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Stanno tornando, i foreign fighters jihadisti raccontati dalle loro donne

Un brano del libro di Giulia Cerino sul fenomeno del ritorno in patria dei combattenti che si sono arruolati tra le fila dell'Isis

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Anna ha sposato Karim. I due si sono conosciuti e si sono subito innamorati. La prima volta è stato a Marsala dove Anna è nata e cresciuta e dove Karim aveva trovato lavoro nei campi dopo essere sbarcato a Lampedusa.

Nel giro di sei mesi i due si sono uniti in matrimonio nonostante le critiche che arrivavano dalla famiglia di lei: “Quando l’ho presentato a mio padre lui quasi quasi moriva di cuore. Non poteva credere che la sua unica figlia avrebbe sposato un tunisino!”.

Ma Anna aveva preso una sbandata per questo giovane da poco sbarcato dall’altro lato del Mediterraneo che la faceva divertire e la incuriosiva tanto. “Da queste parti non si vedono mai stranieri. Il mio è un paese piccolo e anzi ti prego di non menzionarlo quando scriverai”, mi dice.

In queste zone della Sicilia in estate si va al mare e si passa la giornata in spiaggia ma d’inverno in paese è il deserto.

Gli unici a dare un po’ di vita sono gli immigrati che arrivano dalla Tunisia e che con il loro via vai ci danno di che parlare in paese.

Si tratta di uomini quasi sempre giovani, trentenni al massimo, alcuni fisicamente molto carini e spesso amichevoli. Anna ha sposato Karim perché lo amava. Ma dopo qualche mese di matrimonio, e dopo la nascita della figlia Carolina, le cose hanno cambiato verso.

Mio marito sosteneva che sul posto di lavoro il capo lo discriminasse, diceva che la raccolta dei pomodori in campagna era faticosa e guadagnava due soldi per nulla. Un giorno era arrabbiatissimo e urlava che con lo spaccio sarebbe diventato ricco senza faticare, altro che pomodori.

Per il primo periodo il marito di Anna aveva cominciato a lavorare nelle serre. Poi fece la raccolta dei carciofi a febbraio e a novembre anche quella delle arance. Guadagnava poco e si lamentava. Alla fine, dopo due anni d’insofferenza, Karim è finito in galera.

È iniziato tutto con la droga. L’avevano già beccato una volta, mi aveva promesso che avrebbe smesso ma niente. Mi faceva discorsi strani, diceva che non sarebbe mai riuscito a fare i soldi, che la gente lo trattava con poco rispetto e aria di sufficienza. Io in cuor mio – lo ammetto – pensavo che invece fosse colpa sua: non aveva voglia di mettersi in gioco, si piangeva addosso insieme ai suoi amici e alla fine ha trovato conforto nell’Isis.

Nel giro di pochi mesi il marito di Anna è finito in carcere due volte e ogni volta che tornava a casa era sempre più incattivito.

A volte quando era nervoso o preoccupato, non voleva che guardassi certi programmi in tv. A cena mi parlava d’islam mentre prima era molto raro che ciò accadesse. Pretendeva che quando stavamo con i suoi amici io coprissi il capo col velo… Ti rendi conto? A casa mia, al mio paese, in Sicilia.

Anna ricorda tutti i passaggi della trasformazione di suo marito Karim. Ricorda anche il giorno che lo hanno arrestato per l’ultima volta con l’accusa di fare parte della rete jihadista.
A spingere verso la radicalizzazione molti individui con il passaporto tunisino c’è un insieme di concause.

La stragrande maggioranza di essi proviene dalle zone povere dell’entroterra della Tunisia o dai villaggi al confine con l’Algeria. Un senso di marginalizzazione porta alcuni di loro a radicalizzarsi. E ciò, nel caso dei tunisini, è a maggior ragione vero da quando il partito politico islamico Al Nahda ha abbandonato la sua connotazione religiosa scomparendo dalla vita sociale del paese.

Lo spazio lasciato vuoto è in molti casi stato riempito dagli imam fai da te, predicatori radicali che usano la religione con fini manipolatori.

La Tunisia è il più grande serbatoio di foreign fighters del mondo, prima dell’Arabia Saudita (1.500-2.500) e della Giordania (1.500). Aveva il passaporto tunisino Saifuddin Rizki, il jihadista che a giugno del 2015 ha ucciso trentotto turisti sulla spiaggia di Susa in Tunisia.

Anche dietro l’attentato del gennaio 2015 nella redazione di Charlie Hebdo, dietro gli attacchi del 13 novembre al Bataclan e allo Stade de France, ci sarebbe Boubaker al-Hakim, sempre d’origine tunisina. Il legame tra Europa e Tunisia e soprattutto tra Italia e Tunisia (data la ovvia vicinanza geografica) è indissolubile.

I due paesi sono estremamente connessi ed è impossibile bloccare il flusso delle partenze di chi scappa in clandestinità nonostante i divieti imposti dai governi per proteggere le frontiere degli Stati.

Al contrario, è proprio questa condizione di clandestinità che caratterizza il viaggio dei giovani come Anis Amri, l’attentatore di Berlino, e alimenta il rischio che altri giovani si radicalizzino nelle nostre città.

Intraprendere un percorso d’illegalità, senza documenti, tirando a campare con spaccio e piccoli furti espone inevitabilmente alcuni giovani alla criminalità pericolosa. È questo uno dei rischi più grandi per la sicurezza dell’Italia.

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E questo è anche il pericolo con il quale fanno i conti i Servizi dell’antiterrorismo del nostro paese. A detta di molti esperti oggi la Tunisia è l’unico esempio di storia di successo della primavera araba. Nel 2011 infatti vi fu la deposizione del dittatore Ben Alì dopo un governo durato oltre vent’anni grazie a proteste di piazza sanguinose e violente.

Secondo The Economist la Tunisia è oggi l’unico paese democratico del mondo arabo e per molti analisti quello tunisino è il modello più avanzato di conciliazione tra islam e democrazia che possiamo trovare in nord Africa e in Medio Oriente.

Eppure da qui i giovani scappano. Alcuni verso l’Europa in cerca di libertà e lavoro, qualcuno verso la Siria e l’Iraq per combattere la guerra con l’Isis.

Ed è quest’ultimo profilo a preoccupare Tunisi. Oggi infatti il governo si trova ad affrontare lo stesso problema dell’Europa, ma più in grande: il probabile ritorno in patria di circa 5.000 foreign fighters. Il governo tunisino e buona parte della popolazione in passato si sono dichiarati contrari al loro rientro.

Il presidente Beji Caid Essebsi ha più volte dichiarato che la Tunisia non grazierà mai i connazionali che hanno combattuto nelle organizzazioni jihadiste. Per loro in patria c’è il carcere. Così, invece di rientrare a casa e farsi processare, molti combattenti scelgono la latitanza. In Europa.

Di solito, prima di compiere degli attentati, passano dall’Italia. L’autista del tir kamikaze sulla Promenade des Anglais a Nizza si chiamava Mohamed Lahouaiej Bouhlel, veniva dalla Tunisia ed era stato fermato alla frontiera di Ventimiglia nel 2015 per un controllo dalla polizia italiana.

A Marsiglia, alla stazione ferroviaria di St-Charles un jihadista ha accoltellato a morte due ragazze giovanissime gridando “Allah è grande”. Ahmed Hanaci aveva vissuto con sua moglie Ramona ad Aprilia, in provincia di Latina.

Il sospetto è che fossero in contatto con Anis Amri – l’attentatore del mercatino di Natale a Berlino – che a sua volta era passato proprio da Aprilia prima di compiere l’attentato in Germania. A marzo del 2017, con provvedimento del Ministro dell’Interno, è stata eseguita l’espulsione di un altro 37enne residente a Latina segnalato dopo l’attentato di Berlino. Anche Hanaci risulta collegato ad Amri.

Diversi fattori sono utili a comprendere le ragioni per le quali così tanti giovani di nazionalità tunisina si radicalizzano nel nostro paese dopo essere sbarcati in Sicilia. Innanzitutto, in linea generale, si può dire che la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011 non è riuscita a risolvere alcuni problemi tuttora radicati nel tessuto sociale del paese.

Nonostante la fuga all’estero di Ben Alì nel 2011, buona parte dei funzionari e dei dirigenti sono rimasti ai propri posti. Di fatto, poco è cambiato anche nelle zone povere della Tunisia dove tutto è rimasto uguale all’epoca pre- rivoluzionaria.

Le regioni interne come Oueslatia, dove è cresciuto Anis Amri, sono oggi messe in ginocchio dalla crisi economica e alcuni settori cruciali dell’economia (come quello turistico) sono stati duramente colpiti e affondati in seguito agli attentati terroristici di Sousse e del Bardo nel 2015.

Tuttavia, sostengono in molti che il fenomeno dei foregn fighters provenienti dal Maghreb non sia solo da racchiudersi nella precaria situazione economica e sociale in cui vivono alcune persone.

All’origine del problema ci sarebbe infatti la falsa convinzione di trovare in Europa delle migliori condizioni di vita e realizzare i propri sogni. Di fatto, dopo aver affrontato la traversata in barca e la clandestinità, l’integrazione sperata spesso non avviene e nell’animo di molti di si scatena la disillusione, la rabbia, il nichilismo che trovano risposta nelle promesse di giustizia sociale del Califfato di al-Baghdadi.

Il jihad sarebbe per molti giovani un mezzo di realizzazione personale, il riscatto contro la società, il ‘sistema’ che non li considera.

L’Isis dunque farebbe leva sulla fragilità di quelli che osservati da questo punto di vista appaiono più simili a delle vittime che a dei pericolosi terroristi.

In accordo con l’approccio sposato dai governi europei, la linea del governo tunisino resta però quella del pugno duro. A livello nazionale, nel settembre del 2017 il governo ha annunciato finalmente dopo tanti anni di avere intavolato un programma volto alla deradicalizzazione di quasi 2000 jihadisti pronti a tornare in patria.

Per il 2018 l’esecutivo avrebbe stanziato ingenti risorse per lo sviluppo del piano di riabilitazione degli estremisti.

Un tema delicato quello dei foreign fighters che in passato ha acceso aspre polemiche e qualche episodio violento. In Tunisia infatti la popolazione è maggiormente contraria al rimpatrio dei jihadisti e a livello politico non c’è nessuno che abbia davvero il coraggio di dire il contrario perché ciò pregiudicherebbe il risultato elettorale.

Alcuni foreign fighters, però, hanno già fatto ritorno. Di nascosto, clandestinamente, sono tornati in Tunisia.

Estratto dal cap V, Il complotto, del libro “Stanno tornando, i foreign fighters jihadisti raccontati dalle loro donne”, edito da DeriveApprodi – aprile 2018

Giulia Cerino è giornalista. Ha lavorato nella redazione di Servizio Pubblico con Michele Santoro e di Piazzapulita con Corrado Formigli.

«Cronista di strada», ha raccontato storie di criminalità, estremismo, immigrazione, periferie e radicalizzazione dei giovani in Italia e all’estero. Temi su cui ha pubblicato reportage e inchieste dall’Italia, dalla Francia, dalla Tunisia e dal Belgio.