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Stupro di gruppo sul bus, la Corte suprema indiana conferma la condanna a morte dei colpevoli
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Stupro di gruppo sul bus, la Corte suprema indiana conferma la condanna a morte dei colpevoli

La 23enne Jyoti Singh è stata stuprata e uccisa nel 2012 mentre si trovava su un autobus con un amico. Tre degli uomini condannati per questi crimini ora hanno finito i ricorsi giudiziari a disposizione

09 Lug. 2018
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La Corte suprema indiana ha confermato la condanna a morte per tre uomini, colpevoli di aver stuprato e ucciso una studentessa su un autobus di Delhi, in India, nel 2012. Il caso aveva provocato l’indignazione nazionale e la promulgazione di leggi anti-stupro.

I tre, insieme ad altri sospetti, avevano picchiato, torturato e stuprato una studentessa 23enne, Jyoti Singh, mentre l’autobus era in movimento, per poi lasciarla sanguinante sul ciglio di una strada.

Il ricorso alla Corte suprema era stato formulato da Vinay Sharma, Pawan Gupta e Mukesh Singh, già condannati a morte da un tribunale nel 2013.

Nel 2017 la Corte suprema aveva già confermato la condanna, ma i tre avevano chiesto una revisione della sentenza. Ora non hanno altri gradi di appello a disposizione e possono sperare solo nella grazia del presidente indiano.

Un quarto condannato, Akshay Thakur, non ha ancora presentato il ricorso ma ha preannunciato che lo farà, secondo quanto riportato dalla Bbc.

Uno degli uomini arrestati, Ram Singh, è stato trovato morto in carcere a marzo 2013, apparentemente suicida.

Un altro sospetto, che all’epoca aveva 17 anni, è stato rilasciato nel 2015 dopo aver trascorso tre anni – il termine massimo per un minore in India – in un riformatorio.

La ragazza di 23 anni studiava Fisioterapia ed è stata attaccata su un autobus mentre lei e un amico rientravano dopo aver visto un film, a dicembre 2012. Il suo amico è stato picchiato ma si è salvato. Lei, invece, è morta in ospedale per le ferite riportate.

La madre della vittima ha detto ai media indiani che la sentenza della Corte Suprema ha fatto “giustizia per tutti”.

“Ho sofferto per sei anni e oggi sono soddisfatta che la giustizia sia stata emanata e l’ultima sentenza ha rafforzato la mia fiducia nel nostro sistema giudiziario”, ha dichiarato.

La donna ha parlato di “una battaglia difficile”, ma che non è nulla in confronto ai 14 giorni durante i quali sua figlia mentre combatteva per tra la vita e la morte.

Secondo un recente rapporto della Fondazione Thompson Reuters, l’India è il paese più pericoloso al mondo per le donne.

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