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Lettera accorata alla stampa italiana
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Lettera accorata alla stampa italiana

31 Mag. 2018

Cara Stampa Italiana,

Non sono una giornalista, non sono una scrittrice. Ci tengo a specificarlo perché di questi tempi, l’abbiamo capito, le informazioni scritte sul curriculum vengono lette davvero da qualcuno.

Sono una ragazza, anzi no, una donna di 30 anni. So che “30 is the new 20” e che solo agli Italiani piace bearsi di questo geniale paradosso, ma credo che in un momento come questo tutti debbano assumersi delle responsabilità precise. La nostra prima responsabilità è smettere di prenderci in giro e pensare che tutto sia leggero, tutto sia effimero, che ci sia ancora tanto tempo per decidere cosa, come, quando, ma soprattutto chi. Chi vogliamo diventare e chi vogliamo che ci rappresenti. A chi vogliamo dare la nostra fiducia.

Si è sentito molto parlare del “governo del cambiamento” ma, mi chiedo, com’è possibile raggiungere un tale obbiettivo senza passare attraverso la “cultura del cambiamento”?

Senza cultura non c’è politica e, di conseguenza, non c’è governo.

Il termine cultura deriva dal verbo colere latino che trova la sua etimologia nella sfera agricola. Il significato del verbo è, infatti, “coltivare”. Se ci si pensa, infatti, creare cultura vuol dire coltivare dei valori. Si comincia con un piccolo appezzamento di terra e si scelgono i prodotti: Libertà, Uguaglianza, Benessere, Onestà etc.

Alcuni attecchiscono più di altri e, allora, ci si focalizza su quelli maggiormente adatti al nostro terreno. Con il passare del tempo, si scopre che il nostro vicino ha scelto di coltivare le nostre stesse cose, così anche il vicino del vicino e ancora altri vicini per altri 100 ettari di terra.

A quel punto ci viene in mente di unire le forze, di scambiarci le conoscenze, di darci consigli per migliorare, per ottenere risultati che soddisfino il fabbisogno di tutte le persone a nostro carico. E così, lentamente, dalla metafora agricola si arriva al nostro significato di cultura, il “culto” di un’identità precisa.

Oggi cosa stiamo coltivando? Quali sono i valori che attecchiscono nei nostri terreni? Culture intensive di Libertà, Uguaglianza, Benessere, Onestà mischiati a Interesse, Avarizia, Cinismo, Crudeltà. La terra diventa sterile, così come le nostre identità.

Inutile fare discorsi apocalittici sulla fine dell’etica, nessuno di noi ci crede davvero. Ma la vera questione è: disponiamo ancora dei semi buoni per ripartire dal nostro piccolo appezzamento e creare qualcosa di diverso, di condivisibile che porti alla crescita e alla consapevolezza della forza del gruppo?
Sì, ci sono le storie.

Te ne racconto una, cara Stampa Italiana.

Il 22 novembre 2015 per la prima volta in Italia i risparmiatori di Banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara hanno perso tutti i loro risparmi conseguentemente al decreto “Salva Banche” emanato dal governo. Sostanzialmente, si è deciso di far rinascere le quattro banche dalle loro ceneri salvando la parte sana, scissa da quella malata.

Fino a qualche tempo fa sarebbe intervenuto lo Stato a salvare le banche e i risparmiatori. Ma questo non è più possibile, un po’ perché il debito pubblico italiano è già enorme e non può sopportare certi fardelli, e un po’ perché adesso i salvataggi a spese delle casse pubbliche sono esplicitamente vietati da una norma europea, secondo cui il costo deve pesare sui risparmiatori delle banche fallite.

Il costo di questa operazione è stato di 3,6 miliardi di euro di cui 430 milioni a carico dei risparmiatori che hanno acquistato con l’imbroglio titoli tossici accollandosi un surplus di rischio senza remunerazione.

Ad oggi più di 500mila famiglie non sono state risarcite. Il suicidio del pensionato di Civitavecchia, il sig. D’Angelo, è solo uno delle centinaia di casi in tutta Italia. Storie disperate, storie di persone comuni che hanno visto i loro risparmi trasformarsi gradualmente in carta straccia con l’assenso complice e scellerato degli operatori di banca.

Il precedente governo ha istituito un Fondo Speciale preposto a risarcire le famiglie colpite con una cifra di 25 milioni di euro totali, lo 0,19 per cento del danno inflitto. Piccolo dettaglio: per divenire operativo il fondo necessitava dei decreti attuativi che però non sono stati firmati entro la scadenza prestabilita, il 30 marzo 2018.

L’ormai ex presidente incaricato Conte ha dato un segnale forte, ha incontrato i rappresentanti delle associazioni delle vittime e ha annunciato che il nuovo governo avrebbe risarcito quanto prima tutti i risparmiatori colpiti dal Salva Banche. Una vittoria cantata troppo in fretta, il Governo non c’è più, non c’è mai stato.

Dichiarano l’Avv. Antonio Tanza, Presidente ADUSBEF “Finalmente quando qualcuno si era preso l’impegno di risarcire i truffati delle banche … è successo un colpo di scena impensabile! Che dire: la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo” e Letizia Giorgianni, Presidente Associazione Vittime del Salva Banche “ E’ ridicolo parlare della salvaguardia dei risparmi degli Italiani dal momento che è stato fatto il decreto Salva Banche. Più volte abbiamo chiesto di essere ricevuti dal Presidente Mattarella. Non ci è stata fornita nessuna risposta”.

Al momento, quindi, sono tutti molto impegnati a scontrarsi su impeachment, costituzionalismi, nomine, deleghe, proroghe, elezioni, contro elezioni, fiducia, non fiducia e tanto altro ancora.

Le storie vere però, i semi che ci permetterebbero di riavviare la nostra cultura e produrre i nostri valori rimangono lì, sospese tra l’indifferenza e lo sconforto.

Ebbene cara Stampa Italiana, ecco il momento della responsabilità. Io nel mio piccolo appezzamento di terra voglio ricominciare a coltivare, con in mano solo questa storia. Perché il valore che voglio seminare, il valore che voglio raccogliere, mondare e diffondere è la Giustizia. Il mio strumento di diffusione? Il cinema.

Insieme a Gianni Quinto, infatti, ho fondato una casa di produzione cinematografica, la Dumb Production, nata proprio per realizzare un film che racconti dei recenti scandali bancari dal titolo evocativo “Claustrofobia”. Inaspettatamente il progetto, tratto dall’omonima pièce teatrale, ha ottenuto il favore del pubblico e il supporto di Adusbef e dell’Associazione Vittime del decreto Salva Banche.

Inoltre, ha sollevato l’interesse di molte realtà istituzionali e non, disposte a dare il loro apporto alla realizzazione del film. La voce di quelle 500mila famiglie non può più rimanere inascoltata, deve entrare a far parte della nostra identità perché è una storia che da singola diventa collettiva. È un piccolo seme che, se sparso sulla terra ancora fertile, crea valore, un bene prezioso e condivisibile.

Il cinema, la letteratura, la musica, così come i social network, i blog, il passaparola, tu stessa cara Stampa Italiana siete tutti strumenti attraverso cui profondere la nostra cultura.

Sarà la cultura del cambiamento a generare il vero governo del cambiamento. Quando smetteremo di dirci “c’è tempo per arare il campo”, oppure “è inutile togliere le erbacce”, in quel momento preciso, quando nel nostro piccolo ci rimboccheremo le maniche e ci metteremo a lavorare sotto il sole, allora cominceremo a far crescere la nostra identità e a raccogliere valore.
Noi cara Stampa Italiana siamo pronti, ci stiamo sporcando le mani per pulirci l’animo.

Con affetto e stima,

Federica Calderoni

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