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Caso Cucchi, il carabiniere imputato confessa e accusa i colleghi del pestaggio

Nella sua deposizione l'agente Francesco Tedesco ha ricostruito cosa accadde dopo l'arresto del giovane romano, poi morto nell'ospedale penitenziario Pertini di Roma

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Uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis di primo grado per la morte di Stefano Cucchi, ha confessato e accusato gli altri colleghi che si ritiene abbiano preso parte al pestaggio del giovane romano, morto nel 2009 nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma dopo una settimana di detenzione (qui la ricostruzione dell’intera vicenda).

Il carabiniere, Francesco Tedesco, ha anche rivelato dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire (qui il suo racconto).

Il processo, in corso presso la prima corte d’assise di Roma, potrebbe quindi subire una svolta grazie al contenuto delle tre deposizioni rese al pm Francesco Musarò dal carabiniere tra luglio e settembre, e che lo stesso pm ha riferito in aula giovedì 11 ottobre.

“Calci in faccia e nell’ano”: il racconto del carabiniere sul pestaggio a Cucchi

Nel corso dell’udienza, il pm Giovanni Musarò ha rivelato che, il 20 giugno 2018, l’agente Tedesco ha presentato denuncia in Procura sul pestaggio di Cucchi: nel corso dei tre interrogatori, il carabiniere ha accusato i suoi colleghi.

“Secondo quanto messo a verbale da Tedesco, il maresciallo Roberto Mandolini  sapeva fin dall’inizio quanto accaduto: Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro furono gli autori del pestaggio su Cucchi e Vincenzo Nicolardi, quando testimoniò nel primo processo, mentì perché sapeva tutto e ne aveva parlato in precedenza con lui”, ha detto il pm.

“Fu un’azione combinata. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore”.

È una parte dell’agghiacciante testimonianza resa dal carabiniere Francesco Tedesco al pm Francesco Musarò tra luglio e settembre, e che lo stesso pm ha riferito in aula giovedì 11 ottobre. (Qui tutti i dettagli)

Ilaria Cucchi: “Chi ci ha offesi in tutti questi anni ora chieda scusa”

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano ha commentato la notizia su Facebook: “Ci chieda scusa chi ci ha offesi in tutti questi anni. Ci chieda scusa chi in tutti questi anni ha affermato che Stefano è morto di suo, che era caduto. Ci chieda scusa chi ci ha denunciato”, ha scritto.

“Sto leggendo con le lacrime agli occhi quello che hanno fatto a mio fratello. Non so dire altro. Chi ha fatto carriera politica offendendoci si deve vergognare. Lo Stato deve chiederci scusa. Deve chiedere scusa alla famiglia Cucchi”.

Su Facebook Riccardo Casamassima, il carabiniere che con la sua testimonianza ha fatto riaprire l’inchiesta sul caso, ha scritto un post, poi cancellato: “Immensa soddisfazione, la famiglia Cucchi ne aveva diritto.

Mi è venuta la pelle d’oca nell’apprendere la notizia. Tutti i dubbi sono stati tolti. Signora Ministro io sono un vero carabiniere. L’Italia intera ora aspetta i provvedimenti che prenderà sulla base di quello che è stato detto durante l’incontro. Sempre a testa alta. Bravo Francesco, da quest’oggi ti sei ripreso la tua dignità”.

Su Twitter è intervenuto anche Alessandro Borghi, l’attore che ha interpretato proprio Stefano Cucchi nel film ‘Sulla mia pelle’.”La giustizia è lenta ma ariva pe tutti”, ha scritto Borghi.

Chi è Francesco Tedesco, il carabiniere che ha accusato i colleghi

Il vicebrigadiere Francesco Tedesco, originario di Brindisi, era in servizio nella stazione Appia quando Stefano Cucchi fu preso in custodia dai militari.

Imputato nel processo bis con altri 4 carabinieri, Tedesco era finito sotto i riflettori nel 2016, quando la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi (TPI l’ha intervistata qui), postò la foto che Tedesco aveva condiviso sul suo profilo che lo ritraeva in costume da bagno.

“Volevo farmi del male – aveva scritto la sorella del geometra – volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene».

Caso Cucchi, Giovanardi: “Chiedere scusa per cosa? Stefano è morto per la droga”

Fanno discutere le parole pronunciate dall’ex senatore Carlo Giovanardi ai microfoni del programma radiofonico “La Zanzara” sulle nuove rivelazioni del caso Cucchi, che hanno visto il carabiniere Francesco Tedesco accusare i suoi colleghi del pestaggio del giovane romano. (Qui la ricostruzione dell’intera vicenda)

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“Non devo chiedere scusa alla famiglia Cucchi, perché dovrei farlo? La prima causa di morte di Stefano Cucchi è stata la droga”, ha detto Giovanardi.

Non è la prima volta che l’ex senatore rivolge parole dure contro la famiglia di Stefano Cucchi e mette in dubbio che esista qualsiasi responsabilità a carico dei carabinieri della stazione Appia di Roma.

“Vedremo nel corso del processo se le botte dei carabinieri sono state causa della morte. Di cosa devo chiedere scusa? Non mi vergogno di nulla, le perizie hanno sempre escluso la morte per percosse, prendetevela con loro”, continua Giovanardi nel corso della trasmissione. (Qui i dettagli).

Stefano Cucchi: la storia

Il geometra romano Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. (Qui le cause della morte)

La famiglia di Cucchi ha vissuto ben sette anni di processi, che hanno visto oltre 40 udienze, insieme a perizie, maxi perizie, centinaia di testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati.

Il 15 maggio 2018, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima, principale testimone nel processo contro cinque carabinieri, tre dei quali accusati della morte del geometra romano, ha ribadito in aula le sue accuse ai colleghi.

TPI ha ricostruito la storia giudiziaria della morte di Stefano Cucchi, attraverso il commento di Fabio Anselmo, il legale che segue la vicenda da sempre

Sette anni di processi, 45 udienze, perizie, maxi perizie, 120 testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Sono i numeri di uno dei casi più seguiti dall’opinione pubblica italiana, che attende ancora verità. È il caso di Stefano Cucchi.

La storia del 31enne trovato morto nel 2009 per cause ancora da stabilire è a una svolta.

Si è chiusa l’inchiesta bis avviata a dicembre 2015 con la richiesta da parte della procura di Roma del rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti, tre dei quali devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia.

“Questa richiesta rappresenta un vero e proprio riscatto dello Stato che finalmente sa inquisire e processare se stesso” spiega a TPI Fabio Anselmo, il legale che fin dal primo giorno ha seguito la famiglia Cucchi.

“Il caso Cucchi era diventato l’emblema della frustrazione di una famiglia di normali cittadini rispettosi della legge, rimasti stritolati in meccanismi giudiziari più grandi di loro. Dopo sette anni di vicende giudiziarie, di umiliazioni, dopo aver subito quello che hanno subito loro, con un ragazzo, Stefano, morto di giustizia, è chiaro che siamo di fronte a un momento di fondamentale importanza”.

Qui tutte le tappe del processo Cucchi.