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Negli Stati Uniti, a causa di Trump, il diritto delle donne all’aborto è sotto attacco

Diversi stati stanno emanando leggi che limitano il diritto ad abortire, spinti dall'orientamento del presidente Usa su questo tema. L'obiettivo è quello di ottenere una sentenza anti-aborto da parte della Corte Suprema

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Manifestanti anti-aborto negli Stati Uniti

Donald Trump, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’aveva promesso: “Nominerò alla Corte Suprema un giudice anti-abortista”. L’obiettivo finale era altrettanto chiaro: gettare le basi per l’abrogazione della Roe vs. Wade, la storica sentenza che dal 1973 disciplina la legislazione sull’aborto negli Stati Uniti.

In quella sentenza la Corte Suprema riconosceva il diritto ad abortire anche in assenza di rischi per la salute della donna o malformazioni del feto.

Si trattò di una svolta storica, che ha sancito l’impossibilità, da parte dei singoli stati, di emanare leggi che limitino il diritto ad abortire almeno fino al momento in cui il feto, anche grazie a supporti artificiali, sia in grado di sopravvivere al di fuori del grembo materno.

Si tratta di un principio messo più volte in discussione dal punto di vista etico, ma che finora non aveva mai realmente vacillato sul piano normativo.

Ora le cose potrebbero cambiare, e in un certo senso stanno già cambiando. Poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Trump ha nominato come giudice associato della Corte Suprema Neil Gorsuch, considerato un magistrato anti-abortista.

Il tycoon ha anche promesso che, in caso di ulteriori posti vacanti alla Corte Suprema, le nomine saranno sempre ispirate dal medesimo principio: designare giudici ostili alla causa abortista.

Ma non c’è solo la Corte Suprema: Trump ha anche nominato più di una dozzina di giudici federali e giudici di Corte d’appello considerati contro l’aborto, tutte nomine poi confermate e ratificate dal Senato.

Gli effetti di questa manovra a tenaglia sono già ampiamente visibili: diversi stati hanno introdotto o stanno introducendo divieti che sfidano apertamente i principi contenuti nella Roe vs. Wade.

Una di queste leggi, che stabilisce il divieto di abortire dopo 15 settimane, è stata recentemente firmata dal governatore del Mississippi Phil Bryant. Ma non è l’unica.

Il 2 maggio 2018, lo stato dell’Iowa ha approvato una legge che vieta gli aborti se un medico è stato in grado di rilevare un battito cardiaco fetale, e in ogni caso dopo al massimo sei settimane dall’inizio della gravidanza.

Una legge del Kentucky, firmata dal governatore dello stato ad aprile, limita alcuni tipi di procedure per le donne in stato di gravidanza da più di 11 settimane, e un’altra legge recentemente approvata nell’Indiana impone ai medici di comunicare al governo federale le informazioni personali delle pazienti che manifestano la volontà di abortire.

La norma approvata in Mississipi, che contiene eccezioni per emergenze mediche o gravi anomalie fetali, ma nessuna per stupro o incesto, è stata immediatamente contestata in tribunale dalla Jackson Women’s Health Organization, l’ultima clinica per aborti rimasta in quello stato, e che i gruppi anti-aborto hanno tentato ripetutamente di far chiudere.

Martedì 1 maggio, un giudice ha concesso un ordine restrittivo temporaneo bloccando la legge per i prossimi 10 giorni, e permettendo così a una paziente che doveva abortire e che si trovava già oltre le 15 settimane di gravidanza di poterlo fare.

Il divieto imposto in Mississippi sembra infatti in palese conflitto con la Roe vs. Wade, che come detto afferma che gli stati non possono vietare l’aborto prima che il feto acquisti una capacità di sopravvivenza autonoma al di fuori del grembo materno.

Il lasso di tempo in cui ciò può avvenire varia da gravidanza a gravidanza, ma i medici generalmente lo fissano non prima delle 24 settimane di gravidanza.

Nonostante questo, le leggi che cerano di aggirare le barriere costituzionali negli Stati Uniti continuano a moltiplicarsi.

A febbraio, lo stato della Louisiana ha introdotto una norma che vieta l’aborto oltre le 15 settimane di gravidanza.

Un divieto totale di abortire è stato invece proposto dai repubblicani in Ohio lo scorso 19 marzo.

Heather Shumaker, consigliere per i diritti riproduttivi e la salute presso il National Women’s Law Center, un’organizzazione no-profit con sede a Washington che si occupa dei diritti delle donne, ha detto a Vox che tutte queste leggi hanno una ragione ben precisa e individuabile: la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca.

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“Il movimento anti-aborto si sente incoraggiato a fare davvero il passo decisivo”, ha detto Shumaker. Ciò spiega “il tentativo di far passare un divieto, quello sul diritto ad abortire, chiaramente incostituzionale”.

L’obiettivo finale sarebbe proprio quello di ottenere una sentenza favorevole della Corte Suprema, che spianerebbe la strada per giro di vite sull’aborto in tutti gli Stati Uniti.

Jameson Taylor, presidente del Mississippi Center for Public Policy, un think thank che ha aiutato a redigere la contestata legge in quello stato, ha dichiarato sempre a Vox: “Siamo orgogliosi di prendere un’iniziativa per cambiare le norme in materia di aborto nel Mississipi, e ci auguriamo che lo standard imposto nel nostro stato diventi un modello da imitare anche nel resto del paese”.

“Siamo fiduciosi sul fatto che la Corte Suprema alla fine ci darà ragione”, ha proseguito.

Dopo che un giudice ha bloccato per 10 giorni l’applicazione della legge, non è chiaro come si risolverà la contesa in quello stato.  Al momento il tribunale non ha ancora fissato le date delle nuove udienze.

Ma indipendentemente dall’esito in Mississipi, non c’è dubbio che negli Stati Uniti sia in corso un’offensiva anti-abortista come non si vedeva da molti anni.

Dopo molto tempo, gli attivisti pro-life stanno trovando importanti sponde nei rappresentanti politici dei vari stati, a loro volta incoraggiati dal mutato clima che si respira alla Casa Bianca su questo tema da quando Trump è presidente.

Se davvero iil tycoon riuscisse a portare alla Corte Suprema altri giudici di vedute simili alle sue, anche gli argini costituzionali in difesa del diritto delle donne ad abortire, scolpiti nell’ordinamento statunitense dal lontano 1973, rischierebbero di rompersi.

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