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Croce Rossa, 200 dipendenti senza stipendio da tre mesi. La denuncia a TPI: “Siamo disperati”

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“Per noi la parola licenziamento è imposta dalle regole e dalla realtà, ma Croce Rossa è e continuerà ad essere parte di un sistema che accoglie i più deboli”.

Lo aveva annunciato, a inizio maggio, Pietro Giulio Mariani, il direttore della Croce Rossa di Roma. E ora la situazione per i dipendenti della Croce Rossa si fa insostenibile.

“Ci sono 200 persone senza stipendio: sono operatori dell’area metropolitana Roma capitale”, racconta Patrizia, una dipendente che insieme ad altri sta protestando contro i ritardi nei pagamenti da parte dell’azienda.

“Siamo infermieri, medici, lavoriamo tutti nel sociale, chi in emergenza sanitaria (il 118), tutti”, spiega Patrizia. “E i problemi riguardano varie sezioni. Da ottobre 2018 hanno iniziato con i ritardi di pagamento e gli stipendi ridotti a 500 euro al mese, poi l’ultimo accredito è stato fatto a gennaio, in cui hanno pagato novembre-dicembre”.

“Ieri sera”, prosegue Patrizia, “è arrivata una mail dove dicono che ci hanno accreditato febbraio, ma ancora non abbiamo visto nulla. Ci prendono in giro. Siamo saturi di questa situazione”.

Oggi i dipendenti si sono ritrovati sotto la sede della Croce Rossa a Roma.

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“Siamo in una situazione difficile. Da mesi aspettiamo il saldo di alcuni contratti di servizio in essere ma ci sono ritardi nei pagamenti a noi dovuti. Pur capendo le difficoltà che anche le Pubbliche Amministrazioni vivono, la Croce Rossa di Roma sta continuando a garantire sul territorio servizi importanti e di pubblica utilità, con uno sforzo notevole sia in termini di anticipo di spese che di impegno di lavoro dei suoi Operatori. Questi ritardi, però, ormai hanno provocato l’impossibilità per noi di pagare gli stipendi dovuti dal mese di novembre e a rischio ci sono anche le tredicesime”, il direttore Mariani lanciava il suo appello agli Enti a ottobre del 2018.

“Rivolgiamo un appello a quegli Enti come il Comune di Roma, la Prefettura e l’Ares con cui abbiamo rapporti di servizio, affinché entro la fine dell’anno la situazione si risolva. Il nostro è un invito pubblico fatto in spirito di collaborazione”.

Ma ai dipendenti questa spiegazione non sta bene:

“Abbiamo gli affitti da pagare, famiglie da mantenere, non sappiamo come andare avanti, siamo disperati”, spiega Patrizia.

“Da quando è subentrata la nuova dirigenza siamo in difficoltà. Hanno tolto i buoni pasto, l’indennità di rischio. La vecchia dirigenza era meglio. Noi, padri e madri di famiglia, abbiamo bisogno di pagare gli affitti. Come facciamo? Ci hanno messo in grossa difficoltà. Nell’abisso più profondo”.

E alle difficoltà economiche si aggiungono quelle sul luogo di lavoro.

“Noi che gratuitamente stiamo continuando a lavorare, siamo aggrediti dagli ospiti dei centri accoglienza, c’è tensione, siamo aggrediti perché anche gli ospiti non ricevono il pocket money e se la prendono con l’operatore di turno. Giornalmente ci ritroviamo a dover chiamare le forze dell’ordine. Dopo tutto questo e lavorando gratis, siamo pure aggrediti”, spiega Patrizia.

Poi c’è il licenziamento collettivo che riguarda 65 persone di più centri: tre. Possiamo dire sia collegato alle conseguenze del decreto sicurezza, ma la Croce Rossa non ha partecipato al nuovo bando, altre cooperative lo hanno fatto. Non hanno partecipato di proposito, evidentemente non gli conviene”.

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La drastica riduzione del personale, almeno un terzo del totale, colpisce circa 60 dipendenti. Si parla di disagi economici anche per altri professionisti (come legali, psicologi o insegnanti), collaboratori esterni o fornitori che contribuivano al sistema accoglienza di Cri Roma.

“La nostra è una via obbligata non una scelta. La scelta di non partecipare alla nuova gara per l’accoglienza delle persone migranti, determinata dalla nuova strutturazione dei servizi previsti dal Ministero, ci impedisce di garantire gli attuali livelli occupazionali. La ormai prossima chiusura dei centri d’accoglienza impone all’Associazione di ridurre il personale così in esubero che, altrimenti, comporterebbe un aggravio di costi non sostenibili”, spiega Pietro Giulio Mariani a “Roma Today”.