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Omicidio razzista Idy Diene: Quanto vale la vita di un nero?
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La manifestazione a Firenze del 10 marzo 2018 in ricordo di Idy Diene. Credit: Ecenur Colak / Anadolu Agency

Omicidio razzista Idy Diene: Quanto vale la vita di un nero?

Esiste una vita, esistono affetti, ricordi, esiste il dolore, il pianto, la gioia oltre una pelle di colore nero? Il commento di Fiorenza Loiacono dopo la manifestazione a Firenze in ricordo di Idy Diene

12 Mar. 2018
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La manifestazione a Firenze del 10 marzo 2018 in ricordo di Idy Diene. Credit: Ecenur Colak / Anadolu Agency

Diecimila persone hanno partecipato il 10 marzo a Firenze al corteo in ricordo di Idy Diene, assassinato il 5 marzo, mentre nelle scuole italiane si conteggiavano i voti delle elezioni politiche.

Quel giorno, verso mezzogiorno, Idy, senegalese di Mont Rolland, camminava su un ponte, dirigendosi in un luogo maestoso, in piazza della Signoria, o “della Signora”, come da anni ripeteva ai suoi amici più cari.

Tutto si è fermato quando sei colpi di pistola lo hanno raggiunto.

Idy è caduto a terra con la sua merce, il suo sorriso dolce e buono si è spento e nulla è rimasto della gente che avrebbe incontrato, dei balli che ancora avrebbe improvvisato, degli abiti dai colori sgargianti, del movimento dei suoi passi partiti da molto lontano.

È morto insieme alle speranze, ai pensieri e alle responsabilità che si era assunto nei confronti delle persone che gli erano care. 

Idy Diene era un uomo di pelle nera e come tale è stato assassinato da Roberto Pirrone, nato in Italia e residente a Firenze, con un’arma che quest’ultimo mostrava per vanto su Facebook o che per diletto utilizzava nel tiro a segno. Quella mattina Pirrone è uscito di casa con l’intenzione di togliersi la vita, rivolgendo poi quella rabbia, quell’aggressività contro qualcun altro.

Arrivato sul ponte ha osservato i passanti, ha fissato una donna di pelle nera con suo figlio, ha incrociato altri volti e li ha oltrepassati. Poi ha visto quell’uomo, un nero con il cappellino, un ambulante con la merce.

Quanto vale la vita di uno così? A chi e a cosa serve?

Ha sparato e un corpo si è accasciato sul ponte.

Pirrone ha pensato che finalmente sarebbe stato punito per le sue colpe, per i debiti accumulati. Andando in carcere avrebbe posto fine anche ai litigi con la moglie. Tra tante vite aveva scelto in fondo quella che valeva meno.

Quanto vale la vita di un nero? Esiste una vita, esistono affetti, ricordi, esiste il dolore, il pianto, la gioia oltre una pelle di colore nero?

Per scaricare la sua rabbia, per arginare la sua colpa, Roberto Pirrone si è servito della vita di Idy Diene. Di Idy non riconosciuto e immaginato come tale, ma come mezzo e strumento, un essere di fattura inferiore, utile a servire uno scopo e di cui disporre secondo la propria volontà.

Un aspirante suicida, nonostante la sofferenza, è pur sempre un individuo che respira l’aria del suo tempo. E mentre sparava, le agenzie di stampa rilanciavano la notizia del copioso consenso che moltissimi cittadini hanno tributato ad un partito italiano che usa l’odio e il disprezzo verso uomini e donne di origini e culture diverse come principale elemento di battaglia.

Quanto accaduto su quel ponte a Firenze mostra come la rabbia e l’aggressività legate ad un proprio stato di infelicità possano essere dirottate su individui innocenti. Uccidendo, disprezzando, discriminando.

Molti di coloro che si sentono inquieti, frustrati, minacciati o afflitti da problemi di natura soprattutto economica, scaricano la violenza su individui estremamente vulnerabili.

Non c’è gestione lucida dei problemi, soprattutto in assenza di supporto da parte dello Stato. Non si tollera chi andrebbe maggiormente protetto, e la responsabilità degli uni diventa la colpa degli altri.

Questa dinamica psicologica massiva può essere sfruttata in tempi duri e sacrificati, quando le società rischiano di disgregarsi, come già Sigmund Freud evidenziava nel 1929. Gruppi consistenti di individui, come quelli nazionali, possono essere tenuti insieme purché ne esistano altri su cui sfogare l’aggressività.

Manipolando i cittadini, i partiti e i movimenti nazionalisti rinfocolano miti che in genere nascono tra i boccali di birra e le osterie, fondati su presunte e ridicole identità “di sangue e suolo”. Fandonie come queste non hanno mai risolto i problemi delle popolazioni, ma li hanno piuttosto aggravati. Gli italiani che vogliono essere primi è bene che lo tengano a mente. 

Molti dei politici che si dichiarano di centrosinistra, anziché trarre ispirazione da queste riflessioni per orientare la propria azione, si sono mossi in direzione contraria. Anziché ridurre lo scontento attraverso adeguate politiche sociali, lo hanno rinfocolato attraverso interventi che hanno eroso i diritti, distribuendo oppressione e precarietà.

Di fronte a questo sfacelo, hanno poi preferito seguire e rinforzare gli istinti aggressivi della massa. D’altra parte, se non si è più credibili nel sostenere i principi di giustizia e uguaglianza, non si può neanche proporsi come esempio per la cittadinanza.

Tuttavia, come i risultati elettorali hanno dimostrato, questo lassismo e tradimento etico non ha pagato. Tra un violento e la sua copia, si preferisce sempre l’originale, ha scritto giustamente Norma Rangeri sul Manifesto.

Basti pensare al caso negativamente esemplare di un ministro degli Interni come Marco Minniti, espressione ufficiale di area politica democratica. Con un’aria efficiente e signorile, egli ha assecondato gli istinti violenti della popolazione, siglando accordi internazionali che violano il rispetto dei diritti umani. Dietro sversamento di ingenti quantità di denaro, il governo italiano ha bloccato e abbandonato migliaia di persone alla violenza dei campi di concentramento libici e alla vendita schiavistica. Voti al prezzo di prigionia, torture e morte. 

Dopo aver condotto una ordinaria e transitoria campagna elettorale sulla pelle di questi esseri umani, il Partito Democratico non ha ottenuto i voti che avrebbe voluto, ma quegli uomini e quelle donne sono stati nel frattempo consegnati ai loro aguzzini. Come può un partito corresponsabile di questi atti definirsi ancora “democratico”?

Non sappiamo se Idy, mentre moriva, ha avuto il tempo di pensare a Rokhaya, la donna che aveva sposato da poco. Quando ha scoperto di essere vedova per la seconda volta, Rokhaya ha espresso il desiderio di morire.

Nel 2011 un fascista simpatizzante di Casapound ha ucciso il suo primo marito. Sempre in Italia, sempre a Firenze. Le scuse da parte dello Stato e il risarcimento per i parenti delle vittime di terrorismo dovrebbero costituire il tributo minimo da offrire a questa donna doppiamente colpita, in modo così ingiusto e atroce.

Più volte si è detto che Pirrone ha sparato “a caso”. In realtà l’Italia è un paese in cui si stenta a credere alla verità lampante che anche gli italiani commettono azioni criminali di matrice fascista e razzista.

Di volta in volta questi atti vengono minimizzati, perché per ragioni storiche e culturali, la tenuta del senso di responsabilità in questo paese è pari a quella di un castello di sabbia. L’abitudine alla doppia morale, la convinzione di essere buoni pur commettendo atti violenti continua a persistere. Se si commette peccato si può chiedere perdono.

La violenza commessa viene negata, condonata, sottovalutata. Il passato dittatoriale fascista, un ventennio di violenze di Stato all’interno e all’esterno dei confini nazionali, permane nelle coscienze  come una traccia sbiadita, mai messa a fuoco se non da alcuni storici, dai docenti e dagli studenti più responsabili. Anche in questi mesi, di fronte al dilagare della violenza dei gruppi neofascisti, molti politici e giornalisti non hanno voluto chiamare le cose con il loro nome, cadendo di nuovo nella negazione della realtà.

In tal senso, a chi spara o uccide “lo straniero” si cerca di restituire quanto prima un volto umano. “Ha chiesto perdono”, si dice. “Vuol chiedere scusa alla ragazza colpita, alla moglie”, si sottolinea.

Cori di critiche e condanne sono state invece espresse contro le manifestazioni antifasciste. Queste ultime, infatti, disturbano, infastidiscono per il semplice fatto di evidenziare per contrasto ciò che si vuole ignorare. Di fronte ai diecimila di ieri, coscienziosamente, il sindaco Nardella ha annunciato il lutto cittadino nel giorno del funerale di Idy.

Eppure, in un primo momento, persino la protesta della comunità senegalese, cui Idy Diene apparteneva, è stata aspramente criticata. Le fioriere rovinate, rovesciate, hanno suscitato scandalo e irritazione, perché esse rappresentano di fatto uno dei simboli dell’ordine e del decoro della provincia italiana.

La loro distruzione svela invece il vuoto che si nasconde dietro quel decoro, le gravi mancanze che con questi arredi, con questa sottilissima e ridicola apparenza di civiltà si vuole ancora cercare di occultare.