24 febbraio 2022 – 28 febbraio 2026: i 4 anni che hanno sconvolto il mondo (di Giulio Gambino)
Nel mondo sottosopra di questo quadriennio, la vera urgenza non è scegliere un campo, ma uscire dalla logica dei regimi autoritari e ricostruire un ordine liberale. Imperfetto ma riconoscibile
Il 24 febbraio 2022, dopo mesi di minacce, ultimatum e avvertimenti, la Russia invadeva l’Ucraina sollevando un vaso di Pandora covato per un decennio nell’Est Europa e capace di spaccare il mondo in due e generare una tensione inedita tra gli Stati Uniti e il Vecchio continente. Il 28 febbraio 2026, quasi esattamente quattro anni più tardi, un’operazione militare straordinaria condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – preceduta da settimane di minacce – colpisce i vertici del regime, causando la morte della Guida suprema iraniana e di numerosi ufficiali, gettando il Paese e l’intera regione nel caos.
Nell’attacco, presentato come un’azione di liberazione di novanta milioni di cittadini dalle grinfie di un tiranno che per decenni ha oppresso il suo popolo, è stata distrutta una parte significativa degli asset strategici iraniani e delle sue capacità militari, già indebolite dai raid israeliani nell’estate del 2025. Come conseguenza diretta, s’è aperto uno scenario di instabilità e incertezza circa il futuro del Paese e della sua forma di governo, tra suggestioni monarchiche e ipotesi repubblicane.
Esistono decenni in cui non accade nulla ed esistono settimane in cui accadono decenni. Nei quattro anni intercorsi tra i due avvenimenti sopra citati il mondo è mutato profondamente, subendo un’accelerazione come poche ne avvengono nella storia, scalfendo il diritto internazionale e avallando operazioni geopolitiche dettate quasi unicamente dalla forza, diffondendo valori e simboli, anche estetici, costruiti intorno alla violenza e fatti propri persino dalle figure pubbliche più potenti della Terra. Il cui comportamento disumano e svilente, incentrato nel solo interesse affaristico e di supremazia, è emerso parallelamente agli “Epstein files”, divenuti emblema di una più ampia crisi morale delle élite contemporanee.
Il caso ucraino e quello iraniano si inseriscono dentro la stessa traiettoria storica. Tutto ciò che è avvenuto in questo quadriennio – da Gaza ai conflitti conseguenti in Medio Oriente e altrove, fino agli scontri più recenti tra Afghanistan e Pakistan — riflette il tentativo, da parte della Russia da un lato e di Israele con il sostegno americano dall’altro, di fare i conti con la storia e ridisegnare gli equilibri di potere e i rapporti di forza che hanno prodotto ferite profonde.
In questo contesto né il 24 febbraio ucraino né il 28 febbraio iraniano sono il risultato di dinamiche regionali, bensì la conseguenza di risentimenti e rivendicazioni accumulati per anni — scintille divenute gocce che hanno fatto traboccare bicchieri già colmi.
Così Gaza diventa solo un diversivo, una fase, una pietra di inciampo nell’ambito di una più grande campagna identitaria, e la campagna russa il riscatto di un credito antico con interessi salati per la conquista di Russkiy Mir. Mentre a Israele e agli Stati Uniti viene riconosciuto il diritto di ridisegnare il proprio ordine di sicurezza, violando sistematicamente il diritto e seminando morte e disordini. Ambizione vietata a chi non fa parte del club.
Ci sono tiranni buoni e tiranni cattivi, certo, ma in nome di cosa, per conto di chi e appellandosi a quali valori? E quali sono, oggi, i nostri valori?
Non si tratta più solamente di doppio standard: qui emerge un problema di postura politica e morale, un equivoco esistenziale dell’Occidente. Il cortocircuito del “stanno facendo il gioco sporco al posto nostro” sta esattamente qui. Ci è stato prospettato: “la sinistra riparta da Kiev e da Teheran” — naturalmente Gaza esclusa. Ma il popolo iraniano e quello ucraino vogliono autonomia, libertà e democrazia, non assomigliare alla brutta copia di una società americana decadente.
Nel mondo sottosopra di questo quadriennio, la vera urgenza non è scegliere un campo, ma uscire dalla logica dei regimi autoritari e ricostruire un ordine liberale. Imperfetto ma riconoscibile. Fondato su regole condivise e guidato da classi dirigenti responsabili.