cui chiedere di prestarmi la sua voce per una prefazione. Una prefazione che sicuramente conferisce un importante valore aggiunto al libro”.

Cosa può fare la politica per fermare questo clima d’odio?

“Se le destre populiste sono arrivate così in alto è anche perché dall’altra parte non c’è stata una risposta sufficientemente forte e capace di arginarle. Purtroppo chi ci governa ha poco coraggio e non riesce a mettere in campo delle soluzioni alternative importanti per contrastare quello che sta accadendo. Per non perdere il consenso, non si parla di immigrazione. Siccome è un discorso scomodo, ci si limita a piccoli aggiustamenti che non cambiano le cose. Lo stesso vale per il tema Ius Soli (o Ius Culturae), che è stato buttato lì nel dibattito politico, ma senza approfondirlo adeguatamente, nel timore di perdere voti. Lo stesso succede quando si parla di giustizia, di carcere: a questa classe politica manca il coraggio”.

Al contrario, il tuo messaggio contro una narrazione d’odio fino ad allora incontrastata è stato fortissimo e altrettanto coraggioso. Scommetto che sono stati in tanti a proporti di entrare in politica…

“Sì, ma non l’ho mai fatto perché non è il mio lavoro. Io posso solo raccontare cosa accade ai nostri figli e come viviamo. Magari posso suggerire come si potrebbero cambiare determinate cose, ma poi sta ai politici adottare i provvedimenti del caso. Non voglio essere usata come simbolo, come ‘la mamma bianca che difende i figli neri’. Non mi sono mai prestata a essere strumentalizzata”.

Visto il compito che ti sei assunta con l’associazione e il libro… come si fa a spiegare i propri figli a un razzista?

“Ci sono vari modi, dipende da chi hai di fronte. Se c’è uno spiraglio aperto, si può spiegare che i nostri figli sono esattamente come gli altri e che quando capiremo che il colore della pelle è importante quanto il colore degli occhi vivremo tutti molto meglio. Vivrò meglio io che oggi vengo odiato, visto che riuscirò a essere più sereno, ma vivrai meglio anche tu che odi, visto che potrai finalmente toglierti questo peso dal cuore”.

L’emergenza-Coronavirus ha portato anche un curioso ribaltamento della situazione: molti “odiatori” si sono improvvisamente sentiti “odiati”, ovvero discriminati solo perché italiani…

“Che sia per il colore della pelle, per la religione o l’appartenenza etnica, è sempre di questo che stiamo parlando: l’odio. In questa fase lo stiamo provando sulla pelle noi italiani, visto che ci chiudono i porti, non ci fanno sbarcare dagli aerei e ci chiudono in quarantena in posti orrendi, trattandoci come appestati. E’ un po’ come se ci fosse sempre il bisogno di trovare un nemico per giustificare i nostri problemi. E quindi è una storia che non avrà mai fine”.

Il razzismo nei confronti di bambini adottati è ancora più pericoloso, visto il vissuto di sofferenza che già si portano dentro. Qual è il tuo punto di vista di mamma?

“Pensa a quanto sia difficile per un ragazzo che sta attraversando una fase di per se’ complicata come l’adolescenza e che oltretutto è di pelle nera, adottato, in una società che lo etichetta: è veramente un inferno! Come scrivo nel libro, c’è una grossa differenza tra i nostri figli e quelli biologici di una famiglia di afrodiscendenti. I bambini adottivi iniziano a percepire la discriminazione solo quando, crescendo, vengono rifiutati dalla società. Da piccoli stanno con i loro genitori adottivi bianchi, che hanno amici bianchi che li amano e li coccolano. Poi, all’improvviso, crescono e si accorgono che non è più così, ma cominciano a trovare gente che li insulta e li picchia. Un bambino che nasce in una famiglia di colore invece sviluppa da subito le sue difese contro il razzismo e quindi ha le spalle più larghe rispetto ai figli adottivi, che oltretutto si portano dietro anche un forte bagaglio di sofferenza, legato all’esperienza di abbandono e agli orfanotrofi. Ho adottato i miei figli quando avevano rispettivamente uno e quasi due anni. I primi due anni sono i più importanti nella vita di un essere umano. Da zero a due anni un bambino inizia a camminare, a sorridere, a capire, a dire sì e no, a guardarsi intorno. Ma se intorno hai un orfanotrofio-lager di Kinshasa, non è una bella cosa”.

Hai avuto dei riscontri rispetto al tuo libro anche da parte di genitori biologici?

“Sì, mi hanno fatto molto piacere i messaggi di diverse mamme biologiche di figli bianchi, le quali mi hanno ringraziato perché grazie al libro hanno capito che alcune cose che prima consideravano ‘carine’ sono invece piccoli atti di razzismo, che possono fare del male”

Per esempio?

“Beh, mia figlia viene continuamente toccata per strada e, avendo ormai 9 anni, è una cosa che giustamente non sopporta! Mi chiede di farle la coda, proprio per evitare che qualcuno venga a toccarle i riccioli, magari dicendole cose del tipo ‘ma che bel cioccolatino!’. Anche se fatti per gentilezza, sono gesti che nascono da un presupposto sbagliato: i bambini non sono bestioline dello zoo, infatti a nessuno verrebbe in mente di avvicinarsi in quel modo a una bambina bianca con i riccioli biondi! Lo scopo del mio libro è spiegare queste cose, che sono importanti, in modo semplice e diretto. Però per raccontare questo mondo non basta la mia voce: serve l’aiuto dei media”

In quale modo possiamo essere d’aiuto?

“Bisogna cambiare completamente la narrazione e riportare anche storie meravigliose di inclusione, che tra l’altro secondo me sono anche più numerose di quelle brutte che siamo abituati a sentire. Deve aiutarci anche il cinema: nei film gli attori neri solitamente fanno i pusher, i vucumprà, gli addetti alle pulizie e, per quanto riguarda le donne, le prostitute o le badanti. Le televisioni dovrebbero invitare degli afrodiscendenti e dare spazio a conduttori neri: in America è normale avere Oprah Winfrey che conduce un programma di enorme successo, mentre da noi è ancora impensabile”.

È impensabile anche a Milano, vista la sua proverbiale apertura?

“Mah, recentemente ho partecipato a un convegno proprio a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, e da uno studio è emerso che la nostra città è una delle più razziste d’Italia! D’altra parte, bisogna riconoscere che Milano, grazie alle amministrazioni che si sono susseguite, è diventata la città più internazionale d’Italia. Questo rende più facile entrare in una classe scolastica e trovarvi bambini di tutte le etnie, però siamo ancora molto lontani dalla vera integrazione”.

Ognuno deve fare la sua parte, ma qual è il ruolo dei papà?

“Sostenerci! L’associazione Mamme per la Pelle è nata davvero per caso. Quando ho pubblicato su Facebook la lettera a Salvini mi hanno contattata centinaia di donne, quindi chiamarci in questo modo è stato naturale. Ma Mamme per la Pelle non intende certo escludere gli uomini: anzi, io, da ‘femminista anomala’, credo che debbano essere coinvolti in tutto e per tutto. Infatti i papà ci supportano, ci aiutano – anche fisicamente – nelle manifestazioni: sono sempre al nostro fianco”.

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