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“Mi picchiava con il batticarne, mi umiliava e mi diceva ‘puttana’. Ma quando denunci sei sola”

La testimonianza di una donna che per anni ha subito violenze psicologiche, fisiche e sessuali da parte del marito e che ha trovato il coraggio di denunciare

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“È iniziata come una storia normale, nulla lasciava presagire come sarebbe andata a finire, ma pensandoci oggi, i segnali c’erano tutti. Siamo stati insieme 14 anni. Quando l’ho conosciuto credevo di aver incontrato una persona che mi stava salvando da una famiglia che non mi stava bene, dal ‘padre-padrone’. Non immaginavo che dovevo salvarmi da lui”.

Umiliata, ricattata, sottomessa, picchiata, violentata: la storia di Stefania (nome di fantasia ndr.), una donna del nord Italia, è una goccia nel mare. Simile a molte altre che riguardano le donne, eppure unica, per il riscatto e la forza dimostrata da una persona che ha deciso di ribellarsi.

Il 25 novembre 2018 ricorrerà la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

In ogni parte del mondo saranno organizzati eventi per riflettere su una piaga che presenta risvolti drammatici, basti pensare che nei primi mesi del 2018 in Italia sono state uccise già 44 donne, il 30 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2017.

“Dopo sposati, i rapporti con la mia famiglia si sono incrinati sempre di più per via di questioni economiche, mio marito è riuscito a farmi chiudere completamente i rapporti con mio padre, mettendomi di fronte a una scelta: o lui, o loro”, racconta Stefania.

“A poco a poco ha creato il vuoto intorno a me. Quando le persone venivano a casa a trovarmi faceva di tutto e di più per farmi sentire a disagio. Una mia amica veniva solo quando lui non c’era perché provava imbarazzo nel modo in cui lui trattava me e i miei figli”.

Dopo il matrimonio Stefania resta incinta ma la gravidanza va male e perde il bambino. Dopo due mesi però è di nuovo incinta ma il suo compagno non la supporta, né la accompagna alle visite: “mi lascia sola in tutto”.

Nasce il bambino e dopo due anni ne arriva un secondo: “Lui però non lo voleva” racconta Stefania, “dalle analisi prenatali sembrava che il bambino potesse avere dei problemi, lui mi dice di abortire se c’è questa possibilità. Io scelgo di tenerlo. Non baso la vita di mio figlio su un calcolo di probabilità, ma una volta nato, quel figlio per lui resta sempre di serie di b”.

La storia tra Stefania e il marito va avanti tra litigi sempre più feroci, Stefania lavora come archeologa ma non riesce a fare tutto da sola, così accoglie la proposta della suocera e si trasferisce in un paesino più piccolo dell’emilia Romagna dove vive la famiglia del marito per avere supporto. Lascia il lavoro e dopo un po’ anche il marito fa lo stesso e la raggiunge in quella casa dove vivono molte, troppe ore insieme. I litigi diventano sempre più accesi e furibondi.

“Prima che lui mi raggiungesse in quella casa, aveva già cominciato a contarmi i soldi, io ero obbligata a chiedere quello che mi serviva e a giustificare quelle spese. Dovevo chiamarlo e spiegare per cosa mi servivano i soldi, lui era fuori e quindi mi faceva una ricarica postpay. Io non avevo bisogno di niente secondo lui, tanto dovevo stare a casa. Non lavorando più dipendevo totalmente da lui. Era una violenza economia e psicologica”. 

“Mi ha annullata completamente, non avevo nemmeno tempo per trovarmi un lavoro. Stando a casa tutto il giorno la tensione e i litigi sono aumentati. Alla fine sono iniziati gli episodi di violenza fisica. Sono iniziati gli spintoni, i calci alle caviglie”, prosegue Stefania.

“Quando vedevo che la situazione stava degenerando cercavo di nascondere la cosa ai nostri figli, ma non era facile”.

Poi c’è stata la violenza sessuale: “da un anno e mezzo ormai dormivo sul divano ma negli ultimi tempi, di notte, mi prendeva e mi trascinava in camera da letto per fare quello che voleva. Io non urlavo e non mi opponevo perché c’erano i bambini, ma non volevo”.

Nel 2015 Stefania gli fa recapitare una lettera di separazione ma lui la minaccia: “mi dice che mi averebbe tolto i figli, perché non avevo una casa, non avevo un lavoro. Io avevo provato ad allontanarmi, ma lui mi ricattava”. 

“Le discussioni avvenivano di mattina mentre i bambini erano a scuola, ma con il tempo non c’è stato più limite, siamo arrivati a litigare tutto il giorno, anche il pomeriggio, la sera, non potevo cenare con loro perché altrimenti nasceva una discussione”.

“Ero grassa, non meritavo di mangiare. Così mi diceva. Una delle volte che mi ha fatto più male è stata quando mi ha colpito con un batticarne, di quelli di ferro, sopra l’arcata orbitale perché avevo comprato i croccanti per il gatto senza chiedere permesso”.

“I croccantini per il gatto”: mi ripete Stefania.

“Questo evento è stato il più grave fisicamente, lui mi dava della puttana davanti ai miei figli, ma di fronte a una colluttazione in cui ho cercato di difendermi, ho deciso di denunciare la cosa”.

“Denunciare tuo marito, il padre dei tuoi figli, non è facile”, spiega Stefania, “anche ammettere a te stesso che hai fallito, che non hai capito niente”. 

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“Sono andata al centro antiviolenza e mi hanno dato una grossa mano a prendere coscienza della situazione, non avevo la minima stima di me stessa, mi sentivo una nullità. Quando sono andata alla polizia per denunciare ho trovato un poliziotto che mi ha davvero raccolta con il cucchiaino, ma dopo le cose si sono complicate”.

Stefania ha cambiato avvocato e ha cercato di trovare la sua strada per allontanarsi dall’uomo che la opprimeva e che ormai aveva reso la sua vita un inferno.

“Ho incontrato anche persone che mi hanno scoraggiato: un’ispettrice di polizia mi chiese insistentemente se volevo procedere con la querela, dicendomi che poi si andava incontro al tribunale per i minori e così via, questa è stata difficile”.

“Cosa dovevo fare, aspettare che ammazzasse?”, si domanda Stefania. “Dovevo arrivare al livello che mi ammazzava di botte?”.

“Ricordo il giorno che vennero a prendere mio marito a casa per l’allontanmento: andai a prendere i bambini a scuola,scoppiai a piangere con la direttrice. Ero senza un soldo in tasca, senza un lavoro, senza un riferimento familiare, mi rifugiai in chiesa con i miei figli. L’unico posto in cui mi sentivo tranquilla”.

Oggi Stefania vive con i suoi figli, che vedono il padre due volte la settimana. Suo marito per un anno ha avuto il divieto di avvicinamento, l’ordinanza restrittiva: “poi l’ispettore mi ha chiamata per avvisarmi che non c’è stato un rinnovo. Lui vive a un civico di distanza da me, lo incontro sempre”. E questa è una delle paure di Stefania.

“Se oggi mi dovesse succedere qualcosa, la gente saprebbe a quale porta bisognerebbe andare a bussare”, ribadisce la donna.

“La cosa importante di questa storia, che non è diversa da altre molto simili alla mia, è che quando tu denunci ti si fa il vuoto attorno: vuoto sociale, legale, da tutti i punti di vista. Io non sapevo neanche che avevo diritto a un avvocato d’ufficio. Sono scaduti i termini per costituirmi parte civile nel processo”.

Stefania ricorda con sofferenza specialmente i momenti in aula:

“Quando sei in aula, con tuo marito a 50 cm di distanza, che ti ride in faccia mentre devi raccontare come sono avvenuti i pestaggi, le violenze sessuali, subendo domande che giustamente devono avere risposte, e con gli avvocati di lui che provano a metterti in difficoltà, posso garantire che è davvero difficile. La solitudine è trovarsi in un’aula di tribunale da sola”.

“Oggi posso dire che se tornassi indietro andrei più spesso al pronto soccorso, denuncerei di più. Perché devono pagare queste persone ma devono anche seguire un percorso di recupero”, conclude Stefania.