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Milano, un padre prende a botte la figlia neonata: desiderava un maschio

A Milano un uomo ha assunto atteggiamenti estremamente violenti nei confronti della figlia e della moglie. Il Gup lo ha condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere

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La colpa è essere femmina. E così un uomo di 30 anni, di origine afgana ma che viveva a Milano, ha picchiato più volte la figlia di poco più di un anno perché voleva un bambino.

Ma non si è fermato qui: la moglie, anche lei straniera e proveniente dal Pakistan, è stata colpita ripetutamente con calci, pugni e cinghiate. Il Giudice dell’udienza preliminare di Milano, Guido Salvini, ha condannato l’uomo a tre anni e otto mesi di carcere con rito abbreviato.

Le accuse sono maltrattamenti, lesioni e violenza sessuale. Il 30enne dovrà anche risarcire la moglie per danni pagando una multa di 20mila euro. Il giudice ha disposto, inoltre, la sua espulsione a pena espiata.

Tutte le violenze in casa prima dell’arresto

Il condannato, prima dell’arresto avvenuto ad agosto, secondo l’accusa aveva sottoposto le due donne ad atti di violenza fisica e psicologica. La bambina, nata nel febbraio 2017, in più occasioni è stata presa a schiaffi per il suo sesso.

“Se chiami la polizia ti uccido” intimava l’uomo alla moglie, che veniva percossa persino con un cavo del caricabatteria di un cellulare e con una cinghia di una borsa. Durante i maltrattamenti le era stato imposto di non alzare lo sguardo da terra. Una volta era stata ferita con la lama di un coltello alla gamba destra.

Oltre a ciò l’uomo è stato condannato per sequestro di persona: aveva rinchiuso la moglie nell’abitazione, impedendole di uscire tra marzo e giugno. La donna per tre volte è stata costretta a subire abusi sessuali.

L’arrivo in Italia e la svolta della violenza

La giovane donna, una 22enne che in Pakistan faceva l’insegnante, si era sposata nel suo Paese nel 2014. Il marito successivamente era partito per l’Italia e così lei lo aveva raggiunto a marzo 2018. Da quel momento in poi ha avuto luogo l’escalation di violenza.

Grazie al sostegno di un conoscente, la donna ha contattato il centro antiviolenza della clinica Mangiagalli e ha sporto denuncia. Ora si trova in comunità con la figlia. Tornare in patria sarebbe rischioso per entrambe.