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“L’Italia sta facendo meglio degli altri paesi europei, ma la nostra idea sui centri di detenzione in Libia non cambia”: parla Carlotta Sami
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UNHCR
Credit: Afp

“L’Italia sta facendo meglio degli altri paesi europei, ma la nostra idea sui centri di detenzione in Libia non cambia”: parla Carlotta Sami

Dopo un articolo uscito sul Foglio, in cui si scrive che Carlotta Sami dell'UNHCR avrebbe cambiato opinione sulle politiche di Minniti per la Libia, la portavoce dell'Organizzazione Onu per i rifugiati chiarisce la sua posizione su TPI

22 Feb. 2018
UNHCR
Credit: Afp

“Come agenzia umanitaria non possiamo che accogliere positivamente il supporto che riceviamo dal ministero dell’Interno e dall’ambasciata italiana in Libia per liberare i rifugiati dai centri di detenzione. Il nostro giudizio sull’esistenza stessa di quei centri, però, non cambia”.

Carlotta Sami, portavoce dell’Organizzazione Onu per i rifugiati (Unhcr) nel Sud Europa, prova a fare chiarezza sulla posizione delle Nazioni Unite in merito al memorandum d’intesa tra Italia e Libia sulla gestione dei flussi migratori.

In un corsivo uscito sul Foglio giovedì 22 febbraio 2018, infatti, il giornalista Massimo Bordin ha riferito di un colloquio in cui la stessa Carlotta Sami avrebbe espresso un sostanziale cambio di opinione sulle politiche di Minniti.

Una rivelazione sorprendente, dal momento che le Nazioni Unite si sono sempre espresse in termini estremamente negativi sui centri di detenzione e, più in generale, sull’esternalizzazione alla Libia della gestione dei flussi migratori.

Zeid Raad al Hussein, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, aveva definito “disumana” la collaborazione con la guardia costiera libica. La stessa Carlotta Sami ha espresso a più riprese la sua contrarietà all’accordo tra Italia e Libia.

“Capisco che siamo in campagna elettorale, ma il mio colloquio con Bordin, nell’ambito di una intervista a Radio Radicale, è stato strumentalizzato per fini politici”.

Così TPI ha chiesto a Carlotta Sami di chiarire la sua posizione.

Da parte dell’Unhcr quindi non c’è nessuna apertura di credito rispetto alle politiche di Minniti e del governo italiano in Libia?

“Il presupposto sbagliato è che la nostra agenzia operi a livello politico e non umanitario. Il nostro obiettivo è quello di portare assistenza immediata ai rifugiati e trovare soluzioni di lungo periodo.

Quindi è scorretto dire che prima criticavamo il governo e ora lo elogiamo. Semmai, offriamo raccomandazioni, inviti, pareri.

In quest’ottica, posso certamente dire che con l’aiuto del ministero dell’Interno siamo riusciti a liberare, dal 2017, oltre 2mila rifugiati dai centri di detenzione libici.

Non possiamo che accogliere positivamente anche la decisione di aprire canali legali diretti dalla Libia all’Italia, che hanno permesso di mettere in salvo 312 persone ad alto rischio.

L’Italia è l’unico paese europeo che è riuscito ad accogliere rifugiati altamente vulnerabili direttamente dalla Libia.

Nel corso degli incontri tra i rappresentanti diplomatici delle Nazioni Unite e il ministro Minniti, i nostri inviti a rafforzare la difesa dei diritti umani sono stati raccolti”.

Se si dovesse tracciare un bilancio di quanto fatto dal governo italiano in Libia, quindi, cosa si potrebbe dire?

“Noi siamo sempre stati contrari ai centri di detenzione, e al concetto stesso di detenzione a priori e in termini indefiniti di migranti e rifugiati. Quei centri sono sovraffollati, rappresentano luoghi dove si verificano abusi.

Queste criticità permangono e sono ben lontane dall’essere risolte.

Detto questo, il governo italiano è stato certamente attivo in un ambito estremamente complesso in cui è difficile mettere le mani, e per il quale non esistono soluzioni semplici e immediate.

In ogni caso, per noi con qualsiasi governo l’elemento essenziale è quello di ampliare la nostra possibilità di intervento.

Al momento possiamo accedere ai centri chiedendo il permesso alle autorità libiche, ma siamo totalmente impossibilitati a raggiungere le migliaia di persone che sono nelle mani dei trafficanti.

Per questi ultimi vige ancora l’impunità, e sappiamo per certo che esercitano abusi e violenze indicibili”.

Da più parti è stato detto che, se le Nazioni Unite potessero realmente controllare quei centri di detenzione, verrebbe risolto il problema della tutela dei diritti umani. 

“In un paese non sicuro e con una fortissima instabilità politica, la semplice presenza dell’Onu non potrà mai risolvere la situazione e fermare gli abusi sui migranti.

La nostra funzione, inoltre, non è quella di controllare e monitorare, anche perché, come ovvio, le autorità libiche sono sovrane sul loro territorio.

Non abbiamo un accordo specifico con la Libia. Veniamo in qualche modo “tollerati”, la nostra presenza aiuta nella gestione delle situazioni più problematiche.

Facciamo di tutto per proteggere i rifugiati affinché non siano esposti ad abusi, ma non possiamo fare le veci delle autorità locali e non potremo mai risolvere da soli la situazione”.

Ci sono stati comunque dei passi avanti rispetto alla vostra possibilità di intervento nei centri di detenzione?

Operiamo in Libia dal 1991, e di cambiamenti nel tempo ce ne sono stati moltissimi.

Dal 2014 era stata disposta l’evacuazione del personale internazionale, che ora invece ha la possibilità di operare in territorio libico, seppur attraverso accordi specifici con le autorità locali.

Abbiamo la possibilità di intervenire e di far restare il nostro personale con tempi di permanenza anche lunghi, in modo da affiancare i nostri colleghi libici, circa 40, che già si trovano sul posto.

Interveniamo facendo visite nei centri di detenzione, autorizzate dal ministero degli Esteri libico, e lì assistiamo rifugiati e migranti.

Inoltre, in Libia operiamo anche su un fronte che raramente viene menzionato, quello degli sfollati.

Si tratta di circa 200mila persone che vivono in condizioni precarie, in un contesto che rimane molto rischioso in termini di sicurezza.

Quali cambiamenti vi auspicate nel prossimo futuro da un punto di vista normativo?

Sotto questo aspetto, sarebbe miope riferirsi soltanto all’Italia.

La gestione normativa dei fenomeni migratori tira in ballo molti paesi europei che, a eccezione della Germania, non stanno intervenendo nella maniera corretta, ovvero attraverso l’apertura di canali legali.

Abbiamo chiesto 40mila posti per rifugiati provenienti dal Corno d’Africa, dall’Africa centrale e dalla Libia. Ad oggi abbiamo ottenuto solo 14mila posti.

Noi possiamo evitare che ulteriori rifugiati si trovino nella trappola libica, ma abbiamo bisogno che venga mantenuto aperto uno spazio concreto di riconoscimento del diritto di asilo nei paesi europei, e che gli stessi paesi europei si diano da fare per accogliere legalmente almeno questi 40mila rifugiati.

Canali legali e reinsediamenti nei vari paesi per persone che sono già state selezionate e il cui diritto alla protezione internazionale è già stato riconosciuto: solo così i rifugiati possono essere messi al sicuro e può essergli garantita la possibilità di ricostruirsi una vita.

Il beneficio, operando in questo modo, lo ottengono anche i paesi che accolgono in modo programmato e sicuro.

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