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Scuole italiane, è allarme per lo spray al peperoncino: “Gli studenti lo usano come fosse un’arma”

Si sono verificati numerosi casi negli ultimi mesi

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La punizione partirà il primo lunedì di novembre: due settimane di sospensione da scuola, con le lezioni sostituite dal volontariato in un’associazione di quartiere. La decisione è l’atto finale della vicenda che il 16 ottobre ha scosso un istituto superiore di Sarzana, in provincia di La Spezia.

È martedì mattina, il panico scatta in pochi minuti: l’aria sembra accecare, la pelle brucia, non si riesce a respirare. Settecento studenti sono evacuati, venti finiscono al pronto soccorso. Per più di un’ora si teme una fuga di gas o un incidente nei laboratori di chimica, addirittura si pensa a un attentato.

Ma presto si capisce che la motivazione è più semplice: uno studente di quinta superiore, un ragazzo di 20 anni, ha spruzzato tra i compagni una bomboletta di spray al peperoncino. Il ragazzo è stato denunciato dai Carabinieri per procurato allarme, mentre nella scuola ci si è interrogati a lungo sulle contromisure da adottare.

Bisogna essere estremamente severi nei suoi confronti? O è meglio riconoscere che il ragazzo è ancora immaturo, tanto da non immaginare le conseguenze del suo gesto? La domanda divide genitori e insegnanti ogni volta che si ripete un episodio simile, nel nord come nel sud d’Italia.

Il caso del 16 ottobre nell’istituto Parentucelli Arzelà di Sarzana è infatti almeno il quarto dall’inizio dell’anno. Il 4 ottobre era toccato a Lodi, il 21 settembre a Palermo, il 18 settembre a Mantova. E la lista dello scorso anno è lunga: solo in primavera ha riguardato scuole di Moniga del Garda (Brescia), Villafranca (Verona), Cesenatico (Forlì-Cesena), Casalpusterlengo (Lodi).

Scuole elementari, medie superiori: non si salva nessuno. E in tutti gli episodi, gli autori reagiscono con la stessa giustificazione: “Era uno scherzo”. Lo ha ripetuto a genitori e insegnanti anche il ragazzo di Sarzana, che in base a quanto accertato dai Carabinieri ha rubato lo spray al peperoncino dalla borsa della sorella più grande.

Da lunedì 5 novembre la scuola lo ha sospeso per due settimane, il massimo della punizione per chi viola il regolamento portando armi a scuola. “Anziché le lezioni dovrà frequentare attività socialmente utili”, spiega la preside Vilma Petricone, che ha previsto per lui il volontariato in una pubblica assistenza la mattina e corsi di recupero a scuola il pomeriggio.

Nei primi giorni si era addirittura ventilata l’ipotesi di una sua bocciatura, ma il consiglio di istituto ha scelto diversamente. “Il suo anno scolastico non è certo perso. Siamo appena all’inizio e come insegnanti abbiamo il dovere di pensare che il ragazzo possa migliorare”.

È stata sospesa anche l’undicenne che a inizio ottobre ha spruzzato una bomboletta al peperoncino in classe in una prima media di San Rocco al Porto, a Lodi.

“Si tratta di una misura educativa con l’obbligo di frequenza”, precisa la responsabile del plesso, Maria Rosa Sbarufatti. “La ragazzina non aveva assolutamente idea di cosa poteva succedere ai compagni”.

Per questo motivo alla studentessa è stata commissionata dagli insegnanti una ricerca sulle sostanze tossiche, che esporrà in classe. “Per non ripetere lo sbaglio bisogna essere consapevole dell’errore”, continua la professoressa Sbarufatti.

Nella scuola media Politeama di Palermo, evacuata il 21 settembre, annunciano attività destinate “al rispetto delle regole e della civile convivenza”; nell’istituto superiore Isabella d’Este di Mantova, che ha subito lo stesso destino tre giorni prima, la preside Maria Rosa Cremonesi non ha invece previsto misure speciali.

“L’educazione è una sola: bisogna insegnare a non comportarsi in modo aggressivo e a riflettere. L’educazione contro il peperoncino vale anche contro il bullismo”. Per l’autore, un ragazzino di 15 anni, è stata scelta una sanzione leggera perché lui stesso “era spaventato dalla stupidaggine che ha fatto”.

In questo caso lo spray era un suo strumento di difesa, da utilizzare in caso di eventuali aggressioni durante i frequenti viaggi serali in treno. La diffusione tra gli studenti delle bombolette è un fenomeno che mette sempre più in difficoltà le scuole.

Gli istituti vietano infatti nel modo più assoluto le armi (anche di difesa, come lo spray), ma in molti casi sono le famiglie stesse a procurare le bombolette ai propri ragazzi. Per la professoressa Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, gli spray in classe si portano dietro gli stessi rischi delle armi da fuoco negli Stati Uniti.

“I casi di uso si ripetono perché è la presenza stessa degli spray ad aumentare”, spiega. “Chi ha un’arma inconsciamente vuole usarla, e prima o poi finisce per farlo. Con lo spray sono per fortuna meno gravi le conseguenze, ma a queste il ragazzo non pensa perché si concentra sull’adrenalina della bravata. È gratificato dall’idea di attirare l’attenzione di tutta la scuola, per poi scoprire che lo scherzo non è recepito come tale dagli adulti. E in poche ore si ritrova a doverne rendere conto davanti alla polizia”.

Le conseguenze penali per i ragazzi che spruzzano lo spray a scuola non sono banali: rischiano denunce per interruzione di pubblico servizio, lesioni e procurato allarme.

“Ma la possibilità di recupero è tutta in mano agli insegnanti”, avverte la professoressa Ferraris. “Per questo motivo è meglio non allontanare gli studenti con una sospensione, è proprio la scuola il luogo di cui hanno più bisogno. Al tempo stesso, non è nemmeno utile punirli mandandoli a pulire a bagni come si faceva un tempo. Il ragazzo può pulire fischiettando o imprecando, ma di sicuro non riflettendo sul comportamento civile da tenere in una comunità”.

La soluzione migliore, per la professoressa Ferraris, è una punizione educativa: come un impegno nella biblioteca dell’istituto, oppure, come fanno in alcuni Paesi europei, la lettura di un libro. “L’ideale è un libro formativo come La fattoria degli animali di George Orwell, accompagnata da resoconti scritti settimanali da consegnare a un insegnante per poi discuterli. In Germania e Svezia è molto diffuso per i casi di bullismo La fabbrica del male, di Jan Guillou. In ogni caso l’importante è stimolare la riflessione del ragazzo sull’errore compiuto”.