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Selvaggia Lucarelli: “Desirée e Stefano Cucchi non sono stati uccisi dalla droga”

"C’è uno stigma, una disapprovazione sociale su chi si droga più o meno consapevole, che confonde sempre le responsabilità, quando muore un drogato"

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Desirée Mariottini e Selvaggia Lucarelli

Martedì 30 ottobre, sul Fatto Quotidiano, Selvaggia Lucarelli è intervenuta sulla vicenda di Desirée Mariottini,  la 16enne di Cisterna di Latina morta nella notte tra il 16 e il 17 ottobre dopo essere stata drogata e violentata.

Lucarelli ha fatto riferimento agli opinionisti che, in questi giorni, hanno affermato che “Desirée era predestinata perché con una vita così e una famiglia così difficilmente avrebbe potuto fare una fine diversa” (Giampiero Mughini) o che hanno sottolineato come la ragazza fosse “dipendente da eroina, figlia di spacciatore italiano e madre quindicenne” (Gad Lerner).

Per la giornalista e scrittrice la verità è un’altra, ovvero che Desirée, come qualsiasi persona, sarebbe potuta uscire dalla droga.

“Non era una predestinata – scrive Lucarelli – Aveva sedici anni e una vita difficile, scappava dal Sert, rifiutava l’aiuto dei genitori che erano sgangherati forse, che erano confusi e destabilizzati, forse, ma che ad aiutarla ci avevano provato eccome. Desirée aveva una vita per riscattarsi. Aveva un futuro che non era affatto scritto o segnato, perché dalla droga per fortuna spesso di esce e di droga, signora mia, si muore infinitamente meno che in passato”.

“Non occorre essere salviniani, invocare ruspe, portare rose bianche, per risparmiare ai genitori di questa ragazza il peso della colpa. Certo, Desirée viveva in un contesto familiare complicato, era una ribelle, una che non aveva il senso del pericolo che stava correndo, ma a Desirée la droga l’hanno data degli adulti. L’hanno stuprata degli adulti. L’hanno lasciata morire degli adulti. Non una dose”.

Lucarelli traccia anche un parallelo tra il caso di Desirée e quelli di Stefano Cucchi e Manuel Careddu.

“Come Cucchi, del resto, che sì, era un drogato pure lui, ma non è morto per un buco. È morto per le botte dei carabinieri. Per l’indifferenza di chi doveva curarlo e l’ha abbandonato al suo destino. Come Manuel Careddu, il ragazzo sardo ammazzato dai suoi amici per un debito di droga”.

Per l’editorialista del Fatto “c’è uno stigma, una disapprovazione sociale su chi si droga più o meno consapevole, che confonde sempre le responsabilità, quando muore un drogato”.