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Non solo la Lega, ora tutti rivogliono i voucher: ecco perché è stato assurdo abolirli

Per Boeri sono uno strumento utile, la Coldiretti li invoca e anche Di Maio è possibilista: il vero errore, nel 2017, fu eliminarli cedendo a un dibattito ideologico, invece di regolamentarli evitando gli abusi

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Voucher: ora tutti li rivogliono

Matteo Salvini lo ha detto forte e chiaro: la Lega vuole la reintroduzione dei voucher, i buoni lavoro aboliti dal governo Gentiloni nel marzo 2017 e reintrodotti in forma diversa, attraverso la formula del libretto famiglia e del Contratto di prestazione occasionale, nel luglio dello stesso anno.

Il leader del Carroccio punta a infilare il ripristino dei voucher nel decreto dignità. Il Movimento Cinque Stelle, dopo aver fatto la guerra al Pd sul Jobs Act, inizialmente ha fatto muro, ma adesso anche le posizioni dei pentastellati si stanno smussando.

Martedì 10 luglio, durante la trasmissione Otto e Mezzo su La7, Di Maio è apparso molto più possibilista che in passato. Per il ministro del Lavoro “per specifici lavori che non sono a rischio sfruttamento, che richiedono un tipo di pagamento quotidiano, non abbiamo mai detto di essere contrari”, anche se “non permetteremo nessuna forma giuridica che lasci aperte strade che portano allo sfruttamento”.

Anche Tito Boeri, che con Salvini ha battagliato duramente nelle ultime settimane su diversi temi, in particolare quello dei migranti, per quanto riguarda i voucher sembra in sintonia con il ministro dell’Interno: “Quello dei voucher può essere uno strumento giusto e molto importante”, ha detto il presidente dell’Inps.

“In Italia quando c’è un abuso di qualcosa, si tende a eliminarlo. Noi avevamo fatto delle proposte per evitare questi abusi e limitare l’uso dei voucher alle giuste fattispecie, anche perché oggi è uno strumento del quale riusciamo a gestire la transazione”.

La Lega preme, in particolare, per la reintroduzione dei voucher nel settore agricolo, come ha precisato anche il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio.

Una soluzione sposata anche da Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza dell’agricoltura in Italia.

“Con il ritorno dei voucher – sostiene Coldiretti – circa 50 mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna, dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”.

I buoni lavoro sono stati introdotti in Italia nel 2003, con la Legge Biagi, durante il secondo governo Berlusconi (il ministro del Lavoro era Roberto Maroni), e sono entrati in vigore nel 2008, con l’obiettivo di introdurre forme di regolamentazione delle prestazioni di lavoro occasionale evitando il ricorso al nero.

Nel 2012, con la riforma Fornero del governo Monti, sono stati estesi a tutti i settori. La principale accusa mossa prima a Monti poi a Renzi è stata proprio quella di aver eccessivamente deregolamentato i voucher, aprendo la strada ad una serie di abusi da parte dei datori di lavoro.

Nati col proposito di remunerare lavori occasionali, infatti, progressivamente i voucher sono stati usati per pagare anche impieghi di natura tutt’altro che occasionale, senza dover ricorrere a forme contrattuali più onerose per i datori di lavoro (e fatto salvo il tetto massimo di 7mila euro corrisposti in voucher ogni anno).

Quello che però spesso ci si dimentica è che è stato proprio attraverso il Jobs Act che sono stati introdotti alcuni correttivi che, se non altro, hanno reso più trasparente l’utilizzo dei buoni lavoro combattendo l’evasione fiscale.

Tra le altre cose, per attivare i voucher i datori di lavoro dovevano inviare un’email o un sms 60 minuti prima  con tutti i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore. La mancata comunicazione prevedeva sanzioni da 400 a 2.400 euro.

È difficile contestare il fatto che i voucher fossero uno strumento utile per garantire il pagamento di lavori come quelli domestici, ma anche come quelli stagionali, evitando il ricorso al nero.

Le ripetizioni per i figli, piuttosto che attività come quelle di baby-sitting, necessitano di un meccanismo come quello del buono lavoro per evitare di finire in balia dell’evasione fiscale.

Non solo, ma per professionisti e piccole imprese può diventare particolarmente oneroso pagare i contributi con i vari F24 anche per lavori di breve durata. Al contrario, l’eliminazione dei voucher non crea particolari problemi alle aziende più grandi, che possono comunque pagare i lavoratori con ritenuta di acconto, una forma altrettanto precaria rispetto a quella dei buoni lavoro.

Perché allora i voucher, nei primi mesi del 2017, sono stati aboliti? L’abrogazione è stata l’effetto di un dibattito fortemente ideologizzato portato avanti dalla Cgil, che dopo una raccolta di firme ha ottenuto, nel gennaio 2017, un referendum per abolire alcune parti del Jobs Act, tra cui appunto i voucher.

Certo della sconfitta in un eventuale consultazione referendaria (poco prima il Pd aveva perso il referendum costituzionale) il governo Gentiloni decise per l’eliminazione dei buoni lavoro.

Nel luglio dello stesso anno, però, vennero reintrodotte alcune forme di pagamento per le prestazioni lavorative occasionali: il libretto famiglia e il Contratto di prestazione occasionale.

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Ciò avvenne perché da più parti, dalle famiglie alle imprese, fioccavano le lamentele per la sostanziale impossibilità di pagare le attività sopracitate senza ricorrere al nero.

La Cgil si oppose anche a queste modifiche, con un ragionamento davvero complesso da afferrare senza ricorrere a griglie ideologiche.

Per il sindacato, in sostanza, il lavoro nero era preferibile ai buoni lavoro, simbolo dello sfruttamento e della precarietà.

A un anno dall’abolizione, invece, appare evidente a chiunque voglia analizzare il lato pratico della questione che i voucher sono strumenti imprescindibili per alcuni tipi di lavori. Eliminarli non risolve certo il problema degli abusi, che invece possono essere regolamentati attraverso norme specifiche.

Quello del referendum proposto dalla Cgil e delle successive decisioni del governo, insomma, è un classico caso in cui la toppa è stata peggio del buco.

Questo anche perché, come riportato da diverse associazioni di categoria, gli strumenti sostitutivi utilizzati dal luglio 2017 (libretto famiglia e Contratto di prestazione occasionale) si sono mostrati, nel complesso, poco efficaci.

C’è chi ha stimato, per il 2017, una diminuzione del ricorso all’uso dei buoni lavoro tra le 600 e le 800mila unità. Non si tratta di lavori che si sono volatilizzati, né di persone che sono state miracolosamente assunte con altre tipologie contrattuali per lavori occasionali, bensì di attività in larga parte pagate in nero.

L’abolizione dei vecchi voucher, insomma, ha aumentato notevolmente l’evasione fiscale senza risolvere il problema del precariato, come del resto era facilmente intuibile.

Ecco perché, oggi, anche chi normalmente si fa la guerra, come Salvini e Boeri, conviene sull’opportunità di ripristinare quello strumento (con una giusta regolamentazione ed evitando i vecchi abusi). Anche Di Maio e il Movimento Cinque Stelle, finita la stagione della lotta dura al governo Renzi, dovranno probabilmente piegarsi al principio di realtà.