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Genocidio dei rom: una statua per ricordare una strage dimenticata

L'artista Antonio Santeusanio ha realizzato un monumento alla memoria dei rom uccisi dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale

Immagine di copertina
Una foto dell'inaugurazione della statua. Credit: Lisa D'Ignazio

Aveva cinque anni quando, insieme ad altri 27 componenti della sua famiglia, fu portato in un campo di internamento su un carro bestiame.

Di quel periodo più di tutto ricorda il canto sguaiato di un fascista su un treno, indifferente al suo pianto di bambino, e il ritorno di loro lasciati a dormire sul pavimento di una scuola sede del campo di internamento.

Il freddo e la fame. Venivano nutriti solo con fave e bucce di patate.

Gennaro Spinelli, classe 1937, dopo oltre 70 anni da quei giorni in una mattina di ottobre solleva il telo sotto cui è custodito il Monumento alla memoria, anche alla sua. La memoria del Samudaripen, il genocidio di oltre 500 mila rom e sinti nei campi di concentramento nazisti, insieme a ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici e disabili.

Secondo monumento al mondo, dopo quello di Berlino del 2010, l’opera dello scultore Antonio Santeusanio sorge nel Parco delle memorie a Lanciano, in un luogo che accoglie anche il ricordo di altre storie: la sofferenza delle donne ebree rinchiuse nel vicino campo di internamento di Villa Sorge e la rivolta di Lanciano avvenuta proprio il 5 ottobre del 1944, l’ultimo atto della resistenza che liberò la città Medaglia d’oro.

In pochi metri si condensano storie che si intrecciano con quella del monumento, fatto con la pietra della Majella, la montagna abruzzese su cui avvenne la prima battaglia della Resistenza italiana di cui fu protagonista la Brigata Majella.

Il progetto “Rendi tuo il monumento della memoria” è stato promosso e sostenuto dall’Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, l’associazione Them Romanò, l’Anpi e tanti cittadini che hanno partecipato alla raccolta fondi per realizzare la scultura.

Il monumento è stato patrocinato anche due comuni, quello di Lanciano e quello di Laterza, da oggi uniti anche da un gemellaggio. Entrambi hanno un cittadino illustre figlio di quel bambino di cinque anni internato con la sola colpa di essere rom: Santino Spinelli.

Docente di lingua e cultura romanì e musicista, il lancianese Spinelli è anche cittadino onorario del comune di Laterza, nonché l’ideatore del progetto per il monumento. Padre e figlio, l’uno con la sua storia e l’altro con la sua determinazione, hanno dato vita a una scultura in memoria di un popolo intero.

Sulla pietra è scolpita una donna romanì con in grembo un bambino, ai suoi piedi un filo spinato su cui si impiglia la sua gonna. Dietro di lei una ruota simbolo del viaggio, ma anche della libertà.

I rom sono un popolo che è riuscito a resistere ad anni di emarginazione prima, durante e dopo il Samudaripen, “una sequenza di odio, pregiudizio e discriminazione”, spiega sul palco il giornalista Gad Lerner, “che è proseguita negli anni, per questo il monumento arriva tardi”.

Arriva in un paese, l’Italia, in cui ancora oggi “sono in corso tentativi di pogrom contro rom e sinti”, ha avvertito Luigi Manconi, presidente dell’Unar, e viene inaugurato “al termine di un’estate in cui si è adombrata la possibilità di un censimento etnico e si è potuta adoperare la parola “purtroppo”, ha ricordato Lerner, a proposito del fatto che i rom con cittadinanza italiana non possono essere espulsi.

Quello che con gli ebrei non è stato più possibile fare, è continuato indisturbato con i rom, confinati nei moderni “campi nomadi” e chiamati “zingari”, cioè “schiavi”. Così da ebreo Moni Ovadia ha lanciato un appello al suo popolo.

“Ogni ebreo, ha detto, dovrebbe pronunciare un giuramento solenne: non permetterò mai più che parlando della Shoah non si parli anche del Samudaripen dei rom e sinti e di tutte le vittime del nazifascismo”.

La Giornata della Memoria per l’attore deve diventare la Giornata delle Memorie, a partire dal colonialismo, il genocidio degli armeni e di altre minoranze, perché prima che essere culturalmente e spiritualmente altro siamo tutti esseri umani.

Il video dell’intervista di Moni Ovadia a TPI:

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A cura di Lisa D’Ignazio

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