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Strage di Erba, le Iene hanno dei meriti: rivelano un modo di fare le indagini che mette in pericolo chiunque

L'inchiesta della trasmissione di Italia Uno è stata molto criticata, in parte giustamente. Ma su una cosa è preziosa: il giornalismo deve far luce su un certo modo di fare le indagini. Che riguarda tutti noi, non Rosa e Olindo

Immagine di copertina

Lunedì 28 gennaio Le Iene hanno mandato in onda un lungo speciale sulla strage di Erba intitolato “Olindo e Rosa, due innocenti all’ergastolo?”.

L’inchiesta, realizzata da Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, ha gettato diverse ombre sulla verità processuale, che ha stabilito la responsabilità di Olindo Romano e Rosa Bazzi per la mattanza che, l’11 dicembre 2006, costò la vita a Raffaella Castagna, Paola Galli, Youssef Marzouk e Valeria Cherubini.

Il revisionismo delle Iene ha sollevato una selva di critiche, alcune feroci, da parte di autorevoli commentatori. Anche il popolo del web sembra essersi schierato, in prevalenza, contro la trasmissione di Italia Uno.

Quest’ultima, del resto, nel corso degli anni è incappata in una serie di inchieste a dir poco discutibili che ne hanno pesantemente minato la credibilità, prima fra tutte quella sul metodo Stamina.

Va detto, a onor del vero, che Le Iene in alcune circostanze sono riuscite a fare scoperte importanti su vicende scottanti, come nel caso della morte del manager di Montepaschi David Rossi (qui la nostra intervista alla figlia).

Come catalogare quindi questo speciale sulla strage di Erba? Sensazionalismo, processo mediatico posticcio, o contributo prezioso per far emergere elementi restati sepolti per troppo tempo?

La verità, probabilmente, sta nel mezzo.

Ciò che ha giustamente infastidito del modo in cui Monteleone e Occhipinti hanno impacchettato il loro lavoro ha a che fare con i sospetti sollevati sulla famiglia Castagna.

Due fratelli, Beppe e Pietro (il padre Carlo è venuto a mancare di recente) che hanno nuovamente dovuto sopportare atroci insinuazioni su una loro ipotetica responsabilità nel delitto, il tutto dopo aver perso, in quella mattanza, i loro affetti più cari.

Il modo in cui Le Iene hanno costruito quella parte del racconto è forzato: pompare uno spacciatore tunisino fuggito dall’Italia come “supertestimone” è apparso francamente eccessivo, così come l’insistenza su una serie di fragili elementi potenzialmente a carico di Pietro Castagna.

La Fiat Panda ceduta alle suore pochi giorni dopo il delitto (i Castagna hanno spiegato più volte che il padre Carlo non sopportava la vista dell’auto della defunta moglie), il cambio di Sim card fatto da Pietro Castagna (che sapeva benissimo di essere intercettato), l’alibi di quest’ultimo definito “vacillante”.

Peccato che Monteleone abbia ecceduto nella sindrome da Sherlock Holmes, senza pensare alle conseguenze su una famiglia già devastata da quella strage.

Peccato perché, sotto altri aspetti, il lavoro delle Iene ha comunque dei meriti, e una maggiore cautela avrebbe forse permesso di non guastarli, modificando magari anche la percezione dell’opinione pubblica sull’inchiesta.

Un’inchiesta che, appunto, va salvata e per certi versi apprezzata nella parte in cui evidenzia il modo assai discutibile in cui talvolta vengono fatte le indagini nel nostro paese, specie in casi che diventano immediatamente mediatici.

È bene precisarlo: Olindo Romano e Rosa Bazzi possono essere colpevoli anche al di là di ogni ragionevole dubbio. Non è questo il punto.

La colpevolezza dei due coniugi, quand’anche fosse dimostrata, per ipotesi, dall’analisi dei nuovi reperti chiesti dalla loro difesa, nulla toglierebbe all’opportunità di mostrare all’opinione pubblica il maldestro modus operandi di inquirenti, reparti investigativi e/o scientifici.

Che un maresciallo dei carabinieri possa pesantemente suggestionare un testimone chiave, col serio rischio di alternarne il ricordo, è circostanza che non può passare sotto silenzio.

Ricordiamo brevemente i fatti. Mario Frigerio, vicino di casa di Raffaella Castagna, marito di Valeria Cherubini e unico sopravvissuto alla strage, durante il processo riconosce in aula Olindo Romano come suo aggressore, circostanza che aveva già precisato agli inquirenti in fase di indagini.

Tuttavia, nell’immediatezza della strage, quando aveva ripreso conoscenza in ospedale, Frigerio aveva dichiarato (in conversazioni registrate) di non essere minimamente in grado di identificare il suo aggressore.

Poco dopo affermerà di avere qualche vago ricordo di una persona “di carnagione olivastra, comunque non del posto”. Ripetutamente imbeccato in questo senso, in particolare dal maresciallo dei carabinieri Gallorini (che in un incontro gli fa il nome del vicino di casa per ben nove volte), dopo alcuni colloqui Frigerio arriverà all’identificazione di Olindo Romano.

Il punto qui non è stabilire se il ricordo finale di Frigerio sia autentico. Il punto è chiedersi se sia lecito per un maresciallo imbeccare un testimone, correndo il rischio di suggestionarlo. In questo senso quanto affermato nel servizio delle Iene dal professor Piergiorgio Strata appare del tutto condivisibile.

“La memoria è manipolabile, in un interrogatorio non si può insistere con continue sollecitazioni per suggerire un ricordo – dice Strata – È un modo sbagliato per tirare fuori la verità, perché il racconto del testimone deve essere spontaneo. La letteratura scientifica è d’accordo nel dire che per ottenere la verità dei fatti, le domande non devono suggerire informazioni di alcun tipo”.

La storia giudiziaria italiana è piena di casi in cui simili procedure di interrogatorio hanno portato a testimonianze alterate, posticce, frutto di suggestioni.

È sufficiente pensare al processo per la morte della studentessa Marta Russo (avvenuta all’Università La Sapienza di Roma nel 1997), un vero caso di scuola in questo ambito.

In quella circostanza la prima “supertestimone”, la dottoranda Maria Chiara Lipari, fu pesantemente suggestionata dagli inquirenti e dai pm, in modo tale da modificare completamente il suo racconto iniziale.

Una testimonianza surreale che diede il là a una serie di altre grottesche circostanze e a un processo farsa.

Ecco perché un colloquio di questo tipo con un testimone non è accettabile. Non lo sarebbe nemmeno se il racconto di Frigerio coincidesse con la verità dei fatti.

Potrebbe essere una fortunata coincidenza, e magari lo è stata, ma in uno stato di diritto un cittadino può sentirsi tutelato solo se gli organi inquirenti e giudicanti operano nel rispetto di procedure stabilite dai codici giuridici e dalla letteratura scientifica.

Ed è l’abc della democrazia che un’inchiesta giornalistica possa far luce su procedure che mettono a rischio non Rosa Bazzi e Olindo Romano, ma un qualsiasi imputato in un qualsiasi processo.

Questo, lo ripetiamo ancora, anche se riteniamo provato che i coniugi Romano siano gli effettivi autori del delitto.

Quella del maresciallo Gallorini non è l’unica circostanza an0mala che emerge dal lavoro delle Iene.

Le intercettazioni in cui viene fuori che Frigerio, nei primi colloqui con gli inquirenti, non riconosce Olindo Romano come suo aggressore, non entreranno mai nel processo.

Ad altre intercettazioni, precedenti al riconoscimento di Olindo Romano, non si riesce a risalire. Sparite nel nulla, nonostante tutte le conversazioni di Frigerio in ospedale fossero teoricamente registrate.

In un giusto processo tutti quei nastri avrebbero dovuto essere messi a disposizione dei magistrati nella fase dell’istruttoria dibattimentale. Era un diritto dei due imputati indipendentemente dalle loro responsabilità, sarebbe stato un diritto di qualsiasi imputato, anche di Angelo Izzo o di Jack lo squartatore.

E ancora, è impossibile non rilevare l’assurdità della vicenda dei reperti mai analizzati su cui pendeva una richiesta di incidente probatorio da parte della difesa dei Romano, e che sono stati bruciati dall’Ufficio corpi di reato del  Tribunale di Como prima che la Corte di Cassazione (il 12 luglio 2018) si pronunciasse sulla questione.

Il caso vuole che la Suprema Corte abbia infine ammesso un accertamento irripetibile su quei reperti da parte della difesa previo avviso ai pm (affinché questi possano nominare loro consulenti).

Solo che, appunto, l’accertamento si potrà fare solo sui pochi reperti che non erano conservati a Como. Gli altri sono stati inspiegabilmente distrutti, e sulla vicenda ha aperto un’inchiesta anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Infine, nello speciale delle Iene il brigadiere Carlo Fadda ammette candidamente che la macchia di sangue di una delle vittime (Valeria Cherubini) rinvenuta da lui stesso sul battitacco della macchina di Olindo Romano (una delle prove decisive per la condanna) potrebbe essere arrivata sulla vettura per contaminazione.

“Un consiglio che io darei agli avvocati è quello di puntare sulla contaminazione di quella traccia –  dice Fadda a Monteleone – Io su quello sono d’accordo con voi, sull’inquinamento della traccia. […] Secondo me quella macchia lì [la difesa] l’avrebbe smontata subito, perché è un inquinamento… può essere un inquinamento, ma io su quello sono d’accordo”. Scusate se è poco.

Tutti questi elementi dovevano essere taciuti? Un’inchiesta giornalistica non ha il diritto (forse il dovere) di farli emergere?

Olindo Romano e Rosa Bazzi possono essere dei barbari assassini, possiamo condividere anche al 100 per cento le sentenze di condanna e non essere assaliti dal benché minimo dubbio.

Ma se sorvoliamo sulle modalità con cui le prove vengono raccolte, su come talvolta si cerchi di forzare gli elementi a disposizione per far tornare un teorema, agendo magari ai limiti della legalità di cui pure si dovrebbe essere i garanti, un domani all’ergastolo potrebbero andarci degli innocenti. O meglio, è già successo svariate volte.